Herem. La guerra di Mabel, parte 2

Autore: Davide Sassoli
Copyright © Aprile 2019
Sinossi ed editing a cura di Loredana La Puma
Autore copertina: Giulia Calvanese

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Guerra

Superficie del pianeta Vidàlo III, ammasso della Vergine, anno stellare 12.504

«Li vedo, signore. Forse due unità, anche se è difficile capirlo con questa foschia.»
Le superfici dei pianeti rappresentavano sempre un tuffo nell’umile scomodità di dover fare i conti con le più banali leggi del creato, pensava Mabel. Quando eri in una base spaziale o su una grande nave avevi la falsa impressione che l’uomo avesse ormai il potere di controllare tutto, compresi il tempo e lo spazio: potevi muoverti fra le stelle, vivere fino a duecento anni, portare vita dove il creatore aveva pensato di non prendersene disturbo… ma poi arrivavi su un pianeta dove le tue attrezzature più sofisticate dovevano fare i conti con la foschia, e perdevano.
«Mi fido del suo intuito, Caporale.»
«Lo so, signore. È per questo che cerco sempre di non deluderla.»
Donaug stava ancora regolando l’ingrandimento e i filtri del suo visore, ma rideva sotto i baffi, e anche Mabel si concesse un mezzo sorriso.
Si erano ritrovati quattro anni prima. Donaug aveva fatto carriera nella fanteria ed era diventato Caporale proprio mentre a Mabel veniva assegnato il suo primo incarico da Tenente. Tre lunghi anni di studi e il successivo affiancamento sul campo come sotto-Tenente gli erano valsi la sua dose di avventure e anche qualche nuova cicatrice, anche se quel solco sulla gamba sinistra rimaneva la sua preferita. Donaug però lo batteva di gran lunga: aveva un’evidente bruciatura sulla tempia destra, dove gli mancavano i capelli e che aveva parzialmente coperto con un tatuaggio piuttosto che accettare le terapie laser (diceva che così si rimorchiava di più), e una protesi meccanica teneva assieme spalla e avambraccio sinistri.
«Prepariamoci al fuoco di copertura» ordinò Mabel, «non mi piacciono quei canyon».
«Difficile che qualcuno salga da lì sotto, secondo me» disse Donaug, mentre con dei secchi gesti impartiva gli ordini ai suoi capisquadra.
Era vero. I fuggitivi stavano avanzando in una larga conca fra due rilievi rocciosi; il terreno era attraversato da numerose fessure, alcune delle quali molto profonde, ma si trattava di crepe causate da eventi sismici ed era molto improbabile che un nemico riuscisse a usarle per mettere in atto un’imboscata. Però a Mabel non piacevano lo stesso e segnalò ai cecchini di tenerle d’occhio.
Erano su Vidàlo da quattro giorni, un intero plotone che contava ventisette uomini, più lui e Donaug, e finora avevano eseguito gli ordini alla lettera: scegliere una posizione difendibile, fortificarla e attendere l’arrivo dei superstiti, ai quali sarebbe stato ordinato di farsi strada fino a loro.
Vidàlo era un pianeta Miniera, adatto alla vita umana su buona parte del suo emisfero boreale dove si concentravano le masse continentali. Qui c’erano le tre maggiori installazioni, che ospitavano la popolazione civile e sbrigavano la burocrazia delle grosse imprese minerarie che operavano sulla cintura polare.
Le guarnigioni dell’EFI di stanza sul pianeta avevano subito un attacco da parte della pirateria soriana e nonostante l’avessero respinto avevano subito ingenti perdite di uomini ed equipaggiamenti, buona parte dei quali ora era dispersa tra i monti rocciosi e freddi della regione mineraria principale.
Quando i rinforzi erano arrivati i pirati erano scappati sulle loro navette da incursione e avevano lasciato l’atmosfera, cercando di raggiungere le grandi fregate che orbitavano il pianeta. La flotta dell’EFI aveva dato battaglia e contemporaneamente alcune decine di plotoni, tra cui quello di Mabel, erano stati mandati sulla superficie per recuperare i superstiti ed eliminare i rimasugli della forza invadente.
«Quei poveri cani avranno fame…» commentò Donaug. «Hai intenzione di condividere le barrette al cioccolato?»
«Nemmeno per idea» rispose Mabel, badando a non farsi sentire dagli altri subordinati. «Vedi altre squadre in arrivo?»
Donaug regolò ancora l’ingrandimento del visore. «Negativo. Questi sono gli unici per ora.»
«È strano.»
«Signore?»
«Dovrebbero essercene altri. Tieni gli occhi aperti.»
«Sissignore.»
Donaug era un buon sottufficiale, perché sapeva quando parlare e quando tenere la bocca chiusa. Gli aveva confidato di aver fatto richiesta per un’assegnazione da Sergente e Mabel era convinto che gliel’avrebbero data, ma sperava di poterlo avere sotto il suo comando ancora per un po’.
Diede un ultimo sguardo al gruppo malandato che si stava facendo strada verso la salita che portava alla loro postazione e poi si diresse alla tenda comunicazioni, dove il sotto Caporale Hains lo salutò con un cenno.
«Mi metta in contatto col campo 1.»
«Subito, signore.»
Mabel attese pazientemente lo scambio di segnali e di codici di conferma. Nelle zone civilizzate o nello spazio le comunicazioni erano istantanee, perché viaggiavano attraverso le reti ottiche o sub-spaziali e i protocolli di sicurezza venivano sbrigati dai computer. In una missione come questa però si doveva tornare ai cari, buoni e vecchi segnali radio e alle procedure manuali.
«Collegamento pronto, signore» disse Hains.
«Qui campo 16, Tenente Mabel Adasco. Il Tenente Maggiore Sonia, per favore.»
Ci fu qualche attimo di statica, poi la voce nasale del Tenente Sonia rispose attraverso l’apparecchio ricevitore. «Qui Sonia, dica pure Tenente.»
Sonia, Mabel lo sapeva, non stava mai lontano dalla sua tenda comunicazioni.
«Primo gruppo di superstiti in arrivo, sembrano due squadre di guardia planetaria quasi integre.»
«Molto bene, è un’ottima notizia.»
«Signore, posso chiedere come vanno le operazioni di recupero agli altri campi? Mi sarei aspettato molta più affluenza.»
«Concordo con la sua valutazione.»
«Vorrei suggerire una ricerca coordinata. È possibile che gli ordini non siano stati recepiti da tutti i dispersi.»
Ci fu una breve pausa, quasi che dall’altra parte dell’apparecchio il Tenente stesse ponderando la sua richiesta. «Negativo» disse però Sonia un attimo dopo. «Mantenga la sua posizione e mi informi se avvista altre squadre. Chiudo.»
«Comunicazione interrotta, signore» confermò Hains.
Mabel prese un bel respiro.
Si sarebbe aspettato che Sonia approvasse la sua idea. Per come erano disposte le loro postazioni, i campi 13, 14, 16 e 19 avrebbero potuto condurre un’operazione di ricerca ordinata su tutto il versante ovest in un lasso di tempo relativamente breve. E il Tenente Sonia non era uno stupido.
«Continui a monitorare tutte le frequenze» disse ad Hains. «Mi avvisi di qualunque anomalia.»
«Sarà fatto, signore.»
Mabel tornò all’aperto.
Caspita se faceva freddo! Non si trovava su un pianeta così freddo dai tempi del suo primo addestramento su Ber.
Si massaggiò istintivamente la ferita alla gamba, gli capitava di farlo ogni qual volta ripensasse a quegli anni e scopriva sempre di farlo con nostalgia. Bera… chissà che fine aveva fatto? Non aveva più avuto sue notizie.
Fece il giro delle vedette e tutte segnalarono che non c’erano movimenti. Perché si sentiva così inquieto allora? Era stato il rifiuto del suo superiore?
«Sembra che hai visto un fantasma, Tenente» gli disse Donaug quando gli si avvicinò. I superstiti stavano cominciando la salita. «Ehi. Tutto bene?»
Donaug non usava mai quel tono confidenziale con lui, tranne quando erano fuori servizio.
Vede che sono preoccupato… comprese Mabel. «Non capisco i nostri ordini» gli confessò, abbastanza a bassa voce da non essere sentito dagli altri.
«A volte gli ordini sono strani» disse Donaug.
«Non così tanto.»
«Ne vuoi parlare?»
Non avrebbe dovuto farlo, una delle prime regole era di non dare mai troppa confidenza ai sotto-ufficiali e agli uomini. Ma Donaug era pur sempre Donaug.
«Perché non ci permettono di andarli a cercare, secondo te?»
«Non saprei. Forse perché non vogliono che disperdiamo le forze.»
«Questo poteva essere un buon motivo prima che raggiungessimo la superficie. Ora siamo qui e abbiamo mappato il terreno, sapremmo come muoverci. Troveremmo molti più superstiti e molto più in fretta.»
«Allora magari sono solo degli stronzi» commentò Donaug con una risatina. «Che si divertono a farci gelare un po’ il culo.»
Era possibile. Eppure…
«Meteora
Mabel e Donaug alzarono gli occhi nello stesso momento. Il globo infuocato stava scendendo rapidamente e per un attimo Mabel temette che avrebbe centrato in pieno la loro postazione. Sembrava di piccole dimensioni e si lasciava dietro una lunga scia nera.
«Cadrà nel canalone» disse Donaug, armeggiando con i comandi del visore. «Poco dietro i nostri amici a piedi, non dovrebbe fare danni…»
Non era stata riportata attività meteoritica nei dati della missione, perciò era probabile che fosse una navetta da sbarco o un caccia precipitato.
«Riesci a capire se è dei nostri?» chiese Mabel.
«Impossibile dirlo, signore. Dovremo aspettare che impatti per andarlo a controllare.»
«Dovrò chiedere autorizzazione. Vado ad avvisare il comando.»
Il gruppo di fuggiaschi si stava dando da fare per sfuggire alla meteora, probabilmente sprovvisti di un casco telemetrico per giudicarne la traiettoria esatta. Mabel stava per entrare di nuovo nella tenda delle comunicazioni per dire ad Hains di passargli di nuovo il Campo 1, ma quando la meteora impattò qualcosa lo trattenne. Rimase fermo con il lembo della tenda sollevato in una mano, guardando la spirale di fumo che si andava dissolvendo.
Ma che cazzo…?
Raggiunse di nuovo Donaug, che stava osservando col visore. «Perché non è esplosa?» chiese.
«Non lo so, signore. Forse aveva finito il carburante.»
Molto improbabile, pensò Mabel.
Aspettarono che il fumo si diradasse. Ora i superstiti si erano fermati e stavano tirando il fiato, osservando il punto d’impatto, probabilmente anche loro si erano stupiti di non aver sentito il frastuono dell’esplosione. Era come se l’oggetto in caduta si fosse conficcato nel terreno invece che sbatterci contro. Cazzo, a quella velocità solo l’impatto avrebbe dovuto produrre un’onda d’urto notevole!
Fumo e piccoli detriti si depositarono, rivelando una massa informe dagli strani colori. Non era una navetta e non era un caccia… il sangue nelle vene di Mabel si gelò.
«Ma che… che cazzo…» Era Donaug. Continuava a muovere la bocca ma l’unica cosa che ne usciva era un ripetuto “che cazzo”
Nel silenzio totale che era sceso sul Campo 16 si udì all’improvviso la statica della radio, e un attimo dopo Hains uscì dalla tenda delle comunicazioni di corsa.
«Signore! Signore! Il Tenente Sonia manda a dire che siamo sotto attacco! Ci ordina di tenere la posizione il più a lungo possibile.»
Poi anche lui vide cosa c’era oltre le difese del campo e la mascella gli si pietrificò.
«Signore! In alto!»
Allora Mabel alzò lo sguardo e le vide: centinaia, migliaia di meteore; una pioggia infuocata nel cielo limpido di Vidàlo III, come un’apocalisse. Sapeva cosa stava vedendo, lo seppe subito, e qualcosa dentro di lui si riscosse.
«Posizioni di combattimento!» tuonò. «Trecentosessanta gradi! Dobbiamo difendere le salite!» Corse al parapetto improvvisato in cima alla salita principale. «Ehi voi!» urlò ai superstiti ancora ai piedi della scarpata. «Datevi una mossa se ci tenete alla pellaccia! Muoveteviii
Non era sicuro che l’avessero sentito, ma mentre i suoi uomini correvano a eseguire gli ordini vide che quelli di sotto si stavano precipitando su per la salita. Alzò un po’ gli occhi sulla cosa che era piovuta dal cielo e gli si attanagliarono le viscere: si stava muovendo. Dapprima solo una massa scura indefinita, poi un corpo vagamente insettiforme munito di piccole gambe e lunghissimi tentacoli scavalcò il masso che lo aveva parzialmente nascosto, rivelandosi in tutto il suo viscido orrore.
Clang… il rumore di un fucile che cadeva a terra. I suoi uomini stavano per essere presi dal panico.
«Mantenete la calma!» urlò, anche se l’unica cosa che aveva voglia di fare in quel momento era scappare a gambe levate.
Andò da Donaug, ma il suo amico sembrava in stato catatonico. Gli diede un pugno alla mandibola abbastanza forte da farsi male. «Donaug!» gli occhi del Caporale finalmente tornarono a fuoco. «Mantieni in riga gli uomini, dannazione! È un ordine
«S-sì, signore.»
Ora tutt’attorno piovevano degli oggetti più piccoli, alcuni dei quali si frantumavano a contatto col terreno.
«E dimmi che cazzo sono quelle cose!»
«Uova, signore…» Un giovane soldato, non doveva avere più di sei mesi di esperienza sul campo.
«Come dici, soldato?»
Teneva il fucile abbassato, come se si fosse dimenticato di averlo, e guardava dritto davanti a sè con la bocca aperta. «Sono uova giganti. Guardì, si schiudono!»
Mabel guardò meglio e vide che il ragazzino aveva ragione. Le meteore altro non erano che delle grosse uova, simili a quelle di struzzo ma grandi più di una persona. Quelle che si schiantavano schizzavano tutt’attorno un’icore violacea, che cominciava a fumare, ma la maggior parte resistevano all’impatto e, Mabel vide con sgomento, cominciavano subito a creparsi e a vibrare, come scosse dall’interno.
La prima delle uova integre si ruppe.
Ne uscì una cosa che non era un insetto, non del tutto. Sembrava uno scorpione, ma aveva tre paia di braccia che terminavano in grosse pinze, e tante piccole gambe che lo spingevano; la testa era piccola e triangolare e sembrava ricoperto da uno spesso carapace.
I primi alieni sciamarono verso i superstiti, che erano ancora a metà della salita, e non sembravano affatto rallentati dalle insidie del terreno.
«Fuoco!» urlò Mabel a squarciagola. «Sparate, cazzo! Sparate a quelle cose! Aprite il fuoco
Per un terribile istante sembrò che non dovesse accadere nulla, che i suoi uomini fossero troppo paralizzati dal terrore per premere i grilletti, ma poi partì una scarica, era il giovane soldato che aveva risposto a Mabel, e centrò in pieno una di quelle cose, facendola esplodere e ruzzolare giù dalla scarpata, un attimo prima che agguantasse il piede di uno dei fuggiaschi. Un istante dopo un uragano di proiettili si riversò sulle creature aliene, respingendo l’ondata e inondando le rocce del canalone di icore fumante.
«Correte!» urlò Mabel ai fuggiaschi.
Quelli non se lo fecero ripetere. Raddoppiarono gli sforzi per arrivare in cima mentre altre uova si schiudevano e vomitavano fuori altri insetti. Erano centinaia…
Mabel si costrinse a fermarsi. Doveva pensare a qualcosa.
«Signore, arrivano!»
Donaug… aveva bisogno di Donaug!
«Vai a controllare gli altri lati!» gli urlò Mabel. «E di’ agli uomini di impostare i fucili su semiautomatico, non dobbiamo finire le munizioni! E crea delle dannate linee di ricarica, subito!»
«Sissinore!»
Mabel si portò sulla murata principale e imbracciò anche lui il fucile. «Prendeteli di mira uno per uno! Semiautomatico! Fuoco di copertura sui superstiti. Fuoco! Fuoco
Ricominciarono a sparare. Gli alieni ora sembravano infiniti, un mare che si riversava su per la stretta salita. I fuggiaschi erano quasi arrivati.
Mabel scese dalla murata e raggiunse le postazioni dei cecchini. «Prendete di mira le uova» ordinò. «Dobbiamo farle fuori prima che si schiudano. Calibri pesanti!»
Quelli obbedirono e le uova ancora chiuse nel canalone cominciarono a saltare per aria in tante piccole fumate di melma viola. Anche così però gli insetti alieni erano tantissimi…
Donaug tornò riferendo che sugli altri lati la situazione stava peggiorando.
«Prendi metà dei cecchini e portali su quel versante» gli disse Mabel, «e prendi la seconda squadra.»
«Non rimarrete troppo pochi su questo lato?»
«Conto sui rinforzi!»
Donaug salutò e corse a eseguire gli ordini.
In quel momento le barricate si aprirono e Mabel corse incontro agli uomini che erano appena arrivati, stremati e terrorizzati. «Chi comanda di voi?» gridò al primo che gli capitò a tiro, un soldato brizzolato che si stringeva il costato con una mano.
«Io, temo» disse questi con una smorfia di dolore. «Soldato Sottervach. Il Sergente è morto, il Caporale anche e non ci sono capisquadra. Io sono il più anziano del gruppo.»
«Siete armati?»
«Quasi tutti, signore.»
«Feriti?»
«Solo uno, a parte me. Ma ce la faccio, signore.»
«Prendete posizione sulla barricate. Fuoco di sbarramento. Chi non ce la fa alle ricariche. Hains!»
«Signore?»
«Prendi i fucili di riserva e arma tutti quelli che puoi.»
«Subito, Tenente!»
Sottervach stava già dando ordini ai suoi e fortunatamente sembrava che ci sapesse fare. «Cosa sta succedendo qui, signore?» chiese quando anche l’ultimo dei suoi fu in posizione.
«Invasione aliena, non so altro purtroppo» gli rispose sinceramente Mabel. «Dobbiamo tenere la posizione, è tutto. Pensate di farcela?»
«Non abbiamo scelta, giusto?»
«Temo di no.»
«Lo immaginavo.»
«Signore
Mabel si issò di nuovo al richiamo della vedetta. Cazzo…
Il primo alieno, quello che non era uscito da un uovo, era ai piedi della scarpata e aveva cominciato a salire. Non poteva essere più corto di dodici metri e quei tentacoli presto avrebbero raggiunto le barricate. Era crivellato dai fori dei proiettili, ma non sembrava risentirne.
«Dove sono quelle cazzo di rutta-ferro?» gridò, anche se ormai aveva l’impressione che quella voce non fosse più la sua. «E voi non sparate a quella cosa, concentratevi su quelli piccoli!»
«In arrivo signore!»
Il caposquadra dell’artiglieria leggera era un buon soldato, uno di quelli su cui potevi contare. Si trascinò dietro quattro uomini terrorizzati che a coppie trasportavano le uniche armi di grosso calibro in dotazione al plotone. Erano dei semplici tubi di metallo, progettati per scagliare pallottole di uranio impoverito di quattro chili di peso. Dovevano essere manovrati da due persone ed erano forse l’arma più ignorante e becera di tutto l’arsenale, ma quando decidevi che volevi spaccare qualcosa per davvero…
