Herem, la guerra di Mabel – parte 5

Autore: Davide Sassoli
Copyright © Aprile 2019

L’Aggregazione Siriana

Colonia lunare YGamma14 – Prima Aggregazione, Sirio, Ammasso di Sol, anno stellare 12.551

«Tesoro… Tesoro, hai finito? La Presidente ci sta aspettando e io non mi sono ancora sistemata i capelli. Ti muovi?»
Mabel spense i getti d’acqua nebulizzata con un certo rammarico. Da quando si era abituato alle saune attive ne era diventato del tutto dipendente, anche se accolse con rinnovato piacere i getti di aria calda che presero a vorticargli attorno, estraendo e recuperando le preziose molecole di umidità dall’aria e dalla superficie del suo corpo con straordinaria efficienza.
«Sei sempre il solito» disse Edda, guardandolo a braccia incrociate attraverso il polimero trasparente del cubicolo, che in pochi istanti era tornato perfettamente lucido. «E pensare che all’inizio avevi addirittura paura di entrarci.»
«Non ho mai avuto paura» si difese Mabel. Ammiccò verso i comandi delle pompe: «Sicura sicura di non aver anche lei bisogno di una doccia, signorina Mikstov?»
«Ti ho detto che siamo in ritardo, testone di un planetoide. E se speri che mi ecciti vedendoti nudo lì dentro ti sbagli.»
«Lo trovo alquanto strano, considerato quanto io mi sti eccitando vedendoti vestita lì fuori.»
«Piantala. Lo sai che preferisco essere sola quando mi preparo. È una cosa che ho preso da mio padre.»
«Che era un planetoide testone come me.»
«E non capirò mai cosa venne in testa a mia madre quel giorno. Troppo ossigeno forse.»
«Ah… quindi è di famiglia» scherzò Mabel, aprendo i pannelli e cercando di afferrarla.
«Non ci provare» lo ammonì lei, sfilando via con facilità. «Sul serio, ti farai male. Non sei ancora bravo quanto credi.»
«Al contrario» protestò Mabel afferrandosi ai sostegni per non perdere l’equilibrio e ritrovarsi a testa in giù, «credo che la bassa gravità mi si addica. Si possono fare tante cose… provare posizioni che- »
«Ti ho detto di uscire.»
«Sei bellissima, tesoro.»
«Fuori!»
Mabel uscì dal bagno ridacchiando e sfilò attraverso per l’ambiente principale con due rapidi balzi, atterrando senza fare troppo rumore vicino al portellone d’ingresso. Poi però, non ancora soddisfatto, si lanciò in diagonale e afferrò uno dei sostegni che sporgevano dal basso soffitto a cupola. Il momento lo portò ad appoggiare i piedi sulla parete e ci riuscì senza sbattere gli alluci, poi, appena toccato, si spinse di nuovo nell’altra direzione, mollando la presa delle mani un attimo dopo ed eseguendo una perfetta capriola aerea con rotazione, alzando le braccia giusto in tempo per agganciarsi al sostegno sull’altro lato della stanza e fermandosi di nuovo con i piedi. Poi si lasciò cadere soddisfatto.
Edda aveva fatto installare quelle prese apposta per lui perché si allenasse, anche se se ne vergognava un po’, e Mabel ci dava dentro ogni volta che poteva. Ce n’erano tre vicino al centro del soffitto, quattro ai lati della cupola e alcune ai muri verticali pensate apposta per i piedi. La prima volta che le aveva viste, Mabel aveva pensato di essere in una gabbia per primati.
«Ti stai divertendo là fuori, tesoro?» chiese la voce di Edda dagli altoparlanti interni.
«Come sempre, amore mio.»
«Vedi di non farti male proprio adesso.»
A volte Edda era come una mamma apprensiva, e inflessibile al punto che le loro litigate avrebbero potuto frantumare il materiale roccioso che spesso aleggiava appena fuori dagli scudi cinetici che proteggevano la base, se solo ci fosse stata dell’aria per portare le onde generate dalle loro urla.
Ogni volta che ci pensava, Mabel si perdeva a guardare fuori dalla paratia panoramica, la “finestra” in un certo senso, che dava sull’Atterraggio di Gudox, la piana sabbiosa su cui era atterrato il primo pilota che avesse raggiunto quel satellite assieme a una nave di rifugiati.
Vivere su una luna, o su un satellite autonomo come nel loro caso, era qualcosa di impossibile da spiegare o concepire prima di averlo provato. Non era solo la gravità, pari a 0,207369g e perciò leggermente superiore a quella della vecchia Luna terrestre, o il fatto di non poter uscire all’aperto o ammirare il colore di un cielo di giorno, o la staticità dell’aria…
Era la vita, e il modo in cui si era evoluta in questi angoli di galassia dimenticati, a essere totalmente diversa.
Un lunare era un lunare, a prescindere da quale fosse il suo sistema di provenienza. Quando parlava o interagiva con un “planetoide”, cioè un essere umano nato e cresciuto su un pianeta a gravità simil-terrestre, adottava quello che qui chiamavano il “fare con la pietra al collo”, un insieme di atteggiamenti, movenze ed espressioni studiate e imparate apposta per permettergli di integrarsi nella società planetaria con relativa facilità. I “planetoidi” pensavano che i lunari fossero strani, ma non ne avevano idea…
Edda stessa, quando era su una luna, era una persona diversa e quasi irriconoscibile. Era austera, autoritaria, sempre pronta al confronto in un modo che avrebbe fatto impazzire chiunque l’avesse conosciuta in un altro ambiente. I lunari vivevano in modo diverso, pensavano in modo diverso, amavano in modo diverso… Il primo impatto con questa realtà era stato, perfino per Mabel che credeva di aver ormai visto tutto, un serio trauma.
Sentì la mano di lei sfiorargli la pelle del collo e del viso. Si radeva adesso, sulle lune erano tutti rasati.
Il suo tocco… quella era l’unica cosa che non cambiava mai. Quella dolcezza, quel calore delicato… li avrebbe riconosciuti in ogni angolo del cosmo, e dopo tempi infiniti.
«Provi ancora tanta nostalgia, non è vero?» gli chiese abbracciandolo.
Nostalgia aveva un altro significato per i lunari, più profondo. Era quello che si provava nel perdere parte di se stessi, o a non aver più una terra sotto i piedi: la provavano tutti quelli che arrivavano su una luna in età matura, o che venivano costretti a lasciarla.