«Mirate a quello schifo» ordinò Mabel. «Tiratelo giù a costo di finire le munizioni!»
«Bocca uno, pronta!» gridò uno dei soldati, quello incaricato di caricare il colpo, dando una pacca sull’elmo di quello che reggeva la bocca di fuoco.
«Bocca due, pronta!»
«Al mio segnale» rispose il caposquadra.
Ci fu un lunghissimo momento di attesa, rotto solo dal rumore dei fucili che continuavano a falciare gli insetti che si avvicinavano sempre più pericolosamente. Poi l’alieno enorme fece perno su due dei tentacoli e si issò in altezza, come se volesse saltare e schiantarsi sul Campo 16.
«Bocca uno, fuoco!»
Il proiettile partì, col rumore di due veicoli corazzati che grattano uno sull’altro, e colpì in pieno l’abominio creando una fontana di icore nera e marrone.
«Bocca due, fuoco!»
Anche il secondo proiettile fece centro e la cosa vacillò, perdendo l’appoggio di parte delle sue gambe e scivolando all’indietro.
«Ricarica!» tuonò il caposquadra.
I caricatori erano già all’opera. La bocca uno fu la prima, seguita un attimo dopo dalla due.
«Aspettate che si rialzi!»
Il mostro si stava contorcendo, in evidente mancanza di equilibrio. Sembrò ritrovarlo per un attimo e la sua testa, o almeno quella parte della massa informe che si poteva supporre corrispondesse alla testa, sembrò fissarli. Poi uno dei tentacoli schioccò come una frusta e improvvisamente il caposquadra non c’era più, senza un grido. Il suo corpo volò silenzioso, oltre il campo.
«Fuocooo!» urlò Sottervach.
Forse scossi dalla sua voce o forse per riflesso istintivo, i due soldati incaricati delle rutta-ferro spararono all’unisono. I proiettili colpirono l’abominio proprio nel centro del suo corpo spaventoso e l’impatto fu tale da scagliarlo indietro.
Si sentì un agghiacciante rumore di carapaci e gusci che venivano schiacciati quando il corpo enorme si schiantò di nuovo nel canalone, dove smise di muoversi, vomitando melma colorata.
Ci fu un brevissimo attimo di silenzio in cui tacquero perfino i fucili. Poi un urlo rabbioso si levò dalla murata del Campo 16. Donaug e Sottervach ricominciarono a sbraitare ordini e la carneficina ricominciò.
Mabel corse alla tenda comunicazioni. «Hains! Devo parlare con Sonia. Trova il modo di mettermi in contatto.»
«Ci sto già provando, signore, ma non ottengo risposta.»
«Continua. Voglio sapere quando ci porteranno fuori di qui.»
Uscì di nuovo. Sembrava che per ora riuscissero a tenere, ma quanti alieni dovevano ancora arrivare? Guardò in alto e gli sembrò che la pioggia di uova infuocate fosse diminuita.
«Signore!» era il caposquadra dei cecchini. «Signore, stiamo finendo le munizioni!»
«Anche da questa parte siamo a corto!»
«Signore, la barricata cede!»
«Signore, ci stanno assalendo da tutti i lati!!»
Inferno. Se mai era esistito l’Inferno di cui parlava quel vecchio libro dell’Antica Terra da cui prendevano tutte le loro imprecazioni, era questo.
«Signore!» era Donaug, aveva una striscia di icore viola spalmata sulla faccia e sembrava che non muovesse più il braccio sinistro. «Signore, siamo completamente circondati. Ci servono rinforzi su questo lato o tra poco sfonderanno.»
Ma non c’erano rinforzi. Non c’era niente.
«Hains! Devo parlare con il Tenente Sonia, adesso
Hains capitombolò fuori dalla tenda comunicazioni. «Signore, il Tenente Maggiore Sonia manda a dire che la sua postazione è circondata e che presto gli alieni sfonderanno dal lato sud. Non ci possono aiutare.»
«Rinforzi via aria?»
«Nessuno signore. Temo abbiano perso i contatti con la flotta.»
Inferno.
«Che cosa facciamo, signore?»
Perché guardavano lui? Cosa poteva saperne?
«Signore…?»
Heins stava tremando. Mabel non lo aveva mai guardato bene, ma ora si accorgeva che era più giovane di lui, quasi tutti lo erano in quel plotone. Ragazzi appena usciti dai campi di addestramento, non più di venti o venticinque anni standard. Guardavano a lui perché speravano che sapesse cosa dovevano fare. Pazzi…
«Prendi un fucile, Hains. Segui Donaug sulle barricate e spara a tutto quello che vedi.»
«S-sì, signore!»
Da dove veniva quella tranquillità, quella pace? Mabel era da solo in mezzo all’inferno, e sorrideva. Il lato sud…
Entrò nella tenda comandi a rotta di collo e strappò le mappe dal muro improvvisato. Mostravano tutto il territorio e dei cerchi blu indicavano le posizioni dei campi. Il Campo 1 era vicino, sul punto più alto su cui il Tenente Sonia era riuscito ad accamparsi, a sud guardava verso una conca molto larga che in questo momento era sicuramente invasa dagli alieni. Guardò la loro posizione. La conca davanti a loro puntava a sud-ovest, lontano da Sonia e dal suo campo, ma c’era un canalone che risaliva il promontorio, in direzione nord. Scalando quello si guadagnava una stretta forcella e da lì si poteva scendere sul lato sud del Campo 1, se la strada fosse stata libera avrebbero potuto attaccare gli alieni alle spalle, cogliendoli completamente di sorpresa. Una pazzia… e per realizzarla avrebbero dovuto lasciare qui parte del plotone originario, a coprire la ritirata.
Mabel uscì dalla tenda comandi e corse alla barricata principale. Da dove veniva quella calma glaciale? Gli era mai appartenuta?
«Sottervach!»
L’anziano soldato lo raggiunse. «Qui si mette male, Tenente» confermò. «Spero che lei e i suoi abbiate un piano di riserva.»
«Prepari gli uomini a muoversi. Prendete solo le armi e le munizioni.»
«Sissignore.»
«Se dovesse succedermi qualcosa avrà lei il comando, i suoi ordini sono di raggiungere il Campo 1 e il Tenente Sonia a qualunque costo, qui» disse mostrandogli le mappe.
«Non sarà facile salire e ci saranno alieni dappertutto!»
«Vero, ma è sempre meglio che morire qui come topi.»
«Concordo, signore.»
In quel momento arrivò Donaug trafelato. «Non ce la facciamo Mab, hanno quasi sfondato!» era stravolto e coperto di sangue e di icore violacea da testa a piedi.
Calma… ghiaccio…
«Dovete resistere.»
«S-signore…?»
«Usate tutto quello che avete. Combattete all’arma bianca se serve. Dovete guadagnare più tempo possibile mentre noi cerchiamo di raggiungere Sonia attraverso i canaloni.»
Ci fu un attimo in cui i loro occhi si incontrarono e Mabel seppe che Donaug era sempre stato il più coraggioso fra i due. Il suo amico si batté il pugno sul petto, come avrebbe fatto un soldato dell’antichità pre-spaziale bardato in armatura di ferro. «Sarà fatto signore. Scateneremo l’inferno!»
«Donaug…»
Non cedere… non ora…
«Vai, Mab. È giusto che abbia tu la possibilità di salvarti. Tu sei migliore di me. Sei il migliore di tutti. Vai!»
Sì… sì, doveva andare. Si girò e non si voltò.
«Sottervach!»
«Pronti al suo comando, signore!»
«Andiamo, Sergente.»
Mabel lo capì in quel momento dall’ordine con cui aveva disposto le difese e dal modo in cui tutti sembravano già abituati a obbedirgli. Chissà perché si era presentato come un semplice soldato? La sua linea di difesa era migliore di quella che Mabel aveva posizionato, più compatta e più resistente, tanto che non avevano ancora subito perdite e avevano fatto mambassa dei nemici che avevano cercato di raggiungere la barricata.
«Fuoco di sbarramento!» urlò Sottervach. Una scarica quasi simultanea spazzò la salita abbattendo dozzine di insetti. «Buttate giù quella murata!» Ci fu il botto delle cariche che esplodevano e il muro protettivo cadde all’infuori. «Avanzare!»
Quasi venticinque uomini si riversarono giù per la discesa, in formazione serrata. Quelli al centro tenevano i fucili puntati in alto per abbattere i nemici sopraelevati, gli altri sparavano all’impazzata per spianare la via verso il canalone.
Anche così non era facile. Ne avevano uccisi a centinaia ormai ma sembravano non finire mai. Si gettavano su di loro dalle rocce e gli uomini inciampavano sui loro corpi disseminati o scivolavano sulla melma viola che quegli esseri avevano al posto del sangue. All’improvviso il soldato accanto a Mabel perse letteralmente la testa, un attimo era accanto a lui e sparava verso l’alto, l’attimo successivo sopra le sue spalle non c’era più niente.
«Non fermatevi! Non fermatevi, accidenti a voi! Avantiii!» urlava Sottervach.
Mabel alzò il fucile, sparò, e la cosa che si era mangiata la testa del suo soldato esplose in una nuvola viola e brandelli di carapace, poi finalmente arrivarono al termine della discesa.
«Avviciniamoci a quel lato» urlò Mabel. «Attenti alle fessure!»
«Muoversi!» tuonò Sottervach.
Mabel, in cuor suo, non si era aspettato che funzionasse. Sapeva che in qualche modo avrebbero vinto la discesa, se non altro per inerzia, ma aveva creduto che la loro impresa eroica sarebbe finita in quella gola, circondati da ogni lato e fatti a brandelli da orde di alieni mostruosi che non sembravano provare dolore o badare alle perdite.
Invece, una volta guadagnato lo spazio aperto, la pressione su di loro si allentò.
Il nemico era tutt’attorno, ma si nascondeva dietro ai massi più grossi, tentando di rallentarli con delle brevi e sanguinose sortite e ritirandosi in fretta. Sottervach dovette ordinare agli uomini di risparmiare le munizioni perché ora la maggior parte dei colpi andava a vuoto.
Il plotone di Mabel, quello che ne rimaneva, si allargò in un cerchio irregolare sotto le indicazioni insistenti di Sottervach e cominciò a muoversi, sparando solo quando gli alieni si avvicinavano troppo, come un porcospino con gli aculei ritti che sa di non poter uccidere il predatore ma spera che la sua arcigna difesa basti a deviarlo verso prede più facili.
Mabel trovò il punto indicato sulle carte e segnalò a Sottervach di fermarsi.
«Dobbiamo salire qui?!»
Era praticamente una scalata. Gli uomini non avrebbero potuto usare le armi mentre salivano e nessuno poteva sapere cosa avrebbero trovato lì sopra. Un follia…
«Trovi il modo, Sergente.»
«Signorsì!»
Erano totalmente nelle mani di Sottervach. Il Sergente abbaiò degli altri ordini e gli uomini formarono un semicerchio difensivo attorno alla base della loro via di fuga.
«Se là sopra ci sono alieni siamo finiti.»
«Abbiamo ancora i cecchini?» urlò Mabel.
«Sì, signore» rispose una voce dietro di lui. «Soldato Balix!»
«Solo tu, soldato?»
«Sì, signore!»
«Cerca di tenere d’occhio quelle sporgenze e copri i primi scalatori. Sottervach! Cominciamo a salire.»
«In coppie!» urlò il Sergente. «Voi due per primi, forza
I primi due soldati si misero i fucili a tracolla e si lanciarono su per la ripidissima scarpata, scivolando e imprecando. L’addestramento per fortuna prevedeva situazioni del genere, anche se Mabel temeva che per lui fosse passato ormai troppo tempo.
Sottervach aspettò che i due fossero a metà salita e poi ordinò alla seconda coppia di iniziare.
«Se si accorgono di cosa stiamo facendo siamo fregati» gli disse dove gli altri non potevano sentire. «Questi cosi scalano la roccia molto più facilmente di noi.»
Aveva ragione, ma per ora non sembrava avessero afferrato o anticipato la manovra degli umani.
«Hanno dei punti deboli, a quanto pare» disse Mabel. «Per esempio non sono molto furbi.»
Si era aspettato di essere rimbeccato dall’anziano Sergente, ma tutto ciò che Sottervach emise fu un grugnito di assenso, prima di tornare a sbraitare ordini.
I primi due arrivarono in cima e segnalarono che non c’erano nemici, al che Sottervach accelerò le operazioni di scalata, mandando avanti fino a tre coppie contemporaneamente.
Gli alieni nel canalone ora si erano fatti più aggressivi, probabilmente notando che i soldati alla base della salita erano ormai pochi.
«Fuoco di copertura!» sbraitò Sottervach verso quelli in alto.
Ora fra loro c’era anche Balix, l’ultimo cecchino, che da quella posizione sopraelevata poteva fare molti più danni che non dal centro dello schieramento.
«Tocca a lei, Tenente.»
«È sicuro?» Mabel aveva imbracciato il fucile e stava dando una mano ai pochi rimasti di sotto.
«La seguirò subito, non si preoccupi. Qua sotto non può fare più niente e lei deve restare vivo.»
Era vero. Dannazione, era vero!
Mabel butto il fucile in spalla e si diede alla scalata. Trovò facilmente gli appigli già usati dagli altri e anche se i muscoli cominciarono a bruciare come ferri roventi non si fermò. Gli pareva di aver scalato per una vita quando una mano lo agguantò per la spalla e lo issò al riparo di un masso piatto.
«Grazie, soldato.»
«Di niente, signore!»
Era uno dei suoi, un certo Goromi, di un qualche sistema fuori mano.
Mabel guardò giù e vide che Sottervach e gli ultimi soldati si stavano accingendo a cominciare la salita. Ma in quel momento gli alieni attaccarono. Come rispondendo a un unico segnale uscirono tutti allo scoperto e caricarono la parete.
«Fuoco di copertura!» urlò Mabel «Non risparmiate niente!»
L’uragano di proiettili falcò gli alieni, ma non riuscì a fermarli tutti. Alcuni dei soldati, presi dal panico, ignorarono gli ordini di Sottervach di mollare i fucili e continuarono a sparare, finché non vennero raggiunti. Mabel vide il rosso del sangue schizzare e sentì le urla, perfino al di sopra del frastuono delle armi automatiche.
Non c’è tempo… non c’è tempo… guardati attorno!
Notò con sgomento che ora gli alieni stavano salendo i lati, agili come ragni. «Attenti ai lati. Abbatteteli tutti!» gridò imbracciando di nuovo il fucile e cominciando anche lui a sparare.
Balix il cecchino aveva scelto un ottimo punto per massimizzare l’efficacia della sua arma e ogni suo colpo era un insetto che precipitava nel vuoto, ma era troppo esposto. Uno degli alieni, sfuggito al fuoco dei soldati di Mabel, improvvisamente spuntò davanti a lui. Le sue chele si strinsero attorno alla vita di Balix e con uno scatto secco lo spezzarono in due; Mabel non lo sentì nemmeno gridare.
Intanto però Sottervach aveva raggiunto la vetta e stava aiutando l’ultimo sopravvissuto a completare la salita.
«Retrocedere!» ordinò Mabel.
Il plotone, ormai erano meno di quindici, cominciò a ritirarsi lungo la cresta naturale che attraversava il rilievo roccioso. Uno di loro scivolò e cadde, fracassandosi la testa e il corpo fra le rocce aguzze.
«Avanti!» urlò Mabel. «Non ci fermiamo.»
Fu una corsa. Scapparono, braccati dagli alieni che cercavano continuamente di circondarli, ma la disciplina e le urla di incitamento di Mabel e di Sottervach permisero alla formazione di non disintegrarsi. Procedettero per parecchi, interminabili minuti, con le scorte di munizioni che andavano rapidamente esaurendosi, poi finalmente l’avanguardia segnalò che erano arrivati alla fine del percorso. Mabel si affrettò a raggiungerli, seguito da Sottervach.
Erano sull’orlo di un ripido ghiaione che guardava in un’altra conca di roccia, più larga di quella da cui erano usciti, e sull’altro lato della quale stavano le barricate del Campo 1.
Lo spazio sottostante era letteralmente invaso dagli alieni, sia vivi che morti. Sembrava che ce ne fossero stati due di quelli più grossi, ma gli uomini di Sonia li avevano abbattuti entrambi. Ora erano asserragliati dietro le barricate e si difendevano come leoni in trappola. La salita che portava al Campo era completamente infestata. Sembrava però che gli alieni di sotto non si fossero ancora accorti di Mabel e del suo plotone di pazzi eroi.
«Che facciamo, signore?» chiese Sottervach.
Era ferito, notò Mabel. Aveva un taglio alla mandibola e zoppicava vistosamente. Gli sorrise. «Quello per cui siamo venuti, Sergente.»
Sottervach gli rivolse un ghigno feroce. «Uomini con me!» sbraitò. «Si va a fare il bagno di insetti!»
«Al mio segnale» gridò Mabel.
Si sentì il suono, stranamente confortante, dei fucili che ricaricavano.
«Uno… due… caricaaa
I soldati si lanciarono giù dal ghiaione correndo all’impazzata, senza più badare agli alieni che arrivavano da dietro. Mabel si unì a loro, ormai non c’erano più ordini o disciplina: dovevano farsi strada fino alle barricate del Campo 1 o morire provandoci.
Gli alieni, curiosamente, reagirono con estrema lentezza, quasi non si fossero nemmeno accorti di essere stati attaccati. Gli uomini di Mabel si aprirono la strada fra loro come una sega nel formaggio fino a metà della conca, sparando in tutte le direzioni, finché la loro inerzia non si esaurì.
«Tutti in cerchio!» urlò Sottervach. «Sparate finché avete munizioni, poi si va al coltello!»
Ci fu un ruggito di assenso da parte dei sopravvissuti che scosse Mabel fino alle ossa, anche lui aveva partecipato. Spararono, spararono e spararono, falciando alieni. Finché il fucile di Mabel non fu del tutto scarico e le sue scorte di munizioni esaurite.
Un alieno gli saltò addosso, aprendo le mandibole. Mabel urlò e gli si gettò contro. Ci fu un impatto.
I dintorni erano sfocati. Mabel era a terra e non riusciva a rimettersi dritto: c’era un peso che lo impediva e non ci vedeva bene. D’un tratto sentì aria sulla faccia, calda e intensa: lo sfiato di un propulsore. Ora era stata un’esplosione?
Sentì delle braccia che lo tiravano e lo trascinavano. Fu issato da qualche parte, poi un forte colpo inerziale, come di un decollo rapido.
«Tenente! Tenente, mi sente?»
Sottervach…
«Guardi la mia mano!»
Mabel obbedì, non sentiva più il suo corpo.
«È cosciente!» gridò qualcuno. Mabel però non capì di chi si trattasse.
Un fortissimo odore alle narici mandò un lampo di agonia al suo cervello, svegliandolo di colpo.
Si alzò a sedere di scatto, scosse la testa e per poco non cadde di nuovo. Sottervach lo trattenne.
Erano su un aeromobile militare, una navetta da sbarco ma diversa da quelle a cui era abituato.
«Ce l’abbiamo fatta Tenente!» gli disse Sottervach. «Lei e il suo piano diabolico ce l’avete fatta, cazzo!»
La flotta. La flotta era venuta a prenderli. Si erano salvati.
Donaug…
Mabel scoprì di non riuscire a odiarsi per quello che aveva fatto, il sollievo di essere ancora vivo era troppo grande. Lasciò che Sottervach lo aiutasse ad adagiarsi su un sedile imbottito e gli allacciasse le cinture, poi pianse.

Nave ammiraglia della flotta federale Artorius in orbita attorno al pianeta Porlanto, Ammasso della Vergine, anno stellare 12.508

Il Tenente Maggiore Mabel Adasco, di recente promozione, entrò a passo lento sul ponte strategico della Artorius, dove tutti i maggiori ufficiali stavano tenendo riunione.
Il vascello era una fortezza. Tanto grande che manteneva un’intera sezione a gravità simulata senza disturbare le attrezzature di volo e gli armamenti, questi ultimi mantenuti in stato di costante allerta nel caso gli alieni avessero deciso di invadere il sistema. Questa possibilità era ritenuta assolutamente improbabile dal nuovo Consigliere Tattico Speciale, giunto da poco nell’Ammasso della Vergine e di cui Mabel non conosceva ancora il nome, ma l’Ammiraglio Miranda, evidentemente, non si fidava ancora molto del suo giudizio.
Porlanto era un pianeta militare, unico satellite attorno a un piccolo sole giallo del sistema che portava lo stesso nome, e benché l’atmosfera non fosse adatta alla vita umana era stato pesantemente colonizzato e industrializzato, sia in superficie che al di sotto, per via delle sue immense risorse minerarie ed energetiche; inoltre l’EFI manteneva una presenza costante sia in superficie che in orbita, in aggiunta alle già spaventose difese planetarie. Un pianeta Fortezza, alcuni dicevano, anche se quel termine non era ancora entrato nel vocabolario universale.
Nel frattempo… quattro anni di guerra ininterrotta non avevano portato grossi cambiamenti: gli Alieni controllavano Vidàlo, infestato dopo la disastrosa sconfitta a cui Mabel aveva preso parte, e mantenevano una costante presenza nei sistemi di Iacos e Merìda, mentre l’EFI difendeva ancora Taìna, che ospitava ben due pianeti di classe T, e lo stesso Porlanto, fondamentale per la sua vicinanza al baricentro gravitazionale dell’ammasso e ultimo baluardo nel caso di una totale ritirata. C’erano state vittorie e sconfitte, ma il risultato finale era uno stallo, mantenuto a caro prezzo.
Dopo le prime, disastrose batoste l’EFI aveva imparato a respingere efficacemente gli attacchi degli Insetti: le uova che contenevano gli “spaccacroste” (era quello il gergo in voga fra i soldati) e che venivano catapultate come meteore sulle superfici dei pianeti venivano fatte esplodere prima che toccassero il suolo con un efficace sistema di contraerea, mentre i cannoni Nova erano in grado di tenere le “bomborotte”, le gigantesche astronavi organiche che gli Alieni usavano per navigare lo spazio, abbastanza lontane dai pianeti da non essere un pericolo.
Però, quando gli Alieni riuscivano a infestare un sistema, e ci erano riusciti duranti i primi mesi dei loro assalti, era del tutto impossibile sradicarli.
Affrontare una bomborotta o più di una nello spazio era un’impresa suicida: i missili ad antimateria non producevano danni sufficienti e avvicinarsi abbastanza da usare i laser era impossibile. Quei cosi non avevano armi nel senso stretto del termine, ma le loro propaggini tentacolari, a volte lunghe decine di chilometri, potevano fracassare facilmente perfino un vascello delle dimensioni della Artorius, e i missili a lungo raggio incontravano sempre una barriera di icori organiche che ne confondevano i sistemi di puntamento e arrivavano addirittura a inglobarli togliendo tutta l’energia ai loro circuiti interni. I piloti di caccia spaziali, i migliori, erano in grado di penetrare le difese esterne delle bomborotte con abili e pericolosissime manovre e scaricare i loro missili nei pori e nei pertugi del carapace esterno, producendo ingenti danni. Ma se questo poteva aiutare a difendere un sistema da un attacco esterno difficilmente sarebbe bastato ad abbattere decine di bomborotte già in orbita attorno a un pianeta. A tutto questo si aggiungeva il fatto che assaltare un pianeta infestato, ammesso di superare le difese orbitali abbastanza a lungo da far sbarcare la fanteria e i veicoli corazzati, era una totale follia, perché gli Alieni, se avevano avuto la possibilità di mettere radici, avevano una mobilità e una forza d’urto talmente superiori e dei numeri talmente elevati che una qualsiasi forza invadente sarebbe stata travolta nel giro di poche ore.
Per farla breve, nessuna delle due parti era in grado di scalzare l’altra dai sistemi che aveva scelto di difendere e non sembrava che la situazione fosse destinata a cambiare nell’immediato futuro.
Ora però era arrivato un Consigliere Strategico Speciale, un Colonnello dell’EFI, che aveva portato con sé nuove informazioni e nuove armi e che prometteva di avere un piano per spostare l’ago della bilancia in loro favore. Alla riunione partecipavano tutti gli ufficiali maggiori, sia dell’esercito che della flotta, e quanti ufficiali da campo non fossero attualmente assegnati ad altri incarichi.
Si trattava, a memoria di Mabel, del più numeroso consiglio militare di quei lunghi quattro anni di ostilità.
«Tenente! Vedo che anche lei si sta godendo un po’ di ferie.»
Mabel si girò per trovare il Tenente Sonia al suo fianco che gli sorrideva. Si erano visti di rado dopo Vidàlo, ma ogni volta che si incontravano Sonia trovava sempre il tempo per scambiare due parole con lui. Aveva rifiutato una promozione a Maggiore, si diceva, e ora serviva nelle difese planetarie di Porlanto sotto il Comandante Mitoriani.
«Mi arrangio come posso» scherzò Mabel.
«E che può dirmi di questo nuovo Consigliere?»
«Temo di non conoscerlo.»
«Dice sul serio? Se non sbaglio provenite dallo stesso sistema…»
Mabel lo guardò stupito. Il Consigliere Strategico Speciale era originario di Teodus?
«Ammiraglio in plancia!»
Mabel si mise sull’attenti assieme alle altre cinquanta persone presenti sul ponte. Gli ufficiali non scattavano come molle come facevano i soldati, ma era comunque richiesta una certa disciplina.
L’Ammiraglio Miranda aveva settantasette anni e, secondo standard planetari, ne dimostrava una cinquantina. Aveva i capelli completamente bianchi e riempiva generosamente l’uniforme troppo stretta. Dietro di lui camminavano due assistenti, che portavano delle valigette e scortavano un uomo in uniforme con i gradi di Colonnello, un uomo che Mabel conosceva molto bene.
Non vedeva Darco dal giorno del loro primo imbarco su Teodus; alla base di Amèra erano stati divisi e da allora non aveva più avuto sue notizie. Il suo ex cognato non sembrava invecchiato di un giorno, nonostante ora dovesse avere più di quarantacinque anni standard, portava i capelli neri perfettamente pettinati e aveva il portamento energico di un trentenne, indice di un massiccio trattamento ringiovanente già in età non senile.
Gli occhi di Darco erano fissi davanti e la sua espressione concentrata, ma ad un tratto si concesse una rapida occhiata al ponte e per un breve attimo i suoi occhi incontrarono quelli di Mabel, e lui seppe che l’altro l’aveva riconosciuto.
I quattro raggiunsero l’ampio tavolo che occupava il centro dell’ambiente e i due assistenti si avvicinarono, attivando le tastiere.
«Bene, direi che possiamo cominciare» esordì l’Ammiraglio, posizionandosi a pochi metri dal Generale Onàra, comandante delle forze di terra dell’EFI e di tutta l’operazione (anche se sulla Artorius era Miranda a essere considerato il più alto in grado). «Abbiamo il piacere di ospitare a bordo una delle più brillanti menti strategiche dell’EFI, il Colonnello Darco Akònu. Abbiamo un nuovo piano di battaglia e nuovi obbiettivi. Prego, Colonnello.»
Le luci sul ponte si abbassarono leggermente e nella penombra apparve, in versione olografica tridimensionale, l’Ammasso della Vergine.
Darco si fece avanti, tranquillo e sicuro proprio come lo era stato quel lontano giorno mentre l’immagine olografica si espandeva mostrando i cinque sistemi oggetto di contesa, collegati dalle rotte sub-spaziali; quelli controllati dagli insetti erano rappresentati con un’aura rosso-viola molto scura mentre quelli di controllo umano erano azzurri e verdi.
«Grazie, Ammiraglio» esordì Darco. «Come tutti voi ben sapete, per ora gli Alieni non sembrano intenzionati a muovere in forze contro di noi e si limitano a mantenere i sistemi che già controllano, impedendoci di riprenderli; tutti i nostri tentativi di penetrare le loro difese sono finora risultati vani.» La stanza era silenziosa, non c’era molto da aggiungere. «Questa apparente situazione di stallo, però, è una trappola!»
Ci furono dei mormorii, e molti dei presenti scambiarono degli sguardi. Mabel li capiva e dentro di sé sorrideva: Darco poteva fare quell’effetto.
«Osservando la disposizione delle forze in gioco» proseguì il Colonnello, mentre la mappa olografica mostrava obbediente i vari dispiegamenti «noterete che gli alieni si comportano in maniera assolutamente atipica rispetto a qualunque forza militare conosciuta.»
Mabel guardò quello che aveva visto ormai migliaia di volte: gli Insetti tendevano ad ammassarsi attorno ai pianeti che controllavano, una volta stabilito il dominio su una zona di spazio cominciavano a chiamare rinforzi e a riprodursi sulla superficie. Gli assalti negli ultimi quattro anni erano serviti a impedire che i loro numeri aumentassero a dismisura, ma si stava rivelando un intento sempre più futile.
«Oltre a ciò che è palesemente ovvio, e cioè il sovrabbondante ammassamento di forze apparentemente sterile in un territorio già controllato, è evidente che questi alieni non hanno alcuna nozione di strategia come noi la intendiamo.»
Era vero, come tutti loro sapevano benissimo. Gli Alieni erano tanti e pericolosi ma questo sembrava essere il loro unico vantaggio tattico: non eseguivano ricognizioni, non pattugliavano il territorio e non avevano alcuna apprezzabile differenziazione nelle loro forze (c’erano solo le bomborotte e gli spaccacroste). Era come avere a che fare con un callosa e persistente muffa, che non voleva saperne di lasciarsi lavare via e continuava imperterrita a riprodursi ed espandersi nonostante i tentativi di contenerla. Era un pensiero condiviso da molti ufficiali, anche se raramente gli si dava fiato.
«Per anni ci siamo chiesti» riprese Darco quando sul ponte ci fu di nuovo silenzio «che cosa li spingesse, quali fossero i loro obbiettivi. È ovvio che non ragionano secondo logica, almeno non quella che noi concepiamo, e che non seguono alcun istinto di tipo animale (si supponeva fosse così, inizialmente, ma abbiamo presto scartato questa idea). Infine abbiamo capito che essi sono spinti da una forza ben più primordiale e che può essere osservata solo nelle forme di vita più pure e basilari: la fame. Quando si espandono si sedimentano immediatamente nel territorio conquistato e cominciano a divorarne le risorse, poi si riproducono e infine, quando lo spazio non è più sufficiente, avvertono l’esigenza di occuparne dell’altro e tornano a espandersi, travolgendo ogni altra forma di vita sulla loro strada. Si comportano allo stesso modo di un fungo, o un parassita, e sono altrettanto pericolosi.»
«Quali che siano le loro motivazioni» lo interruppe il Generale Onàra, «se avessimo abbastanza potenza di fuoco potremmo disinfestare questo sistema e risolvere il problema una volta per tutte. Lei sa dirci perché il Consiglio dei Marescialli non ci ha ancora mandato i rinforzi che abbiamo chiesto?»
«Gli ultimi quattro anni ci hanno permesso di studiare gli alieni e il loro comportamenti a fondo, Generale» disse Darco imperturbato. «Una delle cose che abbiamo capito, se mi concede il paragone, è che non si può eradicare un’infezione cutanea grattandosi con le unghie.»
«E questo che diavolo significa?»
«Che i Marescialli riconoscono il valore delle nostre ricerche e concordano nel dire che un assalto frontale di bruta forza non ci aiuterebbe a vincere questo conflitto su scala galattica. Ci costerebbe troppe risorse e troppi uomini e alla fine risulterebbe in una disfatta.»
«Perciò non manderanno nulla?»
«Hanno mandato me, Generale.»
Il Generale Onàra incrociò le braccia sul petto, lentamente. Mabel aveva sentito dire che aveva un temperamento piuttosto irascibile ed era evidente che si stava trattenendo dal rispondere per le rime.
«Inoltre» proseguì però Darco, non impressionato o forse nascondendolo molto bene, «ho portato con me i nuovi schemi di attacco elaborati dal nostro nucleo di pilotaggio e nuove armi per il bombardamento orbitale da installare sulle navi della flotta con la massima urgenza, oltre a duecento commandi delle Forze Speciali, che d’ora in poi ci affiancheranno nelle missioni planetarie.»
«Alle nuove armi non si dice mai di no, questo è certo. Ci parli dunque del suo nuovo piano, Colonnello» lo esortò l’Ammiraglio Miranda, che dei due sembrava il meno ostile nei confronti di Darco. «Io di certo sono stanco di perdere navi e uomini in futili assalti contro le fottute bomborotte e lo ascolterò con interesse.»
«Naturalmente, Ammiraglio. Come vi dicevo, questo stallo è una trappola. Ridurre i loro numeri tramite incursioni o bombardamenti è controproducente: abbiamo notato che gli Alieni tendono ad accelerare il loro ciclo riproduttivo ogni qualvolta i loro numeri vengano drasticamente e repentinamente ridotti.» Gli ologrammi mostrarono una riproduzione convincente di quanto Darco aveva appena affermato: ogni volta che le masse rosso-viola venivano intaccate in un punto, tutte quelle attorno si ingrossavano rapidamente e si moltiplicavano per chiudere la falla, risultando in un aumento complessivo dei loro numeri. «Inoltre, ogni volta che li attacchiamo hanno la tendenza a diventare un po’ più resistenti alle nostre armi e tattiche, proprio come farebbero dei batteri. Per liberare un pianeta infestato dobbiamo puntare a distruggere i loro canali di incubazione, scavati in quantità nella crosta planetaria e alimentati direttamente dal calore del mantello; questo sembra essere l’unico anello debole della loro struttura, quello che impiega il tempo più lungo a insediarsi e ad autoripararsi. Prima ancora però dobbiamo ridurre sensibilmente le loro difese esterne, attirandoli in una posizione di tale svantaggio tattico che ci permetta di annientare completamente le loro forze.»
«Giusto. Ma abbiamo già stabilito che non lo possiamo fare» interloquì il Generale Onàra.
«Sarebbe possibile, forse» lo corresse Miranda. «Se riuscissimo a schiacciarli contro le nostre difese impedendo che si ritirino. Ma finora non ci hanno mai attaccati con tale potenza, soprattutto a Porlanto dove le difese sono più forti.»
«Questo è il motivo per cui sono qui, Ammiraglio» lo rassicurò Darco mentre gli ologrammi mostravano un complicato schema di rotte subspaziali. «Riteniamo di poter prevedere un attacco alieno e le sue proporzioni, poste alcuni condizioni di partenza fondamentali.»
«Vuole dire che potete attirarli allo scoperto?»
«Crediamo di sì. Gli Alieni sembrano rispondere a dei picchi, a delle vibrazioni del subspazio che noi abbiamo sempre ignorato nella nostra ingegneria, classificandole come rumori di fondo. Ora che quelle vibrazioni sono state studiate e capite possiamo dire con certezza che vengono alterate da alcuni fattori fondamentali, non ultimo la quantità di presenza umana nelle vicinanze di un dato pozzo gravitazionale.»
«Quindi sarebbe la nostra presenza ad attirarli?» chiese il Capitano di una nave da battaglia.
«È esatto, Capitano.»
«Allora perché non sono ancora arrivati a Porlanto in forze?»
«Riteniamo che il motivo sia l’eccessiva vicinanza al baricentro gravitazionale. Gli spostamenti degli Alieni sembrano sempre seguire il percorso subspaziale più diretto e meno impervio, portandoli gradualmente dalle periferie al baricentro, mai l’opposto.»
«Taìna quindi» disse il Tenente Sonia affianco a Mabel. «Lei vorrebbe che li aspettassimo a Taìna. Invece di attaccarci dove siamo più deboli lo faranno dove siamo più forti, è questo che ci sta dicendo?»
«Questa forse è una semplificazione eccessiva, Tenente» disse Darco. «Ma per come stanno le cose ora, sì: la sua affermazione è corretta. Dobbiamo spostare una parte ingente delle nostre forze di fanteria e di supporto a Taìna.» Gli ologrammi cambiarono di nuovo, mentre Darco indicava come se fossero le sue stesse dita a spostarli. «Ma contemporaneamente mantenere buona parte della flotta a Porlanto.»
«Per quale motivo?» chiese l’Ammiraglio.
«Per avere una possibilità concreta dobbiamo permettere almeno a parte degli Alieni di infestare il pianeta. Una volta che i loro leviatani saranno abbastanza vicini diventeranno vulnerabili e i nuovi armamenti liquideranno facilmente l’infestazione terrestre.»
«Questo significa sacrificare almeno metà delle zone abitabili del pianeta» disse Onàra. «Anche ammesso di poter evacuare la popolazione il suo piano causerà danni irreparabili.»
«Faremo di tutto per limitare le perdite, naturalmente. Ma questo è l’unico modo, Generale. l’alternativa è una lenta e agonizzante sconfitta.»
«O almeno questo è quanto lei sostiene… Colonnello.»
«Perché non aspettarli a Porlanto?» si intromise prontamente il comandante delle difese planetarie, Airo Mitoriani. «Qui abbiamo quattordici batterie di cannoni Nova e un sacco di bei posticini sulla superficie dove gli Alieni avrebbero poche possibilità di sopraffarci, anche con grandi numeri. Taìna può essere evacuato.»
«E sacrificato» aggiunse qualcuno dalle retrovie.
«Meglio un pianeta che non tutti quanti!» ritorse il Comandante.
«Abbiamo valutato questa eventualità» disse Darco, alzando una mano per richiamare l’attenzione. «Abbiamo condotto infinite simulazioni e la maggior parte ci mostrano un esito disastroso. La sua idea è buona, Comandante, ma se permetteremo agli Alieni di prendere Taìna i loro numeri aumenteranno talmente tanto che qualunque cosa noi facessimo dopo non avrebbe effetto. Inoltre riteniamo che, una volta circondato il baricentro gravitazionale, gli Alieni avrebbero la possibilità di attirare rinforzi da altri settori della galassia, portandoci ad affrontare numeri impossibili. Taìna, purtroppo, è l’unica soluzione se vogliamo avere una speranza.»
Darco aveva usato un tono definitivo, a indicare che aveva concluso il suo intervento, e un mormorio si levò mentre gli ufficiali parlavano e commentavano fra loro a bassa voce. L’Ammiraglio Miranda prese di nuovo la parola e ringraziò Darco per la sua esposizione. «Valuteremo attentamente le sue proposte, Colonnello» gli disse. «Ci ha dato molto su cui riflettere.»
L’assemblea fu sciolta di lì a breve. Sonia si congedò da Mabel dicendo di aver richiesto un colloquio privato al Generale e Mabel stava per dirigersi al suo alloggio, stanco e desideroso di riposare, quando una mano lo toccò sulla spalla.
«Vediamoci dopo, ai ponti intermedi» disse Darco. «Il bar dove lavora quella lunare carina.» E se ne andò.