«Non credo di averla mai provata in verità» disse Mabel. «Sono abituato a perdere completamente i miei riferimenti e dover lottare per ritrovarli. E questo posto è casa. Tu sei casa» le disse baciandola. Poi ridacchiando: «Ma non credo che questo spettacolo smetterà mai di affascinarmi.»
«Tesoro, è solo un mucchio di sassi che svolazzano qua e là.»
«È molto di più, secondo me. È il miracolo di una natura cosmica che ancora non comprendiamo, per niente.»
«Sassi, appunto.»
«La tua poesia mi commuove.»
Lei lo abbracciò, aveva un buon odore. Aveva sempre un buon odore.
«Vieni» gli disse prendendolo per mano, «e prometti di essere cortese.»

La salita era la parte che a Mabel piaceva di più. Edda gli aveva ripetuto mille volte di stare attento, di fare piano, di non lanciarsi oltre la portata di minima sicurezza finché non avesse raggiunto almeno il livello 3 del suo acclimatamento, ma lui non l’ascoltava mai. Come un bambino portato per la prima volta al parco giochi si lanciava da una presa all’altra in un arzigogolo di tuffi e piroette, ridendo di gusto e godendosi le occhiatacce di mamma.
«Credo che questa volta sia meglio prendere l’ascensore» disse Edda trattenendolo per un braccio. «Non voglio presentarmi davanti alla presidente tutta sudata e coi vestiti strapazzati.»
«Credevo che sulle lune non esistesse l’aristocrazia» scherzò Mabel. Ma poi, vedendo quanto era seria e tesa, la cinse con un braccio (questa volta lei lo lasciò fare) e le sussurrò: «D’accordo, per questa volta vada per l’ascensore. Ma ricordati che mi devi una gara.»
«È proprio quello che temo» sospirò lei precedendolo.
«Andrà tutto bene.»
«Grazie. E… scusa se sono così.»
«Così come?»
«Non fingere. So che non è facile per te avere a che fare con questa me.»
Mabel allora la fermò. Erano in uno dei corridoi che portavano dalla zona residenziale alla base della torre principale; ai loro lati si vedevano i livelli più bassi dell’installazione dove erano situati i potenti impianti che sostenevano la vita su YGamma14, dall’aria respirabile alle serre coltivabili, e tutt’attorno l’anello che racchiudeva il perimetro esterno, dove abitava la maggior parte dei cento e cinquantamila residenti dell’habitat.
«Lo vedi questo?» le chiese, portandola dolcemente verso una delle vetrate.
Lei si appoggiò a lui, senza dire niente, ma stava stringendo le sue mani.
«Quando avevo ventidue anni e mi sono imbarcato per arruolarmi nell’esercito» continuò Mabel sussurrando «credevo che le basi lunari fossero dei minuscoli laboratori arroccati su territori sabbiosi e senza ossigeno dove ex criminali venivano deportati per scontare le loro pene.»
«Una volta era così» puntualizzò lei, con una risatina. «Ma è passato un po’ di tempo.»
«Solo grazie a te ho capito veramente cosa significhi essere un lunare, grazie a te ho scoperto questo mondo che non immaginavo. Solo grazie a te.»
«Sei un tesoro, Mab» disse lei, trattenendo le lacrime. «Ma io… io ho sempre paura, capisci? Paura che tu un giorno decida di tornare alla tua vita, al tuo mondo. Succede quasi sempre, te l’ho detto. Mio padre un giorno se ne andò e non tornò più, avevo mezza decade.»
Mezza decade lunare equivaleva a circa sette anni standard.
«Non me lo avevi mai detto…»
Edda non rispose, tirò su col naso e fissò fuori, quasi se ne vergognasse.
«Quel fantasma non c’è più, Edda. Lei ci sarà sempre ma non è un ostacolo per noi. Ho scelto di stare con te perché lo voglio, non perché devo.»
«E tu non manchi mai alla tua parola, perché sei fatto così. Ma questo non significa che tu sia felice.»
«No, è vero. Ma lo sono, con te. Ti amo.»
Edda rise e finalmente la tensione che Mabel avvertiva in lei si sciolse un poco.
«Mi piace quando fai così, lo sai? E so di essere difficile. A volte ho l’impressione di vivere in due mondi. Uno è quello lunare, in cui sono ciò che vedi più spesso e tu sei il mio compagno di vita, che apprezzo per le sue capacità, la sua intelligenza e i suoi valori morali, una persona complementare a me che è forte dove io sono debole ed è sempre pronta a sostenermi; questo, per un lunare, significa amare. L’altro mondo invece esiste solo quando siamo da soli, è il mondo delle forti emozioni, del bisogno di essere uniti perché i nostri corpi e le nostre menti ce lo chiedono, perché abbiamo bisogno l’uno dell’altro e perché insieme ci facciamo scudo dalla fredda solitudine dell’infinito; due cuori, due menti, due corpi… insieme più grandi e più forti dell’intero universo. Questo è il modo di amare dei terrestri e sono felice di averlo trovato insieme a te. Ma ho sempre paura, perché so che tu non sei fatto per accettare l’altro modo che ho di amarti, quello della lunare. Ha senso ciò che dico?»
Mabel la baciò, a lungo. «Più di quanto immagini» le disse poi, lasciandola respirare. «Anch’io avevo paura all’inizio, lo sai? Credevo che la Edda che avevo conosciuto altrove fosse stata in realtà una maschera, una finzione. Ma ora so che non è così. Ora so che questi due lati di te si sommano tra loro, e ti rendono qualcosa di unico.»
Lei finalmente si girò, e aveva negli occhi la malizia della Edda Mikstov che aveva conosciuto su Vidàlo tanto tempo prima.
«Non esageri, Comandante Adasco» disse guardandolo negli occhi. «O mi vedrò costretta ad assalirla sul pavimento di questo corridoio.»
«Possiamo sempre…» tentò Mabel.
«Lei sa che abbiamo un appuntamento importante, ora. Ma non pensi che finisca qui.»

YGamma14 era una delle novantaquattro colonie lunari che abitavano il sistema Sirio, che di fatto costituiva il primo Aggregamento di insediamenti umani extra-planetari della storia.