Mabel non ebbe difficoltà a trovare il luogo dove Darco gli aveva dato appuntamento. Era un bar di modeste dimensioni sul ponte 14 ed era gestito, appunto, da una ragazza di evidenti origini lunari, molto attraente.
La Artorius era una nave militare, pesantemente armata e con quasi duemila uomini di equipaggio (senza contare gli oltre ottomila soldati e ufficiali dell’esercito che trasportava), ma un vascello di quelle dimensioni e con tante persone a bordo non poteva essere sprovvisto di luoghi di svago e questi erano spesso gestiti da personale civile.
Darco era già lì, seduto a un tavolino solitario e apparentemente concentrato su numerosi rapporti e articoli; stava sorseggiando una bevanda che odorava di cannella.
«Davvero molto buono» commentò quando Mabel lo raggiunse. «Mi ricorda Teodus. Hai mai provato questa miscela?»
Mabel l’aveva provata, ma disse di no lo stesso e Darco gliene ordinò subito una tazza.
«Come stai Mabby? È un po’ che non ci si vede.»
Sembrava il caro vecchio Darco, non quello che aveva parlato sul ponte strategico e nemmeno quello che Mabel aveva incontrato allo spazioporto tanti anni prima, ma il Darco che si presentava con le braccia piene di regali alla festa di compleanno di sua madre, o che faceva battute oscene assieme a suo padre quando Lemma non poteva sentirli. Il tuffo nel passato fu così vivido che per un attimo Mabel non trovò l’appoggio della sedia.
«Immagino tu sia sorpreso di vedermi. Siediti, prima di fare una figuraccia davanti a Daxy.»
Daxy, la ragazza lunare, giunse in quel momento portando il tè e salutò Mabel con un sorriso un po’ imbarazzato.
«Devi essere meno rigido con lei se vuoi che si sciolga un po’» gli consigliò Darco con un sorriso quando si fu allontanata.
«Lo fanno tutti, dopo Vidàlo.» Mabel si sedette. «Non sono mai riuscito a impedirlo. Sono una specie di eroe, anche se non so di cosa. È frustrante.»
«Posso capirti. Ma sei uno degli unici due ufficiali ad aver lasciato vivo quel pianeta assieme a parte dei suoi uomini e le voci girano, specialmente quando c’è un disperato bisogno di credere in qualcosa.»
Mabel non sapeva che dire e annuì, prendendo un sorso di tè. Quello di Daxy era buono sul serio.
«Forse tu non lo sai» continuò Darco, «ma le tue gesta non sono passate inosservate nemmeno nelle alte sfere. Sei stato già promosso a Tenente Maggiore, se non sbaglio.»
«Non sbagli, ma solo di recente.»
«È ovvio. Eri alla tua prima missione da Tenente e sei un figlio di nessuno. Non avrebbero saputo come giustificare un’altra promozione in così poco tempo.»
«Credevo non mi avresti riconosciuto» disse Mabel per cambiare argomento.
Darco rise. «È vero, sei cambiato un sacco. Probabilmente non lo avrei fatto se non avessi già saputo che ti averi trovato lì dentro.»
«Ho fatto davvero tanto scalpore?» Mabel stentava a crederlo. Gli sembrava più probabile che Darco lo stesse prendendo in giro, al vecchio Darco erano sempre piaciuti gli scherzi.
«Non te ne rendi conto perché ci sei dentro fino al collo e situazioni come queste tendono a creare un certo isolamento. Immagino tu non abbia mai lasciato l’Ammasso della Vergine da quando gli Alieni lo hanno invaso.»
Mabel annuì.
«Questa guerra» gli spiegò Darco, «e in particolare la disfatta di Vidàlo, è alla ribalta delle cronache ormai da parecchio tempo. La galassia la segue con trasporto, come se si trattasse di una grande Opera spaziale, e la contesa in questo ammasso è attualmente il nodo centrale della vicenda. Ti stupirà sapere che il tuo nome compare spesso.»
«Il mio?»
«Sei l’eroe di Vidàlo, quello che ha tenuto gli Insetti a bada abbastanza a lungo da permettere alla flotta di scendere a recuperare i superstiti.»
Mabel scosse la testa incredulo. «Ho solo fatto l’unica cosa che potevo fare. Se fossimo rimasti al campo ci avrebbero travolti.»
«E sei l’unico che sia mai stato abbastanza coraggioso da guidare una carica frontale contro gli Alieni e abbastanza abile da uscirne vivo.»
«Pura fortuna, e non direi di essere stato molto coraggioso.» Ripensò a quando era salito sulla nave da sbarco, alle lacrime e ai singhiozzi. Se solo i suoi ammiratori lo avessero visto in quel momento…
«Eppure ci sei riuscito solo tu» disse Darco. «Naturalmente i Marescialli non si bevono tutte le stronzate che raccontiamo ai media, ma non significano che le disapprovino. L’EFI ha bisogno di buona pubblicità. Per ottenere fondi, capisci?»
«Suppongo di sì. In fondo i soldi per comprare tutta la roba che spariamo devono pur venire da qualche parte. Ma non credevo che i finanziamenti privati fossero così importanti…»
«Lo sono, purtroppo. Là fuori è una giungla, Mabby. Ho sempre invidiato il lavoro del soldato: semplice e lineare, nessuna scelta e nessun compromesso. Ma più sali nella gerarchia di comando e più le cose diventano complicate, specialmente se sei un misero Colonnello e tutti si aspettano che tu riesca a dare ordini a generali e ammiragli» aggiunse con una punta di amarezza.
Mabel si trattenne dal fargli notare che chi stava in basso nella gerarchia di comando era più propenso a lasciarci la pelle. Invece alzò un sopracciglio e disse: «Se non ricordo male ci siamo arruolati insieme… non ho mai sentito di nessuno che abbia raggiunto il grado di Colonnello così in fretta. E anche la tua ammissione, se non ricordo male, ha avuto circostanze insolite.»
«Al diavolo queste stronzate.» Darco fece un gestaccio, sincerandosi subito che nessuno lì al bar l’avesse notato. «Mi hanno fatto Colonnello perché “era il grado più alto che osavano dare a uno con la mia anzianità di servizio”, come se qualcuno avrebbe mai potuto metter bocca nelle loro decisioni!»
«Parli del Consiglio dei Marescialli?»
«E di chi altro! Quei vecchi cialtroni avevano paura che li scavalcassi tutti. Mi hanno fatto Colonnello perché non facendolo si sarebbero messi in ridicolo e poi mi hanno spedito qui con un incarico inventato al momento per giustificare il fatto che dovrei dare ordini a ufficiali di grado superiore al mio, ordini che però questi ufficiali sono perfettamente autorizzati a ignorare.»
«Mi chiedevo da dove avessero tirato fuori un Consigliere Strategico Speciale…»
«Quei bastardi hanno creato una situazione in cui non possono perdere: se avrò successo saranno comunque stati loro a mandarmi qui e se ne prenderanno il merito, se fallisco e mi faccio ammazzare si saranno definitivamente liberati di me. Come se qui ci fosse in ballo solo la loro fottuta posizione e non la sorte di un’intera galassia!»
Darco non aveva alzato la voce, ma ora stringeva la tazza vuota come se volesse spaccarla con le mani. Alzò lo sguardo su Mabel, poi sui dintorni, e finalmente sembrò calmarsi.
«Scusa, Mabby. Avevo bisogno di sfogarmi.»
«Lo capisco, sono qui apposta.»
«Ti ringrazio. Come sta tua sorella?»
«Lemma? L’ultima volta che ho avuto un contatto con casa stava bene. Il suo lavoro procede sempre più frenetico ed è la più ricca della famiglia.»
«Nessun altro ha seguito le tue orme?»
«Per loro fortuna no.»
«Capisco. È un peccato però: se buon sangue non mente sarebbero stati degli ottimi soldati.»
Mabel non sapeva come rispondere a quel complimento e non disse niente.
«Sarà meglio che vada ora» disse Darco alzandosi. «Ho rapporti da compilare e generali e ufficiali da convincere a fare come dico, ma facendo in modo che pensino sia stata una loro idea.»
«Ti auguro buona fortuna allora» disse Mabel forzando una risata.
«Grazie amico» rispose Darco prendendolo molto sul serio, «ne avrò bisogno.»

Superficie del pianeta Vidàlo III – Polo Nord, Ammasso della Vergine, anno stellare 12.508

«Di nuovo qui dunque…»
«Come dice, Tenente?»
«Nulla, Sergente. A che punto siamo con lo sbarco?»
«Quasi terminato, signore» rispose Sottervach. «Nel giro di due ore avremo luce, acqua e, se Dio vuole, anche un po’ di fottuto calore.»
C’era qualcosa di rincuorante nel modi bruschi e burberi del Sergente Sottervach, una strana sicurezza che ti diceva che per quanto le cose potessero andare male sarebbe sempre esistito un punto fermo, immutabile. Quella era la loro settima missione insieme, escludendo il loro primo incontro su Vidàlo, e avevano mantenuto buona parte del vecchio plotone, almeno quelli che si erano salvati. Ora avevano quarantadue soldati sotto il loro comando e quasi un terzo era composto dai veterani di quella prima, tragica missione.
«E come se la cavano i nostri amici delle Forze Speciali?»
Per questa missione gli erano stati affidati due interi commandi, venticinque combattenti ciascuno più i loro ufficiali, i cui gradi e nomenclature erano tenuti segreti a chiunque non fosse dei loro ranghi. Questo non gli piaceva, ma non poteva farci niente.
«Silenziosi, più che altro» disse Sottervach indicando con un cenno del capo. «Si sono accampati accanto a noi, vicino a quell’insenatura.»
«Meglio che vada a vedere. Continui a supervisionare i preparativi.»
«Sì signore.»
Lui e Sottervach ormai si conoscevano molto bene. La prima esperienza su Vidàlo li aveva segnati entrambi e c’erano state lunghe sere davanti a una bottiglia vuota, in cui Mabel aveva sfogato tutta la frustrazione e tutti i rimpianti che non smettevano di assalirlo, mentre Sottervach ascoltava, paziente, come il padre con il figlio che non riesce a dare un senso alla propria vita. Là fuori però, sul campo di battaglia, erano solo il Tenente e il suo Sergente.
I cinquanta e più delle Forze Speciali avevano scelto un buon punto per erigere il campo, facilmente difendibile sia da assalti esterni sia, Mabel notò, nel caso il pericolo fosse arrivato dall’interno, ovvero dal plotone di Mabel.
Erano leggermente rialzati rispetto a dove Sottervach aveva posizionato il plotone. Il Sergente, su ordine di Mabel, aveva preferito una zona più aperta e piana affinché ci fosse spazio per le attrezzature di rilevamento e le armi pesanti, oltre alle scorte di munizioni e ai generatori. Le FS invece avevano prediletto una posizione tatticamente vantaggiosa e si accontentavano di bivaccare su un terreno in lieve pendenza, più esposto e con molto meno spazio di manovra.
Il polo nord di Vidàlo era una massa continentale costituita prevalentemente da roccia vulcanica che, erosa dal costante avanzamento e ritiro dei ghiacci, presentava un’infinità di insenature, conche e gole dove ripararsi dai venti gelidi e dalla terribile escursione termica. Lì l’estate durava circa due mesi standard e questo era il tempo che avevano per portare a termine il loro compito, prima che la flotta tornasse a prenderli.
In tutto ciò, mentre si dirigeva al campo delle Forze Speciali fu raggiunto dall’unico membro di quella spedizione che non avrebbe mai voluto portare con sé.
Edda Mikstov era una lunare, snella e chiara di pelle e con un folto caschetto di capelli rossi. Non era un soldato e non faceva nemmeno parte dell’EFI, ma, stando al Colonnello Akònu, era una risorsa fondamentale di cui non si poteva fare a meno.
«Maggiore! Maggiore, mi scusi! Le dispiace se l’accompagno?» disse raggiungendolo, a corto di fiato.
«Può chiamarmi Tenente» le rispose Mabel, cercando di escludere lo scetticismo dalla voce e di non guardare le sue gambe esili come fuscelli che saltellavano goffe tra le pietre aguzze, pronte a rompersi al minimo accenno di caduta. «Ci si riferisce come Maggiore solo a un ufficiale con i gradi completi, e io non lo sono.»
«Le chiedo scusa. La catena di comando dell’EFI e i suoi protocolli non mi sono ancora del tutto chiari» si scusò lei con un mezzo sorriso, riprendendo fiato.
«All’inizio si fa fatica, lo ammetto» disse Mabel sperando di suonare comprensivo. «È sicura di stare bene?»
«Starò bene quando mi sarò acclimatata. Questo pianeta ha una gravità di 0,98T, mi ci vorranno alcuni giorni per metabolizzarla. Ma non tema, non sarò di intralcio alla sua operazione.»
Edda era una cronista militare, assunta dalla RUS (la Rete Unificata dei Sistemi) e inviata assieme a loro su Vidàlo per documentare lo svolgimento della missione. Si trattava di un’operazione commerciale, gli aveva spiegato Darco, che aveva come scopo ultimo quello di sponsorizzare l’EFI e acquisire i fondi necessari per continuare la guerra. Edda era conscia dei rischi ed era stata istruita affinché svolgesse il suo lavoro nel modo più discreto possibile; aveva già partecipato ad altre due operazioni militari in altri sistemi e poteva considerarsi una veterana.
Purtroppo però né questo né le rassicurazioni appena ricevute permettevano a Mabel di sentirsi tranquillo. C’erano troppi modi in cui una ragazza lunare di bell’aspetto e totalmente priva di addestramento militare poteva essere di intralcio a un’operazione come quella, anche volendo escludere le sue attuali condizioni fisiche (Mabel sapeva, perché glielo aveva confidato Darco, che Edda era costretta ad assumere particolari medicinali per agevolare e regolare il suo ritmo cardiaco, abituandolo gradualmente a una gravità che era tra le cinque e le sei volte maggiore a quella in cui il suo corpo si era sviluppato).
«I farmaci che lei assume hanno qualche effetto collaterale o la incapacitano in qualche modo?» le chiese a bruciapelo, più che altro per testare le sue reazioni.
«Nulla che mi impedisca di rendermi utile, se è questo che mi sta chiedendo» gli rispose prontamente lei, aggiungendo poi con enfasi: «Ma il mio lavoro deve avere assoluta priorità.»
«Non voglio che rinunci al suo lavoro, signorina Mikstov» la rassicurò Mabel, positivamente colpito. «Ma questa è una missione molto pericolosa e ho bisogno che tutti gli uomini e le donne sotto il mio comando siano pronti a difendersi e ad aiutare in un’eventuale operazione di ritirata o fortificazione.»
«Capisco, Tenente. Solo…»
«D’ora in poi lei prenderà parte alle esercitazioni mattutine assieme alla seconda squadra e le verranno anche assegnati dei compiti ausiliari dal Sergente Sottervach, che mi aspetto lei esegua alla lettera. Tutto il resto del tempo potrà dedicarlo al suo incarico.»
Lei lo guardò senza rispondere. Poi, del tutto inaspettatamente, sorrise. «D’accordo, Tenente Adàsco. Lo farò con piacere. Oltretutto immagino che ricordarle che io ufficialmente non sono sotto il suo comando non servirebbe a molto, giusto?»
«Immagina bene» rispose Mabel, colto impreparato.
«Non si stupisca, Tenente. Questa è l’accoglienza migliore che mi sia mai stata riservata.»
«Dice sul serio?»
«Su Kairos l’ufficiale in comando mi costringeva a restare chiusa in una tenda e a intervistare i soldati (non gli ufficiali, badi bene) solo per un’ora al giorno. Su Betònia fui affidata alle cure di un giovane Tenente (credo fosse quello il suo grado) a cui era stato ordinato di tenermi fuori dai guai (il che significava fuori dai piedi) e fu più il tempo che persi a giocare con lui a guardie e ladri che non quello che dedicai al mio lavoro.»
«Immagino non sia stato divertente.»
«Al contrario, fu molto divertente» rispose lei con una mezza risata. «Ma controproducente per il mio pezzo: praticamente l’unico membro dell’EFI che quel Tenente mi lasciava intervistare era se stesso, per non parlare di ciò che dovetti fare per ottenere delle riprese durante le battaglie. Il patto che lei mi propone mi sembra adeguato e mi dà la possibilità di avere contatti di prima mano con i suoi soldati e ufficiali: non potrei chiedere di meglio. Inoltre, se le può interessare, ho lavorato per almeno vent’anni come assistente personale di ben quattro importanti dirigenti all’interno della RUS prima di ottenere l’incarico di cronista. Perciò se posso esserle utile in qualsiasi modo non esiti a chiedere, ne sarei felice e mi darebbe la possibilità di osservarla mentre lavora.»
Mabel aveva assorbito tutto con crescente curiosità, ma c’era qualcosa che non tornava.
«Mi scusi, signorina Mi…»
«La prego, mi chiami Edda. Manterrò il suo titolo quando mi riferirò a lei in pubblico, lo prometto. Ma “signorina Mikstov” non è proprio uno scioglilingua, non trova?»
«D’accordo, Edda. Posso conoscere la sua età?»
«Naturalmente. Ho quarantasette anni standard.»
L’espressione di Mabel dovette rivelare la sua sorpresa perché lei sorrise divertita. «Lei non ha conosciuto molti lunari. Dico bene?»
«Solo un paio, lo ammetto. È difficile trovarne nell’esercito, per ovvi motivi.»
«Lo capisco. Ai suoi occhi devo apparire come una ventenne…»
«Più o meno.»
«Lei viene dall’Ammasso di Sol, giusto? Come il Colonnello Akònu.»
«È esatto, sì.»
«Da quelle parti non passano molti lunari, immagino di essere una delle prime che lei vede.»
«Ammetto che è così.»
«Sappia che noi raramente affrontiamo i trattamenti ringiovanenti che usate voi… persone che vivono su mondi ad alta gravità. Per ovvi motivi…»
«Capisco.»
«Mi farebbe piacere intervistarla più approfonditamente, quando ne avrà il tempo. Sono sicuro che la sua storia personale varrà il mio tempo.»
«Vedrò quello che posso fare.»
«Splendido! Ora non voglio portarle via altro tempo.»
Mabel rifletté per un attimo, poi, ridendo di se stesso, le fece cenno di seguirlo. «Voleva vedere i campi delle FS giusto?»
Lei sorrise, ed era davvero un bel sorriso. «Non chiederei di meglio.»

«Ancora niente?»
Lo strumento emetteva il suo costante “bip bip” e il Caporale Nieric lo fissava con scetticismo. «Niente, signore» disse con fare rassegnato. «La crosta è troppo instabile e il rumore di fondo copre il segnale di ritorno.»
«Non si può diminuire la sensibilità?»
«Purtroppo no, signore.»
Mabel si passò una mano sulla fronte, rassegnato. Questa era l’ennesima dimostrazione di come le più sofisticate tecnologie si potessero infrangere davanti agli ostacoli più banali. Erano stati dotati di nuovi rilevatori di profondità, necessari per eseguire mappature di precisione del sottosuolo e individuare le incubatrici aliene: liberavano delle lievi vibrazioni che si propagavano nel terreno rivelandone la composizione fisica, talmente precisi che potevano distinguere una massa organica dalla roccia che le stava attorno. Ma purtroppo Vidàlo era un pianeta dalla forte attività sismica, dovuta all’agglomerarsi delle masse continentali verso il polo settentrionale, e la crosta era costantemente attraversata da vibrazioni naturali che coprivano totalmente il segnale dei rilevatori.
«Nessuna alternativa?» chiese ancora «Non c’è un modo di filtrare il rumore di fondo?»
«Non saprei da che parte cominciare, Tenente. Una soluzione potrebbe essere quella di mandare già un segnale più potente» disse Nieric, «ma dovrei smontare l’intero apparecchio e ricostruirlo praticamente da zero.»
«Cos’ha in mente?»
Nieric si era arruolato in tarda età, dopo aver perso la famiglia in un incidente su un pianeta di frontiera, i suoi genitori erano stati degli archeologi e l’EFI non aveva esitato a mettere a frutto le sue conoscenze.
«Negli scavi archeologici raramente si hanno a disposizione apparecchiature così sofisticate» spiegò il Caporale. «L’impulso sismico viene generato dall’esplosione di un proiettile di grosso o medio calibro sparato direttamente nel sottosuolo. È un metodo rozzo e poco preciso ma permette di sviluppare una maggiore potenza.»
«Oltre a fare un gran fracasso, immagino» commentò Sottervach, lì vicino.
«Sì, Sergente. Questo è inevitabile. Dovrò anche ricalibrare il rilevatore, ci vorrà del tempo.»
«Proceda alle modifiche, Caporale» ordinò Mabel «e faccia pure affidamento su tutte le risorse che ritiene necessarie.»
«Ne è sicuro, signore?» domandò Sottervach.
«Sì. Abbiamo bisogno di un rilevatore funzionante, altrimenti la missione è già finita. Metteremo alla prova il nuovo apparecchio non appena sarà pronto.»
Mabel decise di fare un giro del campo. Aveva imparato che era importante farsi vedere dagli uomini il più spesso possibile, anche senza un vero motivo. Passò davanti a Edda che stava tacitamente intervistando un soldato a riposo. Era uno dei veterani, notò Mabel, e probabilmente le stava raccontando della loro prima esperienza su Vidàlo. Aveva scoperto che i suoi uomini attendevano con ansia quelle interviste, al punto che si era creata una fila ordinata di canditati numerati e Edda non era mai a corto di materiale per i suoi pezzi. La ragazza se la stava cavando bene, meglio di quanto Mabel avesse pensato: era già sopravvissuta a ben quattro sessioni di esercitazione mattutina e non sembrava più risentire così tanto della forte gravità. Si concesse di osservare per quell’attimo di troppo e lei lo notò, salutandolo con un piccolo sorriso che lui, suo malgrado, ricambiò.
Quando aprì la falda della sua tenda una mano gli afferrò l’uniforme e lo trascinò dentro, un’altra gli coprì la bocca e due gambe muscolose immobilizzarono le sue.
«Quegli stronzi non ci credono che una volta mi scopavo il Tenente» sussurrò una voce al suo orecchio.
La mano che lo aveva afferrato cominciò ad armeggiare con i pantaloni e l’alito caldo di una donna gli bagnò il collo. Mabel sentì i muscoli irrigidirsi e il suo membro drizzarsi di scatto.
«Oh… buonasera, dolcezza» rise Bera, afferrandoglielo e mordendogli il lobo dell’orecchio.
«Hmmshuhmhhshhum!»
«Come dici?» chiese prima di toglierli la mano dalla bocca.
«Ho detto… non mi mordere per favore. Almeno dove l’uniforme non mi copre.»
«Come siamo diventati schizzinosi, signor Tenente!»
«Tenente Maggiore, prego.»
La mano eseguì una torsione eccessiva, ma al punto in cui era questo gli provocò più piacere che dolore. «Puoi chiamarti come cazzo vuoi, qui comando io.»
«Mi sei mancata.»
Si girò per baciarla ma lei lo scansò. «No-no-no, signor Tenente Maggiore. Così è troppo facile» disse dando due strattoni che lo fecero sussultare. «Adesso dimmi: sei stato tu a fare in modo che finissimo assegnati alla stessa missione?»
«No, ma… aaahh… cazzo, mi fai male!»
«E sei diventato anche un mollaccione a quanto pare. Allora?»
«È stato… uuuhh… qualcuno che conosciamo entrambi.»
Il messaggio l’aveva raggiunto poco prima della partenza, attraverso canali preferenziali e altamente criptato.
Ciao, Mab diceva, davvero complimenti per la tua promozione! Ho scoperto che nella tua prossima missione avrai sotto il tuo comando una nostra vecchia amica, e che vi butterete insieme nella pancia della bestia… Sappi che lo trovo schifosamente romantico!
Ma ahimé, sei la persona più in gamba che conosco e so che ti prenderai cura di lei. Vedi di farlo, capito! Non sono ancora riuscita a portarmela a letto, ma intendo continuare a provarci.
Buona fortuna e buona caccia.
Mina
«Lo sapevo!» sbottò Bera «Quella arpia non mi vuole lasciare in pace.»
«Mi ha fatto arrivare un messaggio attraverso canali ad altissima priorità a cui probabilmente non possono accedere nemmeno i Generali, solo per chiedermi di prendermi cura di te.»
«Non ne ho bisogno!»
«Ti vuole bene.»
«Tsk!»
Cercò di nuovo di baciarla, ma lei glielo riprese in mano e fece una torsione che lo costrinse a girarsi di scatto.
«Aspetta, signorino. Dimmi della rossa.»
«Si chiama… Edda…»
«E…»
«E non è niente male. Ahi!»
«Sei uno stronzo. Sei sempre stato uno stronzo.»
«E a te sono sempre piaciuto gli stronzi.»
«Proprio così!»
Accelerò di colpo e Mabel venne fra le sue mani, mentre le loro lingue finalmente si toccavano. Era sempre stato così con Bera: quando lei e lui erano insieme il mondo al di fuori cessava di esistere, anche se solo per pochi, splendidi attimi.
«Bera…» la chiamò mentre lei si accingeva a uscire, passando dal retro. Lei si girò, guardandolo in silenzio. «Non morire, ti prego. Ho già perso un amico su questo pianeta. Non voglio perdere anche te.»
Bera tornò da lui, gli prese la testa fra le mani e lo baciò, questa volta a lungo. «Io so badare a me stessa. Ma se sarò costretta a scegliere fra te e me, so cosa farò.»
E detto quello se ne andò.