Sirio era una binaria di stelle bianche, un sistema troppo instabile perché potessero formarvisi dei pianeti, men che meno abitabili. Ma la grande quantità di materia rocciosa aveva dato vita a un discreto numero di corpi solidi di dimensioni paragonabili alla Luna terrestre, che orbitavano attorno a Sirio A in un largo anello, che in alcuni settori era sufficientemente stabile da permetterne la colonizzazione. Era un sistema fuori mano, in un settore sempre meno considerato nella sempre più globalizzata politica galattica. Un luogo tranquillo, in cui passare i propri ultimi anni in santa e meritata pace, con una donna splendida e i ricordi di tanti amici perduti.
L’ascensore li portò agli ultimi piani della torre principale, dove un ospite di riguardo li stava aspettando assieme a una scorta e ai suoi numerosi assistenti.
La presidente del Comitato Lune Indipendenti era una donna alta e dal portamento elegante; abituata a trattare con dignitari e funzionari di ogni livello ed estrazione, doveva avere un innato spirito di adattamento, come certi animali, capaci di mimetizzarsi con l’ambiente in modo da mostrare a chi guardava solo ciò che volevano. In quel momento era graziosa, composta e affabile.
Era in piedi quando entrarono, su una luna non ci si sedeva praticamente mai, e aveva uno sguardo… “non da lunare” si sarebbe potuto dire, ammesso che un’affermazione del genere avesse senso. Mabel aveva sentito parlare di lei a lungo e con dovizia di particolari.
«Edda!» esclamò Adelaide Yamanaki andando loro incontro.
«Adele.»
Le due si abbracciarono calorosamente.
«E così questo è il filibustiere che ha rapito il tuo tenero cuore» disse Adele squadrando Mabel con un cipiglio interessato, «ce ne hai messo di tempo ad addomesticarlo.»
«Dubito di averlo addomesticato… si è semplicemente stufato di farsi inseguire.»
«E non poteva avvenire in un momento migliore.»
«Adele…»
«Non lo sa ancora vero? Eppure ne avevamo parlato.»
Di colpo Edda era diventata un’altra persona. Aveva perso tutta la sua spavalderia e la sua gaiezza, era mogia, rassegnata e… triste.
«Di che cosa sta parlando?» le chiese allora Mabel, ignorando gli altri presenti.
«Tesoro, io…»
«Sto parlando del suo ottimo lavoro, Colonnello Adasco. Niente di più» gli rispose la Presidente come se la domanda fosse stata rivolta a lei. «Le difese di Sirio non sono mai state così in forze e ben addestrate, per non parlare dell’efficienza con cui lei ha gestito i nostri rifornimenti. Per la prima volta questa Aggregazione è dotata di una vera forza combattente e ora intendiamo metterla alla prova.»
«Il mio ultimo grado è stato quello di Comandante» rispose piatto Mabel «e non mi risulta di aver addestrato un esercito. Ho solo aiutato…»
«A trasformare una ridicola accozzaglia di flottiglie malridotte e mal addestrate che non sarebbero state buone nemmeno per operazioni di pirateria in una flotta moderna e ben armata, adatta al trasporto e al supporto di fanteria addestrata ed equipaggiata, dotata di una chiara gerarchia di comando e un’ottima rete di comunicazione. Ho tralasciato qualcosa?»
Mabel taque, la Presidente era ben informata. Da quando aveva lasciato l’EFI aveva scoperto che ovunque andasse tutti conoscevano il suo nome e speravano di reclutarlo per i suoi servigi, spesso nella speranza che avesse deciso di darsi alla pirateria, e gli avevano offerto astronomiche somme di denaro e promesso mirabolanti ricompense se fosse stato disposto a rivelare i segreti dei suoi vecchi datori di lavoro. Alla fine, esasperato, aveva seguito il consiglio di Edda.
Si erano trasferiti insieme nel sistema Sirio, un luogo talmente fuori mano che nessuno avrebbe più dato loro fastidio e dove, guarda caso, “le forze d’ordine e difesa locali avrebbero bisogno di una raddrizzatina”. Gli era sembrata una buona idea. Era stata una buona idea, che aveva portato ad anni felici.
Naturalmente, in otto anni standard, l’ex Comandante Adasco aveva ottenuto ben di più.
I lunari ora sapevano combattere, almeno nei campi di addestramento, e gli effettivi erano decuplicati, anche grazie a una spontanea volontà di molti ad arruolarsi che Mabel aveva sempre attribuito a un innato patriottismo e alla novità della cosa. Le navi erano già in buone condizioni e dotate di piloti esperti ma non avevano sistemi di difesa abbastanza efficaci. Mabel aveva risolto quel problema chiedendo qualche favore a persone che gliene dovevano (e ce n’erano molte). E per finire si era dato personalmente all’addestramento degli ufficiali. Ora sotto il suo comando c’erano decine di squadroni di caccia interplanetari, fregate dotate di armamenti medio-pesanti e ben corazzate, e circa duecento vascelli da trasporto (gli erano serviti principalmente per spostare attrezzature e munizioni tra i numerosi habitat e siti produttivi, ma all’occorrenza potevano facilmente essere trasformati in navi da sbarco). Tutto questo in aggiunta a una forza combattente che, se spinta al massimo, poteva arrivare a contare fino a due milioni di effettivi.
Quella donna aveva ragione: senza nemmeno accorgersene, aveva creato un esercito.
«Mi creda, Mabel» proseguì la Presidente, «sono davvero mortificata che Edda non l’abbia messa al corrente, ma forse è stato meglio così.»
«Meglio per chi?» chiese Mabel stringendo i pugni. «Che diavolo avete in mente? Edda…?»
«Nulla» rispose ancora Adelaide Yamanaki facendo qualche lieve balzo avanti. «Tutto è già successo e lei ha fatto un ottimo lavoro. Grazie a lei, Colonnello, Comandante, Capitano o comunque voglia farsi chiamare, Sirio è ora dotata di un vero esercito e possiamo finalmente procedere con l’ultima fase della nostra operazione.»
«Che sarebbe?» chiese ancora Mabel a denti stretti. Si era fatto fregare, e lei era stata al corrente di tutto.
«L’invasione di Alpha Centauri» disse quasi con noncuranza Adele mentre Mabel sentiva il sangue gelare nelle vene. «Alcuni anni fa lei era proprio su quel pianeta ed era molto vicino a scoprire qualcosa, qualcosa che i centuriani vogliono tenere assolutamente nascosto e che potrebbe essere la chiave della nostra salvezza.»