«Tutto pronto?»
«Sì, signore. Quando vuole lei.»
«Proceda, Caporale.»
Nieric salutò con fin troppa enfasi e montò sul suo nuovo rilevatore; aveva aggiunto una pedana metallica per poterci posare i piedi e prese in mano una leva improvvisata, che tirò. Il colpo rimbombò fra le pareti di roccia e quando sia l’eco che la polvere si furono dispersi, tutti si girarono verso il quadro elettronico, aspettando un responso.
«Allora?» chiese impaziente Sottervach. «Ha funzionato?»
Mabel notò Bera, apparentemente stravaccata sopra una cassa di munizioni, col mento pigramente appoggiato a una mano. Aveva preso a seguirlo ormai dappertutto, sempre fingendo di essere lì per caso e di non aver alcun interesse per quello che succedeva, ma sempre presente come una ben addestrata guardia del corpo, o una spia…
Nieric girò lo schermo verso di loro, indicando. «Per quello che è possibile sì. Naturalmente funziona solo in verticale e la precisione è minima, ma qualcosa si vede.»
«Che cazzo sono quelle?» Sottervach diede voce allo stupore di tutti quelli attorno, compreso Mabel.
Sembravano delle venature, o delle radici particolarmente lunghe e filiformi. Non erano molte ma era chiaro che attraversavano la roccia sottostante a una profondità variabile.
«Può dirci di che cosa sono fatte e in che scala dobbiamo leggere questa immagine?» chiese a Nieric.
«Certo, signore. A una valutazione approssimativa (e badi bene, non credo di riuscire a farne una accurata) direi che il diametro di quelle macchie si aggira attorno al metro e mezzo, forse due. Quanto a di che cosa sono fatte…»
«Parli, Caporale» lo esortò Sottervach.
«Non vorrei sbagliarmi, ma gli strumenti indicano una densità praticamente nulla, paragonabile a quella dell’aria. Perciò…»
«Perciò si tratta di spazio vuoto» concluse per lui Mabel.
«È esatto, signore.»
«A che profondità?»
«Il più vicino è all’incirca a quindici metri.»
«E non c’è modo di sapere se sono stati scavati di recente, immagino…»
«Nessuno, purtroppo.»
«Allora dobbiamo supporre che prima non ci fossero.»
«Quindi ce li abbiamo direttamente sotto al culo. Grandioso!» commentò Sottervach.
Il pensiero che potevano esserci decine, centinaia, migliaia o chissà quanti Alieni che in quel momento stavano passando sotto i loro piedi era sufficiente a scuotere i nervi, ma in fondo erano venuti esattamente per questo.
Solo che non ci aspettavamo avessero scavato addirittura fino a qui…
«Caporale, crede sia possibile rilevare la presenza di singoli corpi alieni con il suo nuovo rilevatore?»
«In modo molto approssimativo, forse. Posso dirle che sono abbastanza sicuro che i tunnel sotto i nostri piedi fossero vuoti quando abbiamo scaricato il colpo.»
«Ma se adesso sotto di noi brulicasse di spaccacroste non potremmo mai accorgercene» notò Sottervach.
«Purtroppo questo è il meglio che sono riuscito a fare, Sergente.»
«Non si preoccupi, Caporale» lo rassicurò Mabel. «Lei ha fatto un miracolo e le siamo tutti riconoscenti.»
«Grazie, signore!»
«Che si fa, Tenente?» chiese Sottervach.
Già… che fare? Lo strumento di Nieric poteva rilevare la presenza di cavità sotterranee scavate dagli Alieni e forse avvertirli del loro arrivo con un minimo di anticipo, ma la mappatura del sottosuolo su larga scala che avevano previsto prima di dare il via alla vera missione non era più attuabile. Le loro scorte di esplosivo erano limitate e non potevano di certo andare lì sotto alla cieca.
«Caporale, ritiene di poter convertire altri apparecchi?»
«Sì signore, ma ci vorrà del tempo.»
«Ne voglio tre operativi entro due giorni, prenda pure tutti gli uomini che le servono. Soldato!» chiamò girandosi verso Bera, che lo guardò storto prima di salare giù e salutare, aggiungendo un po’ troppo pigramente: «Signore?»
«Quanti dei vostri hanno conoscenze di elettronica?»
«Uno per squadriglia, signore»
Questo significava che ce n’erano sei in totale. «Molo bene. Voglio che facciano rapporto al Caporale Nieric entro un’ora. Lo aiuteranno a convertire i rilevatori rimanenti.»
Bera esitò solo un attimo prima di salutare nuovamente, il suo volto era la maschera del perfetto soldato. «Sì, signore.» E scattò verso gli altri due campi.
«Spero lei sappia quello che fa» gli sussurrò Sottervach all’orecchio, badando bene di non farsi notare dagli altri.
Mabel non sapeva se si riferisse a Bera (di cui aveva già dimostrato di essere al corrente), alle FS, o alla modifica dei rilevatori e al piano che ne sarebbe scaturito, ma preferì non chiederlo.
«Sergente Sottervach» disse invece.
«Signore.»
«Voglio che lei organizzi delle pattuglie. Dobbiamo trovare dei punti sicuri in cui eseguire altri rilevamenti, la cosa migliore sarebbe quella di allargarsi in cerchi concentrici a partire dalla base principale.»
«Sarà fatto.»
«Voglio anche che queste pattuglie siano composte allo stesso tempo dai nostri ragazzi e dalle FS.»
«Dice sul serio?»
«Assolutamente.»
«Posso chiederle il motivo?»
Domanda legittima. Le Forse Speciali erano una specie di tabù per gli altri reparti dell’EFI e perfino un ufficiale giovane come Mabel ne sapeva qualcosa. Erano un gruppo elitario in cui gerarchia interna, scopi e dispiegamenti di forze erano elementi coperti da segreto. Le FS arrivavano nel momento del bisogno ed erano capaci di risolvere situazioni che i reparti regolari non sapevano da che parte prendere, ma a parte questo su di loro si sapeva ben poco. Questo generava un naturale scetticismo e anche una certa dose di timore nei loro confronti, e soprattutto un sottufficiale di vecchia data come Sottervach non poteva esserne immune. Mabel stesso non era certo del perché avesse appena preso questa decisione.
«In tutta sincerità, Sergente?» chiese a voce molto bassa.
«A sua discrezione, signore.»
A quello Mabel non trattenne un sorriso. «Diciamo… un istinto.»
Sottervach sembrò stranamente soddisfatto. «Se è lo stesso che ci ha portati fuori di qui l’ultima volta» disse salutando «allora non c’è motivo di metterlo in discussione.»
“Speriamo…” pensò Mabel guardandolo andare via e iniziare ad abbaiare ordini ai soldati. “Speriamolo sul serio…”

Mabel si afflosciò sulla branda, la nuca sudata che bagnava il piccolo cuscino. Bera collassò sopra di lui ansimando e ridendo piano.
Ormai gli aveva lasciato il petto e la schiena pieni di ematomi e graffi, che se ne sarebbero andati con un po’ di pazienza, ma quando la passione si andava spegnendo e i loro respiri piano piano tornavano regolari lei si accoccolava su di lui, accettando le sue carezze e ricoprendogli il collo e le spalle di piccoli baci. Mabel sapeva di essere uno dei pochi, forse il solo, a conoscere quell’aspetto di lei, l’unico con cui lei avesse il coraggio di mostrarsi vulnerabile. Fuori da quella tenda erano solo un soldato delle FS e il Tenente Maggiore Adasco, ma lì su quella branda erano un uomo e una donna che condividevano emozioni intime e segrete, senza imbarazzo e senza timori.
«Sei preoccupato.»
«Sì.»
«Perché non abbiamo più avuto contatti?»
«Sono passate tre settimane e domani sarà il terzo tentativo. Se anche questa volta non avremo notizie saremo obbligati a supporre che qualcosa sia andato storto.»
Data l’impossibilità di mantenere una forte presenza in orbita, l’Alto Comando composto ora dal Generale Onàra, dall’Ammiraglio Miranda e dal Colonnello Akònu, aveva stabilito, su suggerimento di quest’ultimo, che un vascello da esplorazione facesse un passaggio sopra il polo nord di Vidàlo ogni settimana dal momento del loro sbarco, per raccogliere i rapporti sulla missione e comunicare eventuali cambiamenti nei parametri operativi. Darco aveva assicurato che una piccola presenza umana sul pianeta o l’entrata in orbita di un singolo, piccolo vascello non avrebbe destato alcuna reazione da parte degli Alieni; anche se gli ordini dell’Alto Comando erano comunque quelli di mantenersi il più lontano possibile dalle zone infestate.
I primi due contatti erano andati come previsto, ma dal terzo in avanti non avevano più ricevuto alcuna comunicazione o segnale. Mabel aveva fatto del suo meglio per mostrarsi sereno e sicuro davanti al plotone, e aveva cercato di mantenere sia i suoi soldati che i due commandi di FS il più impegnati possibile, ma sapeva che se anche questa volta non fosse successo nulla avrebbe dovuto prendere una decisione.
«Hai pensato a cosa fare se non vengono a prenderci?» gli chiese lei, che non sembrava affatto turbata.
«Non c’è molto che possiamo fare, purtroppo.»
«Sei sempre stato un pessimista cronico.»
«Cerco di vedere le cose oggettivamente.»
«Anche e soprattutto quando non serve a niente.»
Tentò di darle un morso ma lei lo bloccò. «Non ci provare. Sto dicendo la verità e lo sai.»
Questa volta Mabel cercò di pizzicarla ma lei gli torse la mano e poi lo costrinse a baciarla. «Ti sei rammollito» gli sussurrò all’orecchio, percorrendogli il corpo con le unghie.
«Come fai?»
«Sono più forte di te. E scopo meglio.»
«Come fai a essere così tranquilla?»
Lei si fermò e lo guardò negli occhi, che nella penombra brillavano lievemente come quelli di un felino. «Perché mi fido di te.»
«Ti ringrazio… ma sappi che finora sono solo stato fortunato.»
«Stronzate!» Si alzò, lasciandolo al freddo. Lei era nuda ma non sembrava risentirne minimamente.
«Bera…»
«No! Sta’ zitto.» Si sedette sopra di lui e lo guardò dritto negli occhi. «Siamo su un pianeta infestato dagli Alieni, nel teatro della nostra più sanguinosa sconfitta, e abbiamo il compito di infiltrare le loro strutture sotterranee con un manipolo di soldati per far saltare il loro ricambio truppe e in tutto questo sperare di uscirne vivi. Se ci hanno affidati a te è perché tu sei il migliore. Sei l’unico che è riuscito a salvare il suo plotone dal massacro, l’unico che capisce gli Alieni abbastanza da anticipare le loro mosse, l’unico che può riuscire in questa fottuta impresa del cazzo!»
«Bera…»
Lei lo baciò di nuovo. «E non sei male neanche sotto le coperte, lo ammetto.»
Mabel scoppiò a ridere suo malgrado.
«Tu hai bisogno di me ma anch’io ho bisogno di te» gli disse abbracciandolo.
«Sarò sempre qui.»
«Lo so.»
«Ci dobbiamo alzare.»
«Non credo proprio, signore» rispose lei spingendolo di nuovo disteso. «Finché questa canna di fucile rimane dritta, qui gli ordini li do io.»
Più tardi il Tenente Adàsco era in piedi al centro del campo, con Bera al suo fianco. C’erano tutti i suoi sottufficiali e anche una rappresentanza delle FS, presumibilmente i loro leader, anche se Bera non aveva mai voluto rivelargli come funzionasse la loro catena di comando.
«Coraggio» disse Mabel, «accendetelo.»
Il radiofaro subspaziale aumentò la potenza fino alla soglia di trasmissione. Mabel aveva deciso di non aspettare un contatto esterno e passare direttamente a inviare un segnale attivo.
«Massima potenza. Ormai è chiaro che gli Alieni non captano i nostri segnali.»
«Sissignore» disse Nieric.
L’antenna emetteva un impulso sonoro regolare che scandiva la frequenza di trasmissione e per alcuni minuti quello fu l’unico rumore udibile, assieme al piccolo eco che producevano le pareti di roccia tutt’attorno. Tentarono di modulare la frequenza e anche di ridurre la potenza del segnale, ma non successe nulla, perché in ascolto non c’era nessuno…
Il momento di silenzio si protrasse, angosciante.
«D’accordo, ascoltate tutti» disse infine Mabel rivolto ai sottufficiali. «Abbiamo ancora due settimane prima di essere raggiunti dai ghiacciai. Questo significa ancora due possibilità di essere contattati ed evacuati dalla flotta, ma dobbiamo prepararci all’idea che questo non succederà.»
Guardò i volti che aveva davanti, dal Sergente Sottervach ai suoi caporali, fino ai tre “forse-ufficiali” delle FS, e nessuno di loro sembrava minimamente turbato. Si limitavano a guardare lui, aspettando pazienti che desse loro degli ordini.
“Davvero si fidano così ciecamente di me?” si chiese meravigliato, rendendosi conto per la prima volta che quello che Darco gli aveva detto nel bar della Artorius probabilmente era vero: lui era un fottuto eroe. Incredibilmente, quella nuova consapevolezza non lo spaventò quanto avrebbe dovuto.
«Da questo momento» riprese, stupito che non gli tremasse la voce «la nostra priorità è trovare il modo di andarcene da qui. Le FS avranno il compito di esplorare il territorio e di trovare vie che ci permettano di spingerci più a sud; vi concentrerete nella zona compresa fra il trentanovesimo e il quarantacinquesimo meridiano.» Era la direzione verso cui sembravano puntare quasi tutti i cunicoli sotterranei che erano riusciti a rilevare. «E voglio che anche le squadre con i rilevatori si concentrino in quella direzione, dobbiamo avere una mappatura del sottosuolo più completa e dettagliata possibile. Le squadre passeranno da cinque a otto elementi e avranno provviste ed equipaggiamenti sufficienti a sostenerle per tre giorni, dopo di che mi aspetterò che facciano di nuovo rapporto al campo base. Troviamo una via fuori di qui! È tutto.»
Tutti salutarono e Sottervach cominciò a darsi da fare per riorganizzare le squadre.
«Meglio che torni dai miei. Senza di me non trovano neanche la strada per andare a pisciare» decretò Bera.
«È possibile che sia tu il loro capo?» le chiese sottovoce.
«È possibile. Ma non è così.»
«State attenti. E portatemi qualche buona notizia.»
«Lo siamo sempre. Sulle buone notizie… nessuna promessa. Ma so che tu hai un piano.»
E detto quello lo lasciò.
«E la cosa più spaventosa è che ha ragione…»
«Tenente?»
Mabel si girò per trovare Edda Mikstov dietro di lui. La cronista probabilmente aveva assistito al loro piccolo vertice e al fallimento del tentativo di mettersi in contatto con la flotta ed era chiaramente spaventata.
«Signorina Mikstov, è tutto a posto?» le chiese cercando di sembrare rilassato.
Edda gli si avvicinò, lo faceva solo quando Bera non era nei paraggi, e Mabel vide che stava tremando.
«Lei… lei crede che ci lasceranno qui?»
Guardava di continuo verso il cielo azzurro sopra di loro, oltre il quale c’era lo spazio siderale che li separava dal resto del genere umano.
«No» disse per tentare di rassicurarla. «Ma credo siano impossibilitati a contattarci. Ci hanno affidato una missione ad altissimo rischio e questo era uno dei possibili ostacoli.»
«Quindi avete un piano! Voglio dire… se lo sapevate allora…»
Era chiaramente sull’orlo di una crisi di nervi. Mabel la prese per mano e la condusse via, verso la tenda da cui era uscito poco prima. Lei lo lasciò fare, come intontita.
Quando si sedettero sulla branda lei gli prese spasmodicamente entrambe le mani e si appoggiò alla sua spalla singhiozzando. Era la prima volta in molto tempo che Mabel si sentiva così imbarazzato.
«Mi dica che ce la faremo, la prego!» lo supplicò lei, stringendo forte e facendogli male con le unghie. «La prego
Mabel mosse una mano incerta e gliela mise attorno alle spalle. Non si aspettava di vederla crollare in quel modo, ma d’altronde non aveva mai portato con sé un civile in missione prima d’ora. Una vocina nella testa gli diceva che era perfettamente normale, che doveva solo trovare le parole giuste per rassicurarla… «Ma quali…?»
«Come dice?»
Mabel non si era accorto di aver parlato ad alta voce e gli venne da ridere.
«Sono felice che almeno lei riesca a essere gioviale, vista la situazione» lo rimproverò Edda asciugandosi una lacrima, e dimostrandogli che forse era più tosta di quello che sembrava.
«Mi scusi, Edda. Stavo solo constatando che non mi hanno addestrato per questo genere di situazioni.»
Lei scoppiò a ridere così forte che gli fece fare un salto, poi cercò di scusarsi fra le lacrime e Mabel le diede qualche lieve pacca sulla schiena per fermare i singhiozzi. Edda tornò ad appoggiargli la testa sulla spalla; il suo corpo sembrava così fragile ai suoi occhi da fargli temere che un qualunque movimento brusco avrebbe potuto spezzarlo.
«Mi dica la verità Mabel, la prego.» Era sconvolta, ma la sua voce era ferma e le mani non tremavano più. «I suoi uomini cercano di rassicurarmi ma nessuno vuole darmi una risposta sincera. Lei crede che ce la faremo? C’è qualche possibilità che vengano a prenderci?»
Che fare? Come spiegarle qualcosa che per lui era palesemente ovvio e che invece per lei era un pensiero del tutto nuovo?
«Che vengano o non vengano a prenderci ormai è secondario» cominciò. «Quello che dobbiamo fare adesso è trovare il modo di sopravvivere. E su questo non si deve preoccupare, Edda: noi siamo i migliori.»
«Ma perché non ci rispondono?»
«Possono esserci mille motivi per cui non riusciamo più a contattare la flotta e sono tutti irrilevanti.»
«Ma…»
«No. Mi ascolti, per favore.» L’aveva presa per le spalle e la stava fissando negli occhi. «Ci troviamo in territorio ostile e in condizioni climatiche sfavorevoli, ma siamo equipaggiati, armati e non ci mancano le scorte di munizioni e di provviste. Abbiamo ancora una missione e finché non riceveremo ordine di fare altrimenti continueremo a portarla avanti, nel frattempo facendo del nostro meglio per restare tutti quanti in vita. Questo è quello per cui siamo addestrati e le posso garantire, sulle tombe degli antenati che fondarono la prima colonia su Teodus V, che siamo fottutamente bravi a farlo.»
Edda prese un lungo respiro, ma continuò a guardare Mabel, pendendo dalle sue labbra.
«Lei è una civile ed è nostro compito proteggerla finché non potremo riportarla in un luogo sicuro, per quanto tempo ci voglia e a qualunque costo. Questo è l’EFI ed è quello che noi siamo. Lei finora si è dimostrata straordinariamente capace e abile nell’adattarsi, sono sicuro che con un ulteriore sforzo riuscirà a uscire insieme a noi da questa situazione.»
Non era uscita proprio come se l’era immaginata, ma sembrava che il suo discorso avesse fatto effetto. Edda gli sorrise ed era un sorriso di gratitudine. «Forse è meglio che mi rimetta in sesto» disse tirando su col naso più volte. «L’immagine della piccola e gracile lunare non mi si addice, non trova?»
«Per niente.»
«Ecco, appunto. Se avrà bisogno di me saprà dove trovarmi, Tenente» disse uscendo e prendendo un lungo respiro. «E… grazie.»

I due successivi tentativi di contatto andarono come ormai Mabel sapeva che sarebbero andati: a vuoto. Era successo qualcosa e non si trattava di un guasto agli strumenti né di un incidente di percorso, dentro di lui lo sapeva molto bene così come forse lo sapevano tutti quanti, ma per ora l’addestramento stava reggendo e le necessità basilari, oltre alla missione, avevano ancora la precedenza. Gli sarebbe piaciuto poter dire che ogni singolo soldato sotto al suo comando, lui compreso, fosse l’incarnazione perfetta di quella visione edulcorata che aveva cercato di dare a Edda quel giorno nella sua tenda, ma sapeva che non era così e sapeva che prima o poi qualcuno avrebbe fatto qualcosa di molto stupido, forse addirittura lui stesso. Ma per ora l’addestramento teneva e questo era abbastanza.
«Vediamo questa mappa» disse portandosi davanti ai sottufficiali.
Erano dotati di proiettori olografici, originariamente pensati per fornire una visione tridimensionale dettagliata del sottosuolo, ma ora andavano altrettanto bene per mostrare l’esito delle loro perlustrazioni. Il Caporale Nieric si era dimostrato un tecnico estremamente capace ed era stato lui a sintetizzare tutti i dati raccolti dalle varie squadre di esplorazione e a convertirli nella rappresentazione che ora avevano davanti agli occhi.
Le insenature del continente artico vidaliano si dipanavano in tutte le direzioni, interrotte soltanto dalla mole di qualche antico vulcano ormai ghiacciato, e sotto quel paesaggio nero e bianco c’erano i tunnel scavati dagli Alieni, in una confusa moltitudine che però pareva indicare una direzione ben precisa. Le squadre di esplorazione avevano riportato che c’erano tre distinte vie che il plotone poteva percorrere per togliersi dalla portata dei ghiacciai in avanzamento, gli scout però non si erano spinti a più di un giorno di cammino dal campo e cosa ci fosse oltre il loro raggio d’azione era un completo ignoto.
«Suggerimenti?» chiese Mabel, sperando che concedersi quel piccolo lusso non lo facesse apparire troppo debole.
«Se posso permettermi, signore…» esordì prontamente Nieric. «Ho confrontato i nostri rilevamenti con le mappe orbitali già in nostro possesso e ritengo che il percorso più sicuro sia quello che punta lungo il meridiano 64.» L’immagine di fronte a loro si allargò, mostrando una buona fetta dell’Artide vidaliano. «Questi sono dei rilevamenti presi durante il periodo estivo.» Le immagini mostrarono un territorio annerito in cui i ghiacciai si erano evidentemente ritirati. «E questi sono quelli del periodo invernale.» La mappa si schiarì di colpo e poterono vedere che quasi tutte le insenature erano bloccate. «Muovendoci lungo il sessantaquattresimo possiamo arrivare, in un paio di settimane di marcia, a una zona che rimane libera dai ghiacci per tutto l’inverno.» Concluse Nieric mentre il punto che aveva indicato si colorava di verde fluorescente e cominciava a pulsare leggermente, mentre una linea azzurra tratteggiava il percorso da seguire.
«Niente male» commentò Sottervach. «Se ci sbrighiamo che la possiamo fare.»
Ma un soldato delle Forze Speciali si fece avanti. Era basso e tozzo, con due occhi scuri dal taglio irregolare, probabilmente originario di un mondo che Mabel non conosceva. «Troppo esposto» disse con voce estremamente gracchiante. «Troppo vento, troppo freddo. Equipaggiamento insufficiente.»
Tutti i rappresentanti delle FS presenti annuirono e in quell’assenso Mabel colse una nota straordinariamente definitiva. Nieric sembrava stordito.
«Ti dispiacerebbe elaborare, soldato?» abbaiò Sottervach.
Il piccolo soldato lo squadrò senza il minimo timore, quasi non l’avesse sentito.
«O quantomeno proporre un’alternativa?»
Quello per tutta risposta si avvicinò alla tastiera che Nieric stava usando per dirigere l’ologramma. Il Caporale guardò lui, poi guardò Mabel che annuì, e si fece indietro.
«Vuoi dirci il tuo nome?» chiese Mabel al piccoletto (che probabilmente avrebbe potuto spezzarlo in due con un braccio solo se quel poco che sapeva dell’addestramento delle FS era vero).
«Jatgo» rispose quello senza girarsi.
Jatgo armeggiò con la tastiera olografica per un buon minuto, poi si fece indietro e il focus dell’immagine si spostò di alcune centinaia di chilometri nella direzione direttamente opposta a quella proposta da Nieric.
«Ma lì non c’è niente!» tuonò il Caporale.
«Altitudine bassa, poco vento, ghiaccio scavabile per avere riparo. Molto meglio.»
«Quel posto sarà quasi impossibile da raggiungere» commentò Sottervach, che per una volta aveva perso la sua flemma da Sergente di ferro e sembrava sinceramente preoccupato.
“Dovrei preoccuparmi anch’io?” pensò Mabel.
«Si raggiunge con percorso. Difficile, probabili perdite, ma meglio che intero plotone» disse Jatgo, a braccia incrociate guardando la mappa. «Questa direzione.»
Il percorso che lui aveva previsto si illuminò, era una strada tortuosa che aggirava almeno due grosse alture e passava attraverso canyon profondi e difficilmente praticabili, coperti di ghiaccio. Erano equipaggiati per il ghiaccio, naturalmente. L’EFI aveva i migliori equipaggiamenti che l’ingegno umano potesse offrire… ma quel percorso sarebbe costato comunque delle vite, molte vite, e una volta giunti a destinazione ne avrebbero persi degli altri. Sì, era probabile che alla fine qualcuno si salvasse, ma a quale prezzo?
Intanto una lite stava nascendo e tra gli uomini del plotone di Mabel e le FS. Sottervach era in prima linea assieme a Nieric e gli altri sottoufficiali e Jatgo era stato raggiunto dai suoi, e benché le FS mostrassero molto più contegno rispetto ai regolari era chiaro dall’intensità loro sguardi e dalla tensione nei loro arti che qualcosa stava stava per andare molto storto. Si stava aprendo una faglia.
«Ora basta.» ordinò Mabel, a voce ben udibile.
Come per incanto l’intera assemblea si zittì. Mabel non riusciva a smettere di meravigliarsi di come tutti sembrassero pensare che lui, più di tutti loro, avrebbe saputo che cosa fare. Eppure era proprio il tipo di reazione che ci si aspettava a un qualunque ordine da parte di un ufficiale superiore, giusto?
Meglio non pensarci ora…
«Le due alternative che avete proposto» disse «sono entrambe valide. Se seguiremo il piano del Caporale Nieric avremo molte probabilità di giungere a destinazione con quasi tutto il nostro equipaggiamento e senza perdere un solo uomo, ma probabilmente saremo alla totale mercé degli elementi da quel momento in avanti. La strada proposta da Jatgo invece presenta dei rischi enormi per l’intero plotone e anche una volta arrivati non c’è garanzia che riusciremo ad erigere un campo in cui ripararci, però le condizioni naturali del luogo permetteranno ad almeno parte di noi di superare i mesi che ci spareranno dal prossimo disgelo.»
Si mise le mani dietro la schiena. Questo era uno di quei momenti… quelli in cui da una sua parola sarebbero dipese decine e decine di vite, compresa la sua. I momenti per cui, ormai lo sapeva, nessuno ti poteva addestrare.
«Ritengo che entrambe queste alternative siano da scartare.» Tutti lo guardavano, in attesa. «Noi non siamo venuti qui per sopravvivere» disse il Tenente Maggiore Adasco, mentre il piccolo Mabel si rannicchiava in un angolo a tremare. «Siamo venuti qui per compiere una missione. E tutti i dati che abbiamo raccolto a costo di grandi fatiche e sacrifici puntano in una sola direzione: quella del quarantunesimo meridiano. Caporale Nieric, le dispiace…?»
«Subito, signore.»
Nieric attivò un’altra tastiera e poco dopo l’ologramma mostrò la disposizione, per come rilevata dal suo stesso apparecchio, dei filamenti cunicolosi che attraversavano il sottosuolo di quella regione e si ammassavano con palese evidenza nella direzione indicata da Mabel.
«Noi siamo soldati» disse il Tenente, allungando un indice freddo e immobile «e quello è il nostro obbiettivo. Nieric, ci faccia vedere solo i cunicoli di grosse dimensioni, per favore.»
Nieric obbedì e l’ologramma mostrò solo i filamenti di diametro maggiore, evidenziandoli di arancione.
«Ora ci dica quali sono quelli più in rilievo.»
«Sì, signore» disse Nieric. «Ci sono tre punti nella zona esplorata in cui un filamento si avvicina alla superficie. Qui, qui e qui.»
Mabel si rivolse a Jatgo. «Il più facile da raggiungere, nella tua opinione. Con le minori perdite e il maggior carico di equipaggiamento.»
Jatgo non si fece pregare. Osservò la mappa per un paio di momenti, poi indicò il punto più distante. «Distante, ma percorso più facile. Fatto due volte con pattuglie, posso guidare.»
«Molto bene. Sergente Sottervach, dia l’ordine di smontare il campo: ci muoviamo fra quattro ore. Portiamo con noi tutte le scorte di munizioni e di esplosivi, la torre delle comunicazioni e almeno uno dei rilevatori di profondità.»
«Sì, signore. Creando delle opportune squadre potremmo portare via anche alcune delle armi pesanti, signore.»
«Lo faccia allora, ma torre e rilevatori hanno la priorità.»
«Naturalmente.»
Mabel si rivolse ai rappresentanti delle FS. Non sapeva chi li comandasse perciò parlò a tutti, sicuro ormai che in qualche modo gli ordini sarebbero stati eseguiti. «Il plotone sotto il comando del Sergente Sottervach si muoverà a pieno carico, mi aspetto che almeno un terzo dei componenti di ogni commando gli faccia immediatamente rapporto per partecipare alle operazioni di sgombro e di trasporto. Il resto di voi servirà a coprire i fianchi, il fronte e il retro della colonna di marcia. Tutto chiaro?»
Due di loro annuirono e poi il gruppo si disperse, mentre i rumori dei preparativi già riecheggiavano fra le pareti dell’insenatura. Mabel si coprì meglio nella giacca termoisolante e si volse per trovare Edda dietro di lui.
«Davvero un bel discorso, Tenente» lo complimentò.
«Edda…»
«Non si preoccupi, mi fido di lei ciecamente.» C’era tensione nella sua voce, ma stava reggendo, anche lei. «Ha degli ordini per me?»
Mabel sorrise. «Mi stia vicino e cerchi di viaggiare il più leggera possibile, solo provviste e indumenti essenziali.»
«Signorsì!» Salutò alla maniera dei soldati, riuscendoci straordinariamente bene. «Ci vediamo fra quattro ore, Tenente. Non mi faccia aspettare.»

La marcia iniziò in perfetto orario, non che ci si sarebbe aspettato nulla di diverso da un plotone comandato dal Sergente Sottervach. Le operazioni di sgombro avevano richiesto poco più di tre ore e con l’aiuto delle FS il carico era abbastanza distribuito da non essere di intralcio. Mabel era ancora sorpreso che avessero accettato anche quell’ordine senza batter ciglio, ma quando ne aveva parlato a Bera lei si era messa a ridere senza dare spiegazioni.
«La sua… amica mi spaventa un po’» disse Edda al suo fianco.
La giovane (almeno d’aspetto) lunare teneva il passo della marcia senza troppa fatica, forte delle medicine e delle esercitazioni a cui Mabel le aveva ordinato di partecipare. Aveva con sé solo un piccolo zaino e vestiva gli indumenti più pesanti in suo possesso.
«Bera può essere difficile da trattare, a volte» disse Mabel, badando che lei fosse abbastanza lontana. «Ma le affiderei la mia vita senza pensarci due volte.»
«Vi conoscete da molto?»
«Siamo stati compagni di plotone durante l’addestramento su Ber III.»
«Ho sentito parlare di quel pianeta. Pianeta Aborto, giusto?»
«Così li chiamano.»
«Andato a male mentre già si procedeva con la colonizzazione nel tardo 11.900, secondo la datazione standard. Mi sono sempre chiesta se alcuni dei coloni originari siano sopravvissuti…»
«Sì, ma sono regrediti allo stadio primitivo.»
«E lei ne ha mai incontrato uno?»
«Una volta o due.»
Ci vollero due settimane intere per raggiungere il punto prescelto da Jatgo, durante le quali il plotone subì la sua prima perdita quando un soldato mise un piede in fallo su una lastra di ghiaccio e precipitò in una fenditura quasi invisibile, cadendo almeno dieci metri e fracassandosi l’osso del collo. I suoi amici più stretti chiesero di fermare la marcia per poter scendere a recuperarlo, ma Mabel non voleva perdere altri uomini e ordinò di proseguire. «Torneremo per lui quando avremo vinto la guerra e disinfestato il pianeta» promise. «Ora non possiamo permetterci ritardi.»
Mabel stava camminando nel retro della colonna quando un soldato venne a chiamarlo, dicendo che lo mandava Sottervach, e lo seguì, tallonato da Edda che aveva preso assolutamente alla lettera il suo ordine di stargli vicino.
Una volta sul posto trovò tutti i sottufficiali, assieme a Bera e Jatgo.
«Arrivati» disse quest’ultimo. «Ma non possiamo restare. Troppo esposti e ghiaccio arriva presto.»
Si erano allontanati dal polo e quindi dai ghiacci in avanzamento. Si trovavano in una piccola vallata sassosa e parzialmente innevata che si perdeva nel corto orizzonte, sopra la quale il cielo limpido e freddo di Vidàlo continuava a osservarli impietoso.
«Dov’è quel tunnel?»
«Proprio sotto di noi, Tenente» rispose Nieric. «Se me lo consente farò un ultimo rilevamento per esserne certi.»
«Proceda.» Poi, girandosi verso Jatgo e Bera: «Fate rientrare i vostri.»
Il colpo del rilevatore riecheggiò fra le pareti di roccia in modo sinistro e tutti si coprirono le orecchie. Tranne Nieric che era fisso sui suoi schermi.
«Confermato, signore. È sotto di noi.»
«Abbiamo le cariche?»
«Già pronte» disse Sottervach, «ma ci vorrà del tempo per piazzarle.»
«Sbrighiamoci allora.»
Sotto la guida di Nieric gli artificieri piantarono le cariche esplosive.
«Per fortuna ne abbiamo alcune di quelle auto-trivellanti» commentò il Caporale, «se no sarebbe stato molto più difficile piazzarle in profondità.»
Quando parlava del suo lavoro riusciva a essere quasi gioviale, come se fosse totalmente dimentico della loro situazione. Un buon soldato, pensava Mabel, un ottimo soldato… ma uno che non meritava di essere qui, e forse di morire qui.
Un’ora dopo arrivò il segnale che tutto era pronto.
«Stiamo davvero per fare quello che penso?» gli chiese Edda.
Lui le strinse la mano. «Temo di si.»
«Allontanarsi subito!»
«Tutti al riparo, Caporale. Proceda!»
«Abbassare la testa!!»
Il botto scagliò detriti e rocce in ogni direzione e sollevò una nuvola di polvere vulcanica. Poi, quando gli ultimi echi si stavano spegnendo Mabel alzò la testa e, traendo un bel respiro, si fece avanti col fucile in mano.
«Signore, un attimo!»
Sottervach lo superò, seguito da cinque uomini. I sei circondarono il buco che ora si apriva nel fondo della vallata, abbastanza largo per passarci e aperto in modo tale che i detriti non lo richiudessero scivolandovi dentro. Nieric questa volta si era superato.
Sottervach alzò la testa. «Sembra a posto.»
«Scendo io per prima» disse Bera, scostando i soldati. «Quanto è profondo?»
«Circa due metri» le comunicò Sottervach.
Bera puntò la torcia posizionata in canna al fucile, guardò Mabel un’ultima volta e attese un suo cenno, poi saltò dentro.
Seguirono alcuni attimi di silenzio, poi Sottervach alzò la testa verso Mabel. «Libero!»
«Allora entriamo. Forze Speciali, voglio un’avanguardia e una retroguardia, il plotone marcerà in mezzo, e i vostri migliori quattro con me.»
Un gruppo di quindici FS scese nel buco dietro a Bera e Mabel ordinò al plotone di cominciare le operazioni. Non fu facile far passare tutto l’equipaggiamento e dovettero lasciare indietro il rilevatore.
«Troppo ingombrante, signore» gli disse Nieric in tono ferito, quasi parlasse di un figlio. «Dobbiamo lasciarlo.»
Mabel, senza sapere davvero perché, gli mise una mano sulla spalla in un gesto di conforto. «Ha fatto la sua parte, Caporale. Ora tocca a noi.»
Presto venne il suo turno di scendere, subito dopo aver affidato Edda alle cure dei soldati perché l’aiutassero. La lunare era stata sul punto di balzare nel foro senza alcuna protezione e aveva squadrato Mabel incredula quando lui le aveva gridato di fermarsi, poi era arrossita violentemente dandosi della sciocca. «Mi perdoni, Tenente. Non so cosa volessi fare. A casa mia…»
«Lo so, si salta un po’ dappertutto.»
Lei riuscì a guardarlo accigliata. «Non proprio… ma con la bassa gravità queste cose sono molto più facili.»
Una volta di sotto, Mabel ordinò di fare luce sulle pareti e constatò che si trovavano in un’autentica galleria, dalla sezione quasi perfettamente circolare, il che rendeva difficile camminare a causa della curvatura del pavimento.
«Meglio procedere in fila» suggerì Sottervach.
«Noi siamo abituati a cose peggiori che camminare storti» disse Bera con malcelato scherno, che il Sergente finse di non notare.
«Allora marcerete ai nostri lati» decise Mabel, buttando all’aria il piano precedente. «Tranne quelli di voi che portano gli equipaggiamenti. Le avanguardie saranno formate da squadre miste.»
Bera sbuffò, ma andò a informare i suoi del cambio di progetto e nessun altro si lamentò.
«È stata una buona idea farci lavorare insieme quando eravamo in pattuglia in superficie, Tenente» confessò Sottervach a bassa voce. «Se non lo avesse fatto, questo suo ordine avrebbe creato dei problemi.»
Mabel sorrise come se l’avesse sempre saputo.
«Secondo voi che cosa ha scavato questi tunnel?» chiese Edda affianco a loro. Era molto spaventata, forse più di quanto non lo fosse stata finora.
«Può darsi che abbiano della tecnologia» ipotizzò lui. Non gli sembrava plausibile, ma era molto meglio che immaginare un verme gigante che mangiava la roccia come un biscotto.
«Sono al contrario» disse una voce dietro di loro.
«Come dici, soldato?» chiese Mabel girandosi, prima di rendersi conto che stava parlando con uno delle FS.
«Al contrario, signore» confermò l’altro guardandolo. Questo parlava bene quanto Bera ed era la prima volta che uno di loro si rivolgeva a lui chiamandolo “signore”. «Vede? I segni di raschiamento vanno in quella direzione. Sono stati scavati in questo senso.»
Era la direzione in cui dovevano procedere, la direzione dove, ipoteticamente, si trovavano le forze aliene.
«Questo non ha senso» sentenziò Sottervach.
«Ma è così in ogni caso» lo contraddisse il soldato.
Era un mistero, un ignoto, e l’ignoto uccideva, ma non poteva permettersi di cambiare idea proprio ora. «Riposiamo per quattro ore, poi ci muoviamo.» ordinò Mabel. «Non sprecate le batterie, se potete evitarlo.»
Avrebbe dovuto impostare un sistema di staffette per fare arrivare gli ordini velocemente da un capo all’altro della fila, ma per ora si sarebbe accontentato di qualche ora di sonno.
Sottervach colse la sua stanchezza, Mabel non aveva ancora capito come ci riuscisse. «Imposterò i turni di guardia» disse allontanandosi. «Lei riposi, Tenente. Avremo bisogno di lei.»
Mabel stava per rispondergli con uno scherzoso “sì, signore”, ma si trattenne in tempo.
«Fai sogni d’oro, zuccherino» gli sussurrò Bera con un ghigno, ignorando lo sguardo stupefatto di Edda. «Faccio io la guardia stanotte.»
Mabel non se la sentì di obiettare.