«Salvezza? Ma di che sta parlando?»
«Della guerra. Gli Herem non sono battuti, abbiamo inflitto loro delle batoste ma non li abbiamo fermati; prima o poi infesteranno ogni pianeta e ogni sistema e l’umanità si estinguerà, se noi non li fermiamo.»
«E lei pensa…»
«Che il segreto per battere gli Alieni si trovi su Alpha Centauri e che i centuriani ce lo stiano volutamente tenendo nascosto. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere in queste decadi per spingere il Consiglio Intergalattico ad agire, ma non mi hanno dato ascolto. Questo settore è troppo remoto, troppo insignificante per valere la loro attenzione, e non si accorgeranno che la fine è giunta finché non busserà alla loro porta, trascinandoci tutti nel vuoto.»
«E il Comitato avrebbe quindi deciso di agire autonomamente? Invadendo un sistema stellare pacifico?» Mabel era fuori di sé, tanto che quasi non si accorgeva di avere un fucile storditore puntato al petto.
«Il Comitato Lune Indipendenti è solo una facciata» spiegò Adele, sempre calma, sempre tranquilla, «il modo in cui ci presentiamo a voi planetoidi e ai vostri assurdi sistemi burocratici e governativi. Si occupa di cose marginali come di dazi e cari sui rifornimenti di materie prime. Le Aggregazioni sono l’unica forma di governo che riconosciamo ed esse hanno riconosciuto in me la loro portavoce, la loro… Cancelliera, potremmo dire. Abbiamo deciso che è ora di cambiare rotta: non ci faremo estinguere perché voi siete troppo stupidi. Combatteremo questa guerra con i mezzi che abbiamo a disposizione, a modo nostro.»
«Assalendo un pianeta abitato da miliardi di innocenti? Con una flotta armata per la difesa dalla pirateria e soldati che non hanno mai messo piede su un mondo ad alta gravità? Non so cosa diavolo lei speri di trovare su Alpha Centauri, ma di qualunque cosa si tratti non potrà mai giustificare questa follia!»
Ci fu una lunga pausa, in cui la Cancelliera sembrò ponderare con serietà le parole di Mabel. Edda aveva assistito a quel confronto restando in disparte ma ora stava guardando dritta verso di lui. Sembrava… fiera.
«Sa» disse infine la Adele, muovendosi fra ologrammi che mostravano il sistema Centauri e le potenziali rotte sub-spaziali che vi conducevano, «una volta conoscevo un uomo che era esattamente come lei. Si chiamava Airo Mitoriani e per un paio di decadi fu il mio compagno.»
Il cuore di Mabel perse un battito. Non aveva mai conosciuto Mitoriani di persona, ma il Tenente Sonia ne aveva sempre tessuto gli elogi: uno dei tanti bravi uomini che erano morti per niente.
«Sapevo che Antinia era una trappola mortale» stava continuando Adele, «ma anche quella volta il Consiglio Intergalattico non volle ascoltarmi. Cercai di dare ad Airo tutto l’aiuto possibile, ma non fu abbastanza. Seppi della sua morte quando mi informarono della distruzione della base e ne fui profondamente colpita.»
«Mi dispiace per la sua perdita» disse Mabel rigidamente. «Ma questo…»
«Io le offro una scelta, Comandante Adasco: si unisca a noi, prenda il comando delle nostre forze combattenti e ci permetta di prendere il sistema Centauri con minime perdite. Con lei a guidarci so che ce la faremo e così avremo finalmente una speranza di salvezza.»
«Ma perché? Che cosa c’è di così importante su Centauri?»
«Le nostre informazioni (e mi creda, siamo ben certi di quello che affermiamo) ci dicono che i centuriani, ormai millenni fa, addomesticarono una forma di vita aliena e la integrarono nei loro cicli biologici. Nessuno lo sa, a nessuno importa, e loro sono ben lieti di tenere questa verità nascosta.»
Mabel ascoltava.
«Ci sono stati molti tentativi di portare questi fatti alla luce, alcuni più maldestri di altri» disse ammiccando, mentre Edda arrossiva violentemente. «Ma i centuriani hanno una rete di informatori molto efficiente e dei piani di sabotaggio preparati apposta per deflettere questi tentativi, lo abbiamo sperimentato noi stessi.»
«Venga al dunque» disse Mabel. «Che cosa si aspetta di trovare lì?»
«Semplice. Mi aspetto di trovare l’origine degli Herem e il modo per distruggerli.»
Saltellò verso di lui, allontanando con un gesto gli assistenti che cercarono di frapporsi e facendo un cenno alle guardie armate perché abbassassero i fucili, anche se quelli non obbedirono.
«Lei sa che ho ragione, lo sa da quando è stato su quel pianeta, e mi aiuterà perché anche lei deve sapere, perché sa che non avremo un’altra occasione di coglierli impreparati e soprattutto perché non abbandonerà gli uomini e le donne che ha addestrato con tanta cura e sentimento al loro destino, sapendo che con lei al comando molti di loro si salverebbero.»
«Lei mi sopravvaluta, Adele. La verità è che non ho idea di come ho fatto ad arrivare vivo fino a qui e l’unica spiegazione che mi posso dare è una stramaledettissima fortuna.»
Dopo averlo detto Mabel riuscì perfino a sorridere, anche se in quel sorriso non c’era gioia.
«Una patetica scusa, se mi è concesso dirlo» replicò la Cancelliera. «Lei è riuscito dove altri hanno fallito, questo è quanto, e che lei lo attribuisca a fortuna o a capacità non è affar mio. Le cose stanno come stanno, a prescindere dalle nostre opinioni e dai nostri desideri, e in questo momento» e dicendolo fece un gesto teatrale con le mani «le Aggregazioni hanno stabilito che l’invasione di Alpha Centauri è la nostra migliore speranza per assicurarci un futuro. La decisione è già stata presa e noi non la possiamo cambiare, possiamo solo scegliere da che parte stare e io l’ho fatto. Ho bisogno di una risposta, Mabel Adasco: accetterà di guidare le nostre forze in questa impresa? Se accetterà la nominerò all’instante Maresciallo delle Forze di Invasione Siriane, con l’incarico prioritario di elaborare e mettere in atto un piano per l’invasione e la sottomissione del sistema Alpha Centauri. In caso contrario mi vedrò costretta a confinarla a questo habitat con delle serie limitazioni alla sua libertà personale, almeno finché l’operazione non sarà conclusa. Ma sappia questo: Alpha Cenauri sarà nostro, con o senza di lei. Attendo una sua risposta.»
Mabel allora chiuse gli occhi e prese un lungo respiro. Era arrabbiato? Forse. Ma soprattutto si sentiva deluso, e impotente. Un uomo solo al cospetto dei vezzi dell’Universo, come sempre.

Quella sera (non c’erano sere o mattine negli habitat lunari, ma a Mabel piaceva pensarla così) il locale era mezzo vuoto, proprio come il boccale. Era il terzo o il quarto?
I distillati lunari erano leggeri, un metabolismo abituato ai ritmi della bassa gravità non avrebbe sopportato gli intrugli pesanti che si scolavano sui pianeti, ma questo non significava che non ci si potesse prendere una bella sbronza. Quant’era passato dall’ultima volta? Anni? Decenni?
In quel momento si trovava in quelli che lui chiamava i bassifondi, la zona bassa dove operavano i grandi macchinari e dove si svolgevano tutti i lavori pesanti ma essenziali alla sopravvivenza della colonia. Lì si poteva bere in santa pace, senza che la gente ti fissasse perché ti aveva riconosciuto, senza che il tuo umore nero e sconfitto fosse notato; lì non eri l’unico a sentirti così.
Edda lo aveva ripetutamente cercato, ma lui non si era fatto trovare. Non la voleva vedere, non voleva sentire la sua voce o respirare il suo odore… Solo poche ore prima si erano reciprocamente dichiarati il loro amore, e ora lui non sapeva più nemmeno chi lei fosse.
Lo sgabello davanti a lui era vuoto, anche nei bassifondi era raro che qualcuno si sedesse ma a lui piaceva così, e Mabel avrebbe tanto voluto che lì ci fosse il suo vecchio amico e parente per chiedergli consiglio, o anche semplicemente per sfogarsi.
«Non ho nemmeno potuto offrirti a mia volta un giro, vecchio bastardo» sussurrò al posto vuoto davanti a sé, ripensando a quel giorno sulla Artorius, prima che a Mabel fosse assegnato il suo secondo incarico su Vidàlo. «Mi avrebbe fatto molto piacere, specialmente ora.»
«E così finalmente l’hanno fatta Maresciallo! Ironico, non trova?»
La persona che aveva parlato si sedette agilmente dove fino a quel momento c’era stato il ricordo di Darco. Mabel sbatté gli occhi, inizialmente convinto che si trattasse di uno scherzo del alcol.
Elisabeth Dianma sembrava ancora seduta nel suo ufficio a Caeres: gli stessi occhi saggi ma curiosi, lo stesso sorriso a metà fra lo scettico e il divertito… era invecchiata, ma rimaneva una bellezza impossibile da ignorare, secondo canoni planetari quanto lunari.
«Madama Reggente» la salutò Mabel sbalordito. Poi guardò il boccale, ora vuoto, con scetticismo. «Temo che ora dovrò ricominciare tutto daccapo.»
«La pregherei di aspettare qualche minuto, se non le spiace. Oh, e non c’è bisogno che usi alcun titolo: non sono più la Reggente di Caeres.»
«Che cosa ci fa qui?»
«Sono venuta per parlare con lei.»
Mabel posò il boccale, che teneva ancora stretto in mano, a mezz’aria.
«D’accordo… Elisabeth. Posso darle un pizzicotto?»
«Prego?»
«Ho bevuto un po’ e lei è l’ultima persona in tutta questa fottuta galassia che mi sarei aspettato di trovare qui. Vorrei una prova che lei sia reale.»
«Faccia pure» rise l’ex Reggente. «Ma non esageri: sono in carne e ossa quanto lei e ho la pelle delicata.»
Una volta soddisfatto, Mabel si risedette. «Ebbene?» chiese con la testa che gli girava. «A cosa devo questo inaspettato piacere?»
«Alla sua imminente missione di conquista, mi pare ovvio.»
«Lei è ben informata, Elisabeth.»
«Ne faccio un vanto.»
«Tranne quando sono io ad aver bisogno del suo aiuto.»
«Parla della sua piccola avventura a Caeres? Forse ha ragione, ma mi pare che lei e i suoi amici ve la siate cavata piuttosto bene, alla fine.»
«Uno di noi ci ha quasi lasciato la pelle, non lo definirei un bene.»
«Questo è normale quando si va a caccia di segreti, Maresciallo Adasco.»
«Quindi la Cancelliera ha ragione? Ci sono dei segreti su Centauri?»
Elisabeth si lasciò andare a una piccola risata. «Su tutti i mondi ci sono dei segreti, ma ammetto che sul nostro ce n’è uno abbastanza particolare.»
«Legato agli Herem?»
«Non direi… se non in modo del tutto metaforico.»
«Quindi è vero? Su Centauri c’era una razza aliena? Prima della colonizzazione umana?»
«Sì.»
«Ed esiste ancora?»
«Si può dire di sì. Ha notato che teniamo tutti delle strane piante in casa?»
«Sarebbero quelli gli alieni?»
«Più o meno.»
«Non mi prenda in giro, per favore.»
«Non la sto prendendo in giro, Mabel. La verità è che non esistono Alieni, con la A maiuscola, su Alpha Centauri né su alcun altro pianeta conosciuto. Gli esseri umani hanno sterminato tutto ciò che poteva ostacolare la loro espansione e sono stati molto, molto efficienti.»
Mabel rifletté per qualche minuto, non era facile in quel momento ma con la dovuta pazienza anche l’alcol poteva essere messo da parte.
«Adele sostiene che i lunari hanno delle informazioni validissime che dimostrano il contrario» affermò.
«Le loro informazioni sono valide» confermò Elisabeth, «è la loro interpretazione a essere scorretta. Ammesso e non concesso che ti abbiano detto la verità.»
«Ammesso e non concesso che qualcuno l’abbia mai fatto…»
«Lo sto facendo io ora, Mabel, e ti consiglio di ascoltarla bene.» Si era sporta verso di lui e nei suoi occhi adesso c’era una luce pericolosa. «Se verrete su Alpha Centauri verrete annientati. Il mio pianeta, il mio popolo… non è indifeso come sembra. Su questo, te lo posso assicurare, le informazioni della tua cara Adele sono assolutamente esatte.»