«Queste gallerie mi urtano i nervi! Quando usciamo?»
Erano ormai al quarto giorno di cammino. Avevano cercato di mantenere la direzione al meglio che potevano grazie alle bussole e finora non avevano incontrato ostacoli, ma le lunghe ore al buio e con aria a malapena respirabile stavano logorando la pazienza e la disciplina, soprattutto quelle di Bera.
«Non mollare» le diceva Mabel. «Lo so che per te è dura.»
Lei sbuffava senza rispondere. Aveva passato l’infanzia praticamente allo stato selvaggio su Ber, sempre all’aria aperta, e quei tunnel per lei dovevano essere peggio che una tortura.
Mabel non le aveva ordinato di restare al suo fianco ma lei non si scollava mai da lui e da Edda, se non per brevi sortite verso la testa o la coda della fila, per ritornare poco dopo portando la notizia che non c’erano novità.
Camminavano con l’illuminazione minima, solo un soldato su quattro portava la torcia accesa, e cercavano di coprire più terreno possibile ogni giorno perché, anche se per ora non dovevano preoccuparsi di razionare il cibo (la tecnologia militare in quel campo era invidiabile), rimanere a oltranza in quelle gallerie non era un’opzione.
Mabel non sapeva perché l’avessero seguito. Se lui fosse stato un soldato sotto il suo stesso comando si sarebbe opposto a un’impresa così folle e senza una meta, forse avrebbe addirittura disertato… ma lui era l’eroe di Vidàlo, quello che aveva salvato il suo plotone dagli Alieni guidando una carica che nessuno avrebbe avuto il coraggio di tentare: se lui aveva un’idea, era meglio seguirla. Peccato che di idee, al momento, non ne avesse nemmeno una…
Era stato tentato di parlarne con Bera, voleva che almeno un’altra persona condividesse quel fardello con lui, ma non c’era modo di farlo in quel silenzio senza essere sentiti.
“Speriamo solo che…”
«Signore!» La staffetta lo raggiunse stando in equilibrio sul terreno curvo al lato della colonna; era un FS di corporatura snella e longilinea, Guatargo forse…
«Dimmi, soldato.»
«Lì davanti hanno trovato qualcosa. Sottervach dice che deve venire.»
Mabel si trattenne dal ricordargli che stava parlando del Sergente Sottervach e che qui gli ordini in ogni caso li dava lui. Stava diventando sempre più difficile mantenere la calma, e questo lo spaventava.
«Passa l’ordine di fermarsi» gli disse. «Bera, vieni.»
Lo avrebbe fatto lo stesso, ma almeno così sembrava che glielo avesse ordinato lui. Quando anche Edda Mikstov fece per seguirli lei la fulminò.
«Tu resti qui» le abbaiò, in modo così brusco che la povera cronista fece un salto indietro.
«Credo invece che verrà con noi» disse Mabel.
«Ma dobbiamo…»
«Ho detto che viene con noi.»
Al buio non poteva vederla digrignare i denti, ma sapeva che era così. A volte Bera gli ricordava più un animale che una persona, un animale in gabbia che sta per mordere le sbarre. Ma doveva mantenere la sua autorità, soprattutto con lei; su questo Sottervach aveva ragione: senza lui a guidarlo, questo gruppo si sarebbe sbranato da solo in un lampo.
I soldati in fila si scostarono per lasciarli passare e infine i tre arrivarono alla testa della colonna, dove l’avanguardia li attendeva assieme a Sottervach e al Caporale Nieric.
«Che cosa avete trovato?» chiese Mabel.
«Un bel casino» gli rispose il Sergente.
«Strada bloccata?»
Avevano ancora delle cariche, ma quanto indietro avrebbero dovuto marciare per non essere soffocati dalla polvere?
«Al contrario» disse però Sottervach, «ce ne sono fin troppe. Guardi lei stesso.»
La galleria in quel punto finiva, affluendo in una cavità molto più larga, una caverna sotterranea, in cui confluivano altre gallerie, da ogni lato e direzione.
«Sembra un cuore…» commentò Nieric, a metà fra l’estasiato e il terrorizzato.
«Si calmi, Caporale» lo redarguì Sottervach. «È solo una caverna. Tenente, lei che ne pensa?»
Erano ancora fermi sulla soglia e le torce illuminavano il loro ambiente solo parzialmente, perfino le FS sembravano restie a mettervi piede.
«Vediamo cosa c’è qui dentro» disse Mabel.
Trovarono che il pavimento era quasi omogeneo e ci si poteva camminare con relativa facilità. C’era un totale di sette tunnel in uscita da quello snodo, più quello da cui erano entrati; uno in particolare sembrava puntare nella direzione corretta ed era più grande degli altri, alto almeno tre metri.
«Non mi piace» disse Bera, guardandosi attorno come un felino che ha fiutato il pericolo. «Qui c’è qualcosa che non va.»
«Voglio due uomini su ogni uscita e quattro su quel tunnel più grosso» ordinò Sottervach. «Alla svelta!»
I soldati e le FS si riscossero e corsero ad obbedire, evidentemente qui sotto anche loro si sentivano confortate dalla burbera presenza del Sergente ed erano ben felici di stare ai suoi ordini; e Mabel gli era infinitamente grato per questo.
Una volta messo in sicurezza il perimetro la tensione si allentò visibilmente. Per ora non si sentivano rumori e tutto era calmo, come in una tomba.
“E ora vediamo di capirci qualcosa…”
Mabel sospettava che si trattasse di una delle incubatrici di cui aveva parlato Darco, ma doveva essere abbandonata.
«Il soldato che era con noi il primo giorno nel tunnel è fra voi?» chiese, ripensando al commento dei quel ragazzo, quello sul tunnel scavano nel senso opposto.
«Retroguardia» gli comunicò Bera.
«Vorrei la sua opinione.»
«Mando a chiamarlo.»
Una staffetta partì e qualche minuto dopo furono raggiunti dal giovane soldato, che scoprirono chiamarsi Miasuk Sintartosk, figlio di un pezzo grosso di una grande multiplanetaria che non aveva voluto seguire le orme paterne.
«Che ne pensi, Miasuk?» lo interrogò Mabel. «È possibile che qui dentro abbiano allevato degli spaccacroste secondo te?»
Miasuk si guardò attorno e puntò la torcia in varie direzioni. Poi si accostò a una parete e con il calcio del fucile staccò un pezzo di roccia, che venne via con sorprendente facilità.
Quando portò il pezzo a Mabel questi poté notare che la roccia era di un colore giallognolo e stranamente liscia e facile da sgretolare.
«Che cos’è?»
«Non è roccia vulcanica, questo è sicuro» disse Nieric avvicinandosi.
«Ma quella sotto sì» gli fece notare Miasuk indicando.
«Quindi prima scavano le caverne e poi le ricoprono di pietra?» domandò Sottervach.
«Non necessariamente pietra, signor Sergente» disse Miasuk con i suoi modi oltremodo cordiali per una FS. «Questa sostanza può essersi indurita col tempo.»
«Quindi qui dentro poteva davvero esserci una delle loro incubatrici» disse Mabel.
«Ma ora dov’è finita?» chiese però Bera, l’unica a non essersi ancora calmata.
«Per di là, è ovvio» disse Miasuk indicando il tunnel più largo.
Anche Mabel guardò. In effetti, ora che puntava la torcia agli angoli giusti, gli pareva che tutto, dalla disposizione dei tunnel fino ai segni nella roccia, puntasse in quella direzione.
Miasuk intanto stava battendo in un punto dove le croste giallognole erano particolarmente concentrate.
«Che stai facendo?» domandò Sottervach, più incuriosito che seccato.
«C’è una crepa qui sotto, signore» riferì Miasuk. «Venga a vedere.»
Era vero: in quel punto le croste avevano totalmente riempito una fenditura nella roccia.
«Direi creata da una grossa pressione» commentò Nieric.
«Pressione?» domandò Sottervach.
«Sì, Sergente.»
«Ma come cazzo…»
«Ehi voi, di qua si sente dell’aria!»
Era stata Bera, che nel frattempo si era data alla perlustrazione delle uscite (o ingressi).
Mabel fu il primo a raggiungerla, era ferma all’imboccatura di uno dei tunnel più piccoli, uno che sembrava portare leggermente all’insù. Provò a sentire l’aria con le mani e a prendere un bel respiro ma non sentiva niente, e anche gli altri sembravano perplessi.
«Dovete usare il naso» spiegò Bera. «C’è aria diversa qui, più fresca. È aria che viene da fuori. Di qua si esce!»
Sottervach e Nieric non sembravano convinti, anche loro avevano detto di non avvertire alcuna differenza, ma gli altri membri delle FS avevano preso per buone le parole di Bera senza la minima esitazione.
“E dovrei farlo anch’io…” si rese conto Mabel. Lei è cresciuta nella natura selvaggia, è stata un’indigena fino a quando non l’hanno trovata. Se c’è qualcuno che può portarci fuori da qui è lei.
«Signore» disse Sottervach, «suggerisco di mandare una squadra a perlustrare questo tunnel.»
Anche Nieric annuì il suo accordo, ma dal tono con cui l’aveva detto era chiaro che lo stesso Sottervach non ne fosse convinto. La perlustrazione di uno di quei tunnel poteva richiedere giorni interi e questo senza contare che avrebbero potuto incontrare dei bivi o altre stanze come questa.
«Signore, vorrei dare anche io un suggerimento» disse all’improvviso Miasuk.
«Parla» lo esortò Mabel.
«Se siamo venuti qui per uccidere gli Insetti, allora dobbiamo andare di là» disse indicando il tunnel di uscita, quello più grande. «Abbiamo una missione.»
Già… era stato ordinato loro di cercare le incubatrici aliene e distruggerle. Qualunque cosa stesse succedendo nel resto dell’ammasso, quella doveva essere la loro priorità. Inoltre, anche se avessero raggiunto la superficie, nessuno garantiva che qualcuno sarebbe mai tornato a prenderli e in quella zona sarebbero stati molto più vicini ai territori infestati.
«Ci divideremo» disse infine, quando già il silenzio si era prolungato fin troppo. «Sergente Sottervach, le affido il comando del plotone e delle Forze Speciali addette al trasporto degli equipaggiamenti, Bera vi guiderà. I suoi ordini sono di raggiungere la superficie nel minor tempo possibile e di creare un avamposto fortificato, da dove vi metterete al lavoro nel tentativo di contattare la flotta; il Caporale Nieric e la signorina Edda Mikstov verranno con voi. Il resto delle FS, assieme alla nostra squadra di artificieri, resterà con me e mi aiuterà ad andare a fondo di questa faccenda una volta per tutte.»
«Signore, non dirà sul serio!» si infuriò Sottervach, mentre Bera protestava furibonda: «Devo andarmene e lasciarti qui sotto
«Sì» disse Mabel imperterrito, a entrambi. Poi rivolto a Bera: «Tu sei l’unica che può portarci fuori di qui. Lascia dei segnali che potremo seguire una volta che avremo finito. Ritroveremo le vostre tracce e ci uniremo a voi una volta che la missione sarà terminata. È tutto. Avete i vostri ordini.»
Erano ordini che non sarebbero piaciuti a soldati del calibro di Bera e di Sottervach, ma erano pur sempre dei soldati e avrebbero obbedito; Mabel in quel momento lo seppe con certezza. Non era certo di come ci riuscisse, ma ormai ne era sicuro: comandare era qualcosa che lui sapeva fare e sapeva farlo molto bene, anche se non capiva come.
Forse avrebbe potuto affidare a Sottervach l’incarico di guidare la sortita o a Jatgo quello di guidare il plotone allo scoperto, forse ci sarebbe riuscito, ma avrebbe diminuito le probabilità: Bera era la persona giusta per quell’incarico e le FS non rispettavano l’autorità del Sergente come rispettavano la sua. E poi…
“Ho già lasciato un amico su questo pianeta.”
«Avanti. Abbiamo già perso troppo tempo.»
Le FS formarono un’avanguardia di cinque uomini guidata, neanche a dirlo, da Jatgo e si addentrarono nel tunnel; il resto, a parte una piccola retroguardia di tre elementi, si dispose attorno a Mabel, e Miasuk prese a camminare al suo fianco.
Ora si muovevano più liberamente, senza il peso degli equipaggiamenti pesanti a rallentarli e senza un’intera colonna di marcia da coordinare, ma paradossalmente questo faceva sentire Mabel ancora meno sicuro. Almeno prima erano stati in tanti, almeno prima era con il suo plotone, i suoi uomini più fedeli. Se fosse successo qualcosa almeno sarebbe stato con le persone a cui teneva, non sarebbe morto da solo…
Ma a mano a mano che si addentravano nella pancia della bestia, Mabel si scoprì a tenere una postura sempre più dritta, un portamento sempre più marziale, a imitazione del Generali che erano stati suo esempio, e degli Ammiragli e dei Capitani che aveva visto calcare i ponti delle navi da guerra della loro grande flotta. Lui non era mai stato un asso con il fucile e le sue doti fisiche erano sempre state considerate al meglio nella media, non aveva nemmeno l’aggressività e gli istinti che rendevano alcuni soldati delle autentiche macchine da guerra nel corpo a corpo, ma aveva scoperto di saper comandare. Questi soldati, l’élite dell’EFI, avevano bisogno che lui non mostrasse alcun timore e nessuna esitazione. Questo era quello che poteva fare per loro, la sua vera specialità. La sua unica, vera possibilità di portarli vivi fuori dall’inferno di cui avevano appena varcato la soglia.
«Signore, un’altra camera.»
Miasuk aveva raccolto il rapporto di uno dei soldati di avanguardia ed era tornato a riferire.
«Di già?» chiese Mabel stupito.
Stavano marciando da poco più di due ore.
«Sì, signor Tenente. Cento metri più avanti, mi dicono. È molto più grande dell’altra.»
Dopo solo un paio di minuti approdarono in una caverna del tutto simile alla precedente, solo che questa era grande almeno il doppio e così erano anche i tunnel che vi confluivano; tra il loro punto di ingresso e il pavimento c’era un salto di un paio di metri.
«È più irregolare dell’altro, fate attenzione» avvertì Jatgo, che era già entrato con la sua avanguardia.
Anche qui il terreno e le pareti erano ricoperte da quella strana sostanza pietrosa, ben visibile ora che sapevano cosa cercare, e sembrava che anche le incrostazioni fossero dimensionalmente maggiori rispetto alle precedenti. Anche questa incubatrice però, se di quello si trattava, era vuota.
«Troviamo l’uscita» disse Mabel. «Se c’è un ordine o uno schema in queste gallerie che possiamo capire, dovrebbe trattarsi di un tunnel ancora più largo degli altri.»
Lo disse guardando Miasuk e lui annuì lentamente. «Da quella parte, credo» disse illuminando il pavimento con il fascio di luce della torcia.
Jatgo e i suoi non faticarono a trovare quello che stavano cercando. Questo tunnel era alto almeno sette metri ed era così largo da avere un pavimento facilmente camminabile, che però era reso scivoloso dalle croste giallognole, che sul pavimento erano delle lastre lisce e quasi omogenee mentre dal soffitto pendevano come tanti piccole stalattiti.
«Procediamo» disse Mabel, e il gruppo riprese a muoversi. «Credo tu abbia avuto ragione su quella sostanza» disse Mabel a Miasuk poco dopo. «Si solidifica nel tempo.»
«Sì, signore.»
«Che cosa facevi prima di unirti all’esercito federale?»
«Bioingegnere, signor Tenente.»
«E come sei finito qui?»
«Ho dei… disturbi comportamentali, signore.»
Per la prima volta lo sentì titubante e capì che quello non era un argomento gradito. Ma doveva sapere con chi aveva a che fare. «Qualcosa di grave?»
«Ho aggredito un insegnante e due compagni di studi. A morsi.»
La voce di Miasuk era diventata piatta, del tutto inespressiva. Un brutto segno, secondo
Mabel. Stava cominciando a capire cosa significava davvero essere delle Forze Speciali: avevi grande talento e ricevevi l’addestramento migliore, ma avevi anche delle… altre particolarità.
«Questo sarà un problema, signore?» gli chiese Miasuk, senza voltare la testa.
Mabel, contro ogni probabilità, si scoprì a sorridere. «Finché la tua rabbia sarà rivolta nella direzione giusta, soldato, non direi proprio.»
Misuk si rilassò visibilmente. «Grazie, signore. Le sarei grato se non ne parlasse a nessuno al di fuori delle FS. Sarebbe… un grave insulto per me.»
«Non era mia intenzione farlo e non lo farò.»
Sui membri delle FS non esistevano fascicoli da poter consultare né record di alcun tipo, ma Mabel intuiva che il loro riserbo fosse solo verso l’esterno: erano un gruppo elitario e chiuso su se stesso, molto affiatato e molto pericoloso, un branco.
«Grazie ancora» disse Miasuk. «Lei non è quello che ci aspettavamo.»
«E che cosa vi aspettavate?» chiese Mabel curioso.
Ma un soldato dell’avanguardia arrivò a interromperli. «Tenente, abbiamo trovato qualcosa.»
Prima di seguirlo, Mabel prese Miasuk per la spalla e lo fermò. «Ascoltami bene, Miasuk» gli disse fissandolo negli occhi. «Ho un ordine per te.»
Miasuk sembrò perfino spaventato. «La ascolto, Tenente.»
«Resta in vita. Qualunque cosa succeda, voglio che tu esca vivo da qui. Le persone come te non dovrebbero essere gettate su mondi come questo a morire, siete troppo importanti. Ricordatelo.»
«Lo farò signore, e grazie.»
«Ora vediamo cosa abbiamo trovato.»
Quello che avevano trovato era un vicolo cieco. Il tunnel finiva di colpo in una parete solida, senza pertugi o uscite laterali da poter sfruttare per aggirarla, e sembrava composta interamente dalla sostanza giallognola indurita che li aveva accompagnati fino a quel punto. Jatgo la stava tastando in vari punti, prima con le mani e poi col calcio del fucile, tendendo l’orecchio.
«È bella spessa, ammesso che dietro ci sia qualcosa» dichiarò.
Miasuk si avvicinò e provò a staccarne un pezzo con un coltello che estrasse dallo stivale, dopo un paio di imprecazioni un crostone piuttosto largo e pesante venne via.
«Strano» disse il giovane, continuando a lavorare sulla sua opera di scavo.
Il pezzo caduto a terra sembrava più chiaro rispetto a quelli che tappezzavano la galleria e più friabile, più… morbido, avrebbe detto Mabel, che lo stava tastando con un piede.
«Forse si è solidificata da poco» azzardò uno degli altri soldati.
Jatgo venne a vedere e annuì. Era nervoso.
«Se è così debole possiamo provare a scavarla o farla saltare» disse Mabel. «Dove sono quelle cariche?»
La squadra artificieri si fece avanti; portavano un bel carico di esplosivo ordinario oltre a due piccoli ordigni a fissione. Quando si trattava di far saltare per aria le cose, l’EFI non lesinava sull’equipaggiamento. «Miasuk, se riesci a scavare un buco abbastanza profondo possiamo inserire delle cariche e risparmiarti un sacco di fatica.»
Sciack…
Un altro pezzetto di roccia gialla volò via, ma quel rumore fece gelare il sangue nelle vene di Mabel, che guardò Miasuk. Il ragazzo stava ispezionando la lama del suo coltello, che era sporca di un icore verdognola e oleosa e subito nell’ambiente si diffuse un odore atrocemente simile a quello della carne in decomposizoine, misto a polvere e vapori minerali.
Poi successe.
Così. In un attimo. Talmente rapido e inaspettato che niente, nemmeno gli istinti fulminei e letali di un soldati delle Forze Speciali, poterono salvarlo.
Il muro si aprì e Miasuk fu inghiottito. Negli occhi di Mabel rimase stampata l’immagine di una bocca, come di una pianta carnivora gigantesca, piena di saliva verde. E di Miasuk, terrorizzato, che guardava verso di lui.
«Dietro. Andate dietro!»
Jatgo era stato il primo a riprendersi e li spinse tutti lontano dal muro. In un lampo le FS si erano ricomposte e ora quattordici uomini puntavano i fucili e le torce verso la fine del tunnel, dove qualcosa che non era una parete di roccia si stava muovendo e agitando, emettendo un rumore…
Non era possibile descrivere quel rumore. Era troppo orrendo, troppo dannatamente alieno e terrificante perché un solo essere umano potesse immaginarlo, anche nei suoi sogni più terribili. Una cosa che non aveva nome, o intelligenza… solo fame. Ed era fottutamente grande!
Passarono secondi. Pochi, lunghissimi secondi. Poi la bocca si riaprì e ne uscirono gli spaccacroste.
Mabel non poté dare ordini, in un senso o nell’altro, perché gli uomini cominciarono a sparare. Gli Alieni venivano rigurgitati a decine dal fondo di una gola rumorosa e agghiacciante ed esplodevano a contatto coi proiettili dei fucili d’assalto.
Mabel ragginse gli artificieri, ancora paralizzati dal terrore. «Tirate fuori quelle cazzo di cariche, dobbiamo far crollare questo tunnel! Mi hai sentito, soldato
Il caposquadra al comando del gruppo ebbe uno scatto, come se fosse stato svegliato da una scarica elettrica. Guardò Mabel, poi guardò avanti a sé, poi ancora Mabel e il suo sguardo finalmente sembrò mettersi a fuoco.
«Sei con me, soldato?» chiese il Tenente, con voce calma e fredda.
«S-sì, signore!»
«Sveglia i tuoi e piazzate le cariche, dobbiamo far collassare questo tunnel.»
«Sì, signore. Ci vorranno pochi minuti.»
«Arretrate di una decina di metri e fate presto.»
«Agli ordini.»
«Jatgo! Jatgo, cazzo, ascoltami
Il tozzo soldato si staccò dalla prima linea e venne da lui. Aveva un’espressione spiritata.
«Escono sempre! Dobbiamo ammazzare tutti! Poi facciamo strategia.»
«L’ho già fatta la strategia! Al mio segnale arretrate lentamente, facciamo saltare le cariche e chiudiamo il tunnel. Poi ce la battiamo.»
«Capito, signore!»
I quattro soldati in prima linea in quel momento fecero un balzo all’indietro, perché la cosa che si era fatta passare per una parete di roccia era appena venuta avanti di scatto, come un verme cieco alla caccia della preda. No, quel paragone non era adeguato. Era come un ammasso di carne viva e ribollente che stesse dolorosamente e faticosamente masticando se stessa, contemporaneamente andando in cerca di altra carne. Questo per fortuna aveva dato tregua alla continua fuoriuscita di soldati nemici e le FS poterono arretrare oltre la linea delle cariche.
«Conservate i proiettili!» urlò Mabel a quelli che stavano ancora sparando.
Il mostro ora sembrava preso da convulsioni, si agitava e ora tutto stava tremando paurosamente. Alcuni non avevano ascoltato l’avvertimento di Mabel e continuavano a sparare all’impazzata urlando come indemoniati, uno non si era nemmeno accorto di aver finito i colpi.
Poi, di colpo, quella cosa orrenda si ritirò, come se fosse stata risucchiata, e al suo posto rimase un tunnel vuoto, impastato di icore verdognola, che sia apriva su una cavità buia ed enorme, tanto che le torce da quella distanza non riuscivano minimamente a illuminarla.
Per un attimo ci fu silenzio. Poi dei suoni, che a Mabel erano fin troppo noti, cominciarono a echeggiare fra le pareti di roccia, a centinaia, a migliaia.
Fu una doccia fredda. Quello era un nemico che Mabel aveva già affrontato, che aveva già battuto. Aveva… la misura giusta.
«Indietro! Ritiriamoci fino all’altra caverna e facciamo saltare questo passaggio. Artificieri?»
«Timer a distanza in posizione, signore. Siamo pronti.»
«Allora andiamo!»
Si mossero più veloci che poterono. Uno degli uomini inciampò e cadde e dovette essere aiutato, probabilmente si era fratturato la tibia, ma ormai sapevano quello che dovevano fare: scappare da lì con ogni mezzo disponibile. Quando erano appena a metà strada sentirono che il nemico li stava inseguendo.
«Dobbiamo rallentarli!» disse Mabel. «Formiamo delle squadre di fuoco.»
«Ci pensiamo noi, Tenente» disse uno delle FS. «Lei e i suoi continuate a muovervi.»
«D’accordo.»
Mabel diede il cambio a uno dei due soldati che stavano aiutando il ferito e il gruppetto corse al meglio che poté. Dopo minuti che sembrarono interminabili e col rumore degli spari e le grida degli spaccacroste morenti a inseguirli approdarono finalmente nella caverna precedente.
«Fortificate quell’uscita» ordinò Mabel. «Appena i nostri sono passati facciamo saltare quelle cariche.»
Siccome l’uomo ferito era proprio il caposquadra, ora Mabel era praticamente l’unico ufficiale rimasto.
I rumori del combattimento si fecero sempre più vicini, poi finalmente Jatgo comparve sulla soglia del tunnel e saltò al riparo.
«Siamo arrivati. Esplodere tunnel! Esplodere tunnel
«A terra!» gridò Mabel. «Ora!»
Il botto degli esplosivi fu come un uragano e un attimo dopo lo spostamento d’aria passò sopra le loro teste.
«Jatgo! Dove sono i tuoi?» gridò Mabel.
«Arrivano. Non preoccuparti, Tenente. Sanno cavarsela.»
Fu di parola. Le FS uscirono galoppando dal tunnel impolverato, come le mani a coprire bocca e occhi e lanciandosi strani richiami come le urla dei pipistrelli.
«Dobbiamo ritrovare la strada, presto!»
Ma in quel momento i suoni degli spaccacroste in arrivo riecheggiarono tutt’attorno.
Le bestie cominciarono a cadere dall’alto. Una piombò direttamente su uno degli uomini e prima che i fucili degli altri la disintegrassero gli aveva piantate tutte e due le mandibole nel petto.
In un attimo la caverna divenne una trappola infernale. Gli spaccacroste sciamavano da ogni direzione, non era più possibile distinguere l’uscita e non sarebbe servito in ogni caso.
Gli uomini si raggrupparono al centro dell’ambiente, spalla contro spalla e schiena contro schiena, sparando solo per salvarsi la vita. Mabel aveva già innestato il suo terzo caricatore quando vide uno degli artificieri armeggiare con qualcosa dietro ai suoi piedi.
«Che cosa stai facendo, soldato?» gli gridò, trovando la forza di superare il frastuono.
«Mi preparo a fargli la festa, signore!»
Stava armeggiando con uno dei gli ordigni a fissione. Mabel, con tutto quello che stava succedendo, sorrise. «Continua soldato!»
«Sissignore!»
Si girò e fece saltare le cervella a uno degli innumerevoli Insetti, un colpo preciso nel mezzo dei centri nervosi, degno del miglior cecchino. “Un canto del cigno più che adeguato…” pensò.
Poi notò che gli Alieni davanti a lui stavano morendo uno dopo l’altro, come se venissero colpiti alle spalle. Alzò la testa. Bera!
La ragazza era all’imboccatura di una delle uscite, forse quella originaria o forse no, e stava sorridendo mentre scaricava il suo fucile contro le bestiacce che assalivano Mabel e i suoi, e lui in quel momento vide una speranza.
«In movimento!» urlò. «Dietro a me, dietro a me
Lasciandosi dietro una scia di sangue alieno e di carapaci esplose, il gruppo si fece dolorosamente strada nella direzione dove Bera li aspettava. La ragazza saltò giù, atterrando su uno spaccacroste con entrambi gli stivali e finendolo con una raffica di proiettili, poi cominciò a gridare e a sparare, ammazzandoli come se stesse falciando grano. Mabel la raggiunse e d’istinto si misero schiena contro schiena.
«Andate! Andate! Jatgo, portali fuori!»
Bera avrebbe lasciato delle tracce che il tozzo cerca-piste avrebbe potuto seguire. Fra gli ultimi passò il ragazzo che aveva armato la bomba.
«Hai impostato la detonazione a distanza?» gli chiese Mabel.
«Certo, signore!»
Era Abban, la più giovane delle loro reclute, assegnato agli artificieri perché aveva dei rudimenti di studi di elettronica nel suo curriculum e perché si sperava che rimanesse più al sicuro.
«Non perdere quel detonatore.»
«Mai, signor Tenente!»
«Va’! Qui ci pensiamo noi.»
Quando anche l’ultimo fu passato. Mabel diede di gomito a Bera. «Prima io o prima tu?»
«Sono io che sto salvando il culo a te, no?»
«Non fa una piega.» E accettò la mano del soldato che gliela offriva.
Le FS stavano facendo fuoco di sbarramento dall’imboccatura del tunnel. Mabel allungò la mano e Bera la prese, dopo aver freddato un ultimo, temerario spaccacroste.
«Te ne devo una» disse Mabel.
«Aspetta che siamo usciti.»
Il resto fu una corsa.
Come Mabel aveva supposto, Jatgo sapeva come trovare le tracce lasciate da Bera e ben presto cominciarono a salire.
«Questa non è la stessa strada» commentò lui, ora a corto di fiato.
«Ne ho trovata una più corta. L’abbiamo aperta con le cariche.»
«Com’è la situazione di sopra?»
«Brutta.»
A Mabel non piacque il suo tono.
«Ci siamo!» arrivò il grido da davanti.
Ci fu un’ultima, ripida salita, poi i venti freddi di Vidàlo accolsero Mabel con una sferzata pungente, che portava gli odori delle cartucce esauste e della carne bruciata.
«Sottervach ha organizzato la difesa ma ci stanno assalendo da tutti i lati. La zona è piena di bocche.»
«Bocche?»
«Tunnel cazzo! Ne escono a decine da sotto terra.»
«Era troppo sperare che il nostro fosse l’unico.»
«Già. Avete fatto un bel casino là sotto!»
Ma per fortuna la più improbabile delle reclute aveva trovato il modo di rimediare.
«Va’ a dire a Sottervach e agli uomini di prepararsi a un bel botto.»
«Come dici?»
«Abbiamo lasciato un pillola armata lì sotto e dubito che gli Insetti abbiano capito di cosa si tratta.»
Bera mostrò il suo ghigno felino. «Vado.»
«Abban!» gridò Mabel.
«Signore!»
«Al mio segnale.»
«Stanno arrivando!»
Le Fs si erano raccolte attorno all’apertura coi fucili puntati.
«Indietro!» ordinò Mabel. «State indietro e cercate riparo!»
Riluttanti obbedirono. Bera tornò di corsa.
«Il Sergente manda a dire di fare presto.»
«Buttati giù. Abban…» Il suono di migliaia di spaccacroste che risalivano il tunnel come ragni affamati riecheggiò nella sua raccapricciante cacofonia. «Ora!»
Ci fu un ritardo di un paio di secondi, giusto il tempo che ebbe Mabel per gettarsi dietro a una barricata improvvisata assieme a Bera, poi il terreno tremò, e per un attimo sembrò che l’intera montagna su cui stavano si sarebbe sollevata per decollare verso il cielo. Poi uno sfiato d’aria calda e detriti uscì dal buco nel terreno in una roboante detonazione.
Mabel si stava coprendo il naso e gli occhi, ma una mano, quella di Bera, lo condusse verso dove l’aria si poteva ancora respirare.
«E due!»