«Elisabeth… abbiamo una flotta…»
«Le ho dato il mio avvertimento, Maresciallo. Ora la scelta è sua.»
«No. No, non lo è. Cazzo!» Mabel dovette trattenersi dallo sbattere il boccale, era di nuovo pieno per qualche motivo. «Ho dato loro la capacità di difendersi, mi sembrava di fare la cosa giusta, ma ora si sono montati quelle fottute teste vuote da lunari e sono convinti di avere un esercito. Mi hanno preso in giro, mi hanno incastrato. Che cosa dovrei fare? Lasciare che tutte le brave persone che ho addestrato, allenato e istruito si facciano ammazzare? Alpha Centauri è una preda facile, dannazione. Con la giusta combinazione di salti sub-spaziali si può circondare il sistema in un lampo e la superficie è pressoché sprovvista di strutture difensive, cadreste in un paio di giorni al massimo.»
«Tutto questo… a patto che sia tu a guidarli. In caso contrario sarà una disfatta senza precedenti.»
«Proprio così.»
In quel momento Mabel ebbe un dubbio. Gli effetti dell’alcol si dissiparono per un momento e lui guardò Elisabeth dritto negli occhi, mettendo istintivamente mano dove tanto tempo fa c’era un fucile d’ordinanza.
«Oh, Mabel…» disse lei con un sospiro divertito «Che l’Eternità me ne voglia, non sono venuta qui per ucciderti!»
«Sarebbe la cosa giusta da fare, non trovi? Il piano perfetto.»
«Sono venuta a salvarti.»
«A salvarmi?»
Mabel sentiva la testa girare, sempre più veloce.
«Non pensi ci siano delle persone che vale la pena salvare?» gli chiese Elisabeth. «In una galassia così vasta e popolata che la vita di un uomo o di una donna cessa di avere importanza per i più… non credi che ci siano alcune persone, alcuni rari individui, troppo preziosi per essere sacrificati?»
«Io non…»
«Hai passato una vita intera a difendere quelle persone. Hai rischiato molto, tutto in effetti, per assicurare che almeno alcuni di loro potessero vivere.»
Mabel posò il boccale, l’aveva svuotato di nuovo.
«Ho sempre fallito, quasi sempre» ammise con rammarico.
«Quel “quasi” fa la differenza.»
«E quindi io sarei uno di loro? Uno che vale la pena salvare?»
«È quello che penso, altrimenti non sarei qui.»
«E che cosa vorresti fare per salvarmi?»
Elisabeth si alzò, aveva occhi tristi. «Credo di aver già fatto tutto quello che potevo» disse sorridendo. «Ci vediamo, Maresciallo Adasco.»
Ma a quel punto tre uomini la circondarono e lei si guardò attorno smarrita.
Mabel si alzò lentamente, un po’ per l’alcol e un po’ dicendosi che quello che stava facendo non gli piaceva per niente. «Tempo che non sia così semplice» disse. «Lei è una spia nemica informata dei nostri piani e devo fare in modo che non se ne vada da qui, almeno finché l’invasione non sarà conclusa.»
Lei si girò di scatto e nei suoi occhi c’era una luce di sfida, velata da lacrime. «Vedo che, se non altro, l’ho aiutata a compiere la sua celta» disse quasi a volerlo sfidare.
«Non c’è mai stata alcuna scelta, temo» rispose Mabel con distacco. «Per favore, portatela via.»

Mabel vagò per YGamma14.
L’Habitat era immenso. Non quanto le mirabolanti descrizioni di Callisto IV che Darco gli aveva fatto una volta, con tanto di giardini, acqua corrente e luce del sole simulata, ma era pur sempre un’installazione di tutto rispetto, bel lontana dall’idea che il piccolo Mabby di Teodus V aveva avuto prima di partire per i suoi viaggi fra le stelle.
Mabel lo percorse in lungo e in largo, saltellando e scalando i pozzi e i corridoi a bassa gravità senza pensare, senza sentire niente. Non voleva, voleva solo smettere di esistere e lasciare che fossero gli altri, per una volta, ad andare avanti senza di lui.
Alla fine però, ormai stanco e moderatamente affamato, si ritrovò davanti alla porta stagna di quella che, ormai da qualche anno, si era abituato a chiamare casa sua.
Edda era lì, bella come poteva esserlo lei e nessun’altra, e fece per saltellargli incontro, prima di fermarsi e coprirsi il viso con le mani, un viso che aveva pianto.
«Mi… mi dispiace, amore.»
Mabel entrò senza parlare, fece un salto e una capriola e si appese con i piedi a uno dei ganci sul soffitto, dove rimase a penzolare.
Le “camere”, come i lunari chiamavano le loro abitazioni, erano costruite per essere pianamente protette e autosufficienti in caso di un “distaccamento” dal corpo principale dell’habitat, per cui il silenzio lì dentro era totale.
«Non credevo che l’avrebbero fatto davvero» disse la voce di Edda, rompendo dopo un po’ quel silenzio così piacevole. «All’inizio pensavo fossero solo chiacchiere, poi mi sono detta che avrebbero cambiato idea e poi… poi…»
Fuori dalla paratia le rocce sbattevano ancora contro lo scudo, e rimbalzavano via come se dovessero perdersi nell’infinità dello spazio. Era uno spettacolo affascinante, carico di mistero.
«Ti prego… ti prego, di’ qualcosa. Qualunque cosa.»
«Mi hai tradito. Mi hai usato.»
Ma quel “ti odio” che sentiva sulla punta della lingua, che sapeva le avrebbe fatto tanto, tanto male, non uscì dalle sue labbra, e Mabel capì perché.
«Ti amo.»
Lei ebbe un sussulto, come se l’avessero colpita. I suoi occhi incontrarono quelli di lui ed erano colmi di speranza, e paura. Mabel scese con una giravolta.
«Sei diventato bravo» tentò di scherzare lei, ma il suo stentato sorriso si sciolse davanti alla sua espressione. «Io non merito il tuo perdono» ammise.
«No.»
«Ha fregato anche me, lo sai? Lei in qualche modo ci riesce sempre.»
«È una politica, è il suo lavoro.»
«Mabel…»
«Sei stata tu: senza di te non ci sarebbe riuscita. Lei è abile, deve esserlo per il bene di tutti i lunari, ma io mi fidavo di te
«Io… io non sapevo che cosa fare. Non potevo scegliere fra te e lei, capisci? Quindi… quindi ho sperato che… che in qualche modo andasse tutto a posto. Sono stata una codarda, una stupida! Perché speravo… speravo…»
Si coprì la testa con le mani, singhiozzando. «Quello che c’è stato fra noi era tutto vero» disse poi, quasi con rabbia. «E ora, per colpa mia, abbiamo perso tutto.» Alzò gli occhi di scatto. «Dimmi cosa posso fare per mettere questa cosa a posto! Ci dev’essere un modo, tu lo trovi sempre. Ti prego, dimmelo!»
Mabel sospirò e non disse niente. Aveva proprio bisogno di farsi una dormita.

Nave ammiraglia della Flotta di Invasione Siriana stazionaria a 50 unità astronomiche da Alpha Centauri, Ammasso di Sol, anno stellare 12.551

Mabel picchettò per l’ennesima volta il dito sulla superficie liscia della mappa stellare che dominava il centro del suo ponte di comando. Non era certo la grandiosa sala che era stata il ponte strategico della Artorius, ma a lui piaceva: gli ricordava i suoi anni alla base stellare di Amèra.
Avrebbero circondato il pianeta emergendo dal subspazio da tre coordinate differenti. Le due flotte d’assalto avrebbero iniziato un rapido bombardamento orbitale mirato ai principali insediamenti militari sulla superficie e contemporaneamente il grosso dei caccia avrebbe ingaggiato in stretto quartiere le difese orbitali. Tutto questo, secondo Mabel, avrebbe prodotto abbastanza confusione da permettere alla terza flotta, quella da sbarco, di guadagnare l’atmosfera con danni accettabili e di scendere su Caeres prima che le difese locali avessero il tempo di rilocalizzare gli apparati di governo.
Era uno stratagemma inusuale, forse più adatto a una schermaglia di fanteria, ma Mabel era convinto che l’elemento sorpresa avrebbe giocato in loro favore.
«È tutto pronto…» disse Mabel fra sé, sentendo un nodo allo stomaco tanto forte da far male.
«Spero davvero che lo sia anche tu» disse Elisabeth Dianma dietro di lui.
Era libera di muoversi, ma era stata totalmente ripulita di ogni apparecchio tecnologico, elettronico o quantico in suo possesso, in modo che non potesse comunicare con l’esterno su alcun canale.
«Signore, le flotte sono in posizione e pronte al salto» comunicò l’ultimo ufficiale rimasto sul ponte.
«Perfetto. Raggiunga la sua postazione e attenda il mio ordine, conoscete tutti il segnale stabilito.»
«È sicuro di voler restare solo con la prigioniera?»
«Mi lasci il suo fucile, non si sa mai.»
Il giovane esitò solo un attimo prima di consegnarglielo. Era un bravo ragazzo e un buon ufficiale, li aveva addestrati bene.
Mabel controllò la carica con mani esperte e tolse la sicura, impugnando l’arma per provare le ottiche. «Non si preoccupi, Tenente» disse con un ghigno spontaneo. «Starò benone.»
«Sì, signore.»
Per armare una flotta così grande in così poco tempo erano stati costretti a ridurre il personale all’osso e sull’ammiraglia stessa c’erano appena quarantanove membri di equipaggio dove avrebbero potuto essercene duecentocinquanta. Una buona scelta, fintanto che non venivano colpiti o colti da avarie ai sistemi principali (entrambi scenari del tutto possibili).
«Devo considerare questo trattamento di favore una delle sue lusinghe, Maresciallo? Dubito che ad altri prigionieri venga concesso il privilegio di assistere all’assalto del proprio pianeta insieme a lei» scherzò Elisabeth, senza alcuna ilarità. «Anche se in effetti… dubito ci siano altri prigionieri.»
Mabel si voltò. Aveva ancora il fucile in mano e, per la prima volta da quando la conosceva, vide autentica paura sul volto dell’ex Reggente di Caeres.
«Maresciallo…» lo apostrofò lei cercando di farsi spavalda, come un gatto che arruffa il pelo. «Non mi costringa a fare qualcosa che non vorrei. È già abbastanza…»
«Quindi si tratta di un attacco psichico.»
Elisabeth spalancò gli occhi. «Prego?»
«L’arma segreta dei centuriani… avete dei poteri psichici.»
«Lei non può saperlo!»
«Lo so ora, grazie a te.»
«Ci diamo di nuovo del tu?»
«A quanto pare.»
«Allora ascoltami. Sai cosa succederà se procederai con questo attacco?»
«So anche cosa succederà se non lo faccio.»
«Io mi fidavo di te! Ho riposto la mia fiducia in te contro ogni logica o consiglio!»
Mabel non la guardò di proposito.
Perché Elisabeth aveva così tanta paura adesso? Era irrazionale, come se fino a un minuto fa non avesse mai considerato la possibilità di poter morire. O era stata davvero convinta fino all’ultimo che Mabel non avrebbe dato l’ordine?
«Perché sei venuta su YGamma14?» le chiese a bruciapelo.
«Lo sai benissimo. Per te, Mabel Adasco.»
«Perché sono uno di quelli che vale la pena salvare…»
«Già.»
«Anche ora che sto per fare questo?»
Lei esitò solo un attimo, il momento era passato ed era di nuovo la sua calma e composta se stessa «Sempre.»
«Che cosa faresti se io ora ti lasciassi assumere il comando della flotta e della nostra forza di invasione?»
Lei rise. «Le girerei nell’altra direzione e farei rotta su Sirio.»
«Perché Sirio sarebbe una conquista importante per Centauri tanto quanto lo è Centauri per Sirio.»
«Lo si può dire. Ma questa conversazione è inutile e sappiamo entrambi che non lo farai.»
«Già, non lo farò.»
L’ologramma generato dalla mappa stellare mostrava il pianeta e le tre rotte che la flotta avrebbe seguito per raggiungerlo. Era sufficiente che Mabel premesse un bottone, un singolo segnale, e l’assalto sarebbe cominciato.
«Ma dopo la nostra conversazione mi sono chiesto» disse allontanandosi «… se davvero su Centauri sapevate delle nostre intenzioni, perché non avete agito per fermarci? O perché non avete chiesto aiuto?»
Elisabeth non rispose.