«Dove siamo?»
Sopra la testa di Mabel c’era un’intelaiatura di metallo che sosteneva una struttura aperta fatta di camminamenti, ponti, balaustre e scale in quantità.
«Avamposto militare, direttamente a nord dell’infestazione principale, da quello che posso capire» gli disse Sottervach. «Era vicino a dove siamo usciti e uno dei tunnel passava proprio qui sotto.»
Il Sergente era sceso a sincerarsi delle sue condizioni e quando lo aveva visto illeso era scoppiato in una fragorosa risata di benvenuto.
«Avvistamenti?» gli chiese Mabel. Con tutto quello che era successo era impossibile che ora gli Alieni non venissero a cercarli.
«Naturalmente» rispose Sottervach. «Ci saranno addosso fra un paio d’ore al massimo, se non arrivano prima quelli volanti.»
«Volanti?»
«Sì, ne abbiamo abbattuta una decina prima che arrivaste, ora si sono ritirati.»
«Com’è la posizione?»
«La più difendibile che si potesse sperare. Quei cosi non sono bravi ad arrampicarsi, anche se si direbbe il contrario, e possiamo tenerli a bada a lungo. Quelli volanti sono un problema ma grazie ai cecchini che lei ha insistito per portare con noi possiamo limitare i danni.»
Finché non avessero finito le munizioni, o finché qualcuno non avesse commesso un errore dovuto a stanchezza. Ormai gli Alieni sapevano di loro e avevano giudicato la loro presenza un pericolo, non c’era scampo, forse non c’era mai stato. Strana la facilità con cui uomini e donne come loro erano capaci di accettare quel pensiero…
«Quello che abbiamo scoperto qui deve lasciare questo pianeta, Sergente» disse Mabel. «Costi quel che costi. Questo significa che almeno uno di noi deve sopravvivere.»
«Allora…»
«E non sarò io, Sottervach. Mi dispiace, ma non posso accettarlo.»
Il Sergente lo guardò, sembrò capire.
«Chi allora?»
«Abben, degli artificieri. Dobbiamo assicurarci che gli Alieni non lo trovino, lui e la torre delle comunicazioni. Prima o poi qualcuno verrà.»
«Signore, signore!» era Nieric, e li stava chiamando trionfante dalla cima della struttura dove dovevano aver già rimontato le apparecchiature. «Abbiamo un segnale!»
Mabel corse a raggiungerlo. Il Caporale Nieric non stava nella pelle. «Comunicazione d’emergenza da parte della flotta, Tenente» riferì. «Cercano lei.»
Mabel prese il microfono, scoprendo che le mani gli tremavano.
«Tenente Maggiore Adasco, ce ne avete messo di tempo!»
«Qui il Tenente Sonia e un buon giorno anche a lei!»
«Sono felice di sentirla, Sonia. Spero proprio che l’Alto Comando abbia una spiegazione per questo ritardo. Qui le cose si sono messe male.»
«Non c’è più nessun Alto Comando, temo. Le difese in questo sistema ora prendono ordini direttamente dal Comandante Mitoriani a Porlanto.»
«Che diavolo è successo?»
«Abbiamo vinto, Tenente. Ma ci è costato caro… Qual è la sua situazione?»
«Compromessa» riferì Mabel, troppo frastornato per considerare le conseguenze di quello che Sonia gli aveva detto. «La nostra posizione è fortificata ma saremo sopraffatti nel giro di poche ore.»
«Forse anche meno, signore…»
Mabel si girò verso sud, dove il Caporale stava indicando, e gli si accapponò la pelle.
«Uova!» tuonò la voce di Sottervach dal livello inferiore. «Sono fottute uova. Abbattetele! Abbatteteleee
I cecchini cominciarono il loro lavoro, ma era come quel giorno… erano troppe. Provenivano dalla superficie questa volta, si alzavano in altissimi archi di cui non si distingueva il punto d’origine, e arrivavano saettando verso di loro, piovendo tutt’attorno.
«Mi correggo» disse Mabel al microfono, stringendolo tanto forte da far male. «La nostra postazione è sotto attacco. Ci serve un’evacuazione immediata!»
«Stiamo arrivando. Le navi sono in discesa e arriveranno da voi tra quindici minuti.»
«Potremmo non avere così tanto tempo.»
«Cercare di coprirvi è troppo rischioso, resistete finché potete.»
«Ricevuto. Adasco chiude.»
Mabel prese Nieric per un braccio. «Lei resti qui e faccia funzionare questo coso il più a lungo possibile» indicò la trasmittente. «E quando arriveranno le navette si occupi di coordinare gli imbarchi.»
«Ricevuto, signore.»
Mabel imbracciò il fucile.
«E ora vediamo di farla finita.»
Saltò sulla piattaforma inferiore dove Sottervach continuava a sbraitare ordini.
Andò fino alla balaustra e si sporse, vedendo migliaia di spaccacroste farsi strada verso la base della costruzione.
«Forza con quelle armi pesanti, forza!» urlava il Sergente.
I mortai furono piazzati e cominciarono a sparare, aprendo voragini fra le orde in salita. Ma erano troppi, erano infiniti.
«Ci stanno venendo a prendere. Dobbiamo resistere» gli gridò Mabel sopra il frastuono.
«Sì, signore. Lo faremo!»
Lo lasciò per scendere di sotto ma Bera gli venne incontro.
«Dobbiamo tenere le fortificazioni, di’ ai tuoi di salire subito!»
«Negativo. I bastardi stanno scavando. Apriranno una breccia tra p- »
Un rumore come di un risucchio… e poi i fucili che sparavano.
«Cazzo, sono già arrivati!»
«Stiamo aspettando la cavalleria, solo pochi minuti» la informò Mabel. «Voglio che le FS si ritirino ordinatamente al livello superiore.»
«Una parola!»
«Sì, la mia. Vai!»
Si spostò sul versante nord.
«Com’è su questo lato?» chiese al caposquadra di quel settore, Norri o Nortat…
«Arrivano in continuazione, signore. Siamo già a metà delle scorte di munizioni!»
«Il Tenente Sonia sta venendo a prenderci. Tenete quelle barricate ma state pronti alla ritirata su mio ordine.»
«Sìssignore!» disse quello con ritrovata energia.
In quel momento un uovo andò a schiantarsi contro i sostegni metallici appena sopra le loro teste e le traverse si incrinarono. Prima ancora che fosse a terra, Mabel e Nortat (sì, era il soldato Bedgo Nortat, uno dei primi reclutati dal loro plotone dopo la prima missione) lo avevano crivellato di proiettili, al punto che la forma che ne uscì non era nemmeno riconoscibile.
«Bel colpo, Tenente» si complimentò Nortat.
«Grazie, mantieni l’ordine qui.»
«Sì, signore!»
Tornò di corsa da Sottervach e nel farlo vide per la prima volta uno degli Insetti volanti.
Era come uno spaccacroste ma aveva la testa più grossa e il corpo più arrotondato, come un calabrone. Le ali non si vedevano perché sbattevano veloci proprio come quelle di un insetto, e facevano lo stesso rumore ronzante, che si udiva anche sopra il frastuono delle armi.
Era vicino e Mabel puntò il fucile, ma un attimo prima che premesse il grilletto il colpo di uno dei cecchini lo freddò.
«Situazione!» urlò a Sottervach.
«Fottutamente sotto controllo, signore! Per ora…»
Il rumore di combattimento era più forte sotto i loro piedi, segno che le FS stavano ancora combattendo alla base della struttura. Un