«Forse» suggerì Mabel. «c’è qualcosa che noi non sappiamo. Forse su Alpha Centauri, primo pianeta colonizzato dalla specie umana, c’è davvero un terribile segreto che è meglio non scoprire.»
Elisabeth taceva.
«Forse voi contavate sul fatto che Sirio avrebbe costruito una flotta e si sarebbe armato, forse lo stavate aspettando… Forse entrambi volete questo conflitto.»
Elisabeth finalmente emise un sospiro. «Credimi, Mabel, io non voglio alcun conflitto.»
«Allora vediamo di farla finita una volta per tutte!»
Premette un bottone, uno diverso, e da una porta laterale entrarono due donne. Una di loro reggeva uno fucile storditore e lo puntava alla schiena dell’altra.
Adelaide Yamanki era talmente rigida che si muoveva come una planetare, nonostante la gravità simulata del ponte fosse di poco superiore a quella di un habitat lunare.
«Maresciallo Adasco, io esigo…» ma si fermò quando vide Elisabeth. «Che… che cosa significa tutto questo?» chiese sgomenta.
«Significa che ne ho abbastanza di voi e dei vostri sotterfugi» disse sbrigativamente Mabel mentre Edda metteva via la sua arma. «Ho fatto in modo che fosse tutto pronto» annunciò. «Da questo momento l’invasione di Alpha Centauri può procedere, o non procedere, anche senza di me. Basterà che una di voi due prema questo bottone (questo qui, lo vedete? l’ho fatto preparare apposta: è grande e rosso) e l’attacco comincerà.»
Le due donne lo fissavano allibite.
«Ma visto che questo è il vostro grande piano» disse ancora, «il vostro conflitto e la vostra fottutissima e stupidissima diatriba, vi lascio la possibilità di risolverla come meglio credete. Con le parole» sorrise, appoggiando il fucile sul piano lucido della mappa, «con il fucile, una scazzottata o magari con una bella guerra interplanetaria. La scelta è vostra. Io ho chiuso.»
Uscendo dalla stanza prese Edda sotto braccio. «Vieni, tesoro» le disse dolcemente. «Credo che ci siamo meritati una vacanza.»

Superficie del pianeta Terra, Ammasso di Sol, anno stellare 12.552

«Non pensavo che avrei mai visto questo posto. Se ne sentono così tante…»
Si erano seduti per godersi il tramonto. La palla gialla di Sol virava sempre più sull’arancione scuro e si andava lentamente inabissando verso la linea dell’orizzonte.
«Non ho mai visto un tramonto così bello in tutta la galassia» disse Edda rapita, poggiandogli la testa sulla spalla.
«Credo sia dovuto alle dimensioni del pianeta e al colore peculiare della stella, e anche al fatto che non ci sono…»
«Questo è quello che i nostri antenati vedevano tutte le sere della loro vita. È… magico. Posso capire perché ci abbiano messo migliaia di anni a lasciare questo posto.»
Mabel la circondò con il braccio e ascoltò il suo respiro, sentendo il dolce peso della sua testa sul petto che si alzava e si abbassava, lentamente.
L’idea di visitare l’Antica Terra era stata sua, ma era Edda quella che ne era rimasta più affascinata.
Si trovavano su una delle maggiori masse continentali dell’emisfero boreale, in una regione che un tempo si era chiamata Europa Centrale.
«È bello pensare che un giorno questo pianeta possa tornare a essere una cosa splendida, piena di vita.»
«Ci vorranno millenni, credo. Questa è una delle poche zone decontaminate.»
«È bellissima.»
In alcuni momenti a Mabel pareva di riuscire a sentire quello che sentiva Edda: una specie di senso di familiarità, di appartenenza a quel luogo così strano e con così tante sfumature di verde. Era la culla della loro gente, il luogo dove si erano lentamente e dolorosamente evoluti, e che poi avevano abbandonato, come pulcini ormai cresciuti, per andare a costruire i loro nidi sulle stelle.
«Credi che ce la faranno? Ad andare d’accordo, intendo.»
«Sono perfino stupito che siano arrivati fino a qui» rispose Mabel ridacchiando.
Quando avevano lasciato quella nave, Mabel era sicuro di aver fatto la scelta sbagliata, la scelta del codardo. Gli era sembrata l’unica possibile e lo aveva fatto sentire bene, ma le conseguenze…
Invece l’invasione non era avvenuta e adesso centuriani e siriani stavano cercando di mettere in piedi una collaborazione duratura, sotto la guida illuminata delle loro due “reggenti”.
«Adele si è dimessa dalla presidenza del Comitato, lo sapevi? Vuole dedicarsi a Sirio e all’accordo, sostiene che sarà una pietra miliare di grande importanza.»
«È una buona notizia.»
«Non proprio. Significa che le Aggregazioni non la riconoscono più come loro portavoce.»
«Era improbabile che fossero d’accordo. Un evento del genere crea inevitabilmente malumori e spaccature.»
«Ha chiesto a me di prendere il suo posto.»
Mabel la guardò stupito: Edda non aveva mai accennato a nulla del genere.
«Stavo solo aspettando il momento giusto per dirtelo, tesoro. Non è una scelta facile.»
«Hai intenzione di accettare?»
«Vorrei che lo decidessimo insieme.»
«Significherà altre decadi di viaggi interstellari. Non sei stanca?»
Lei rise. «A nemmeno dieci decadi? Per favore! Ma se non ti va di accompagnarmi lo capisco.»
«No, hai ragione. E poi non voglio che tu rinunci a un’opportunità come questa.»
«Dovrai sorbirti il peggio della politica intergalattica, lo sai vero?»
«Se significa riuscire a fare del bene qui e lì, credo di potermi adeguare.»
«Ti adoro.»
«Anch’io, tesoro. Ma credo sia meglio rientrare prima che faccia del tutto buio.»
«No, restiamo qui. Voglio vedere le stelle.»
«Possiamo vederle dal rifugio.»
«Voglio vederle qui, in mezzo alla natura di mamma Terra, come la vedevano ventimila anni fa. Voglio assaporare questo momento insieme a te. Il rifugio sarà lì anche domani.»
Rimasero abbracciati sotto quel cielo stellato e Mabel Adasco ripensò alla sua vita, a tutto quello che aveva perso e a quello che aveva guadagnato.
Mentre lentamente si addormentava, stava sorridendo.

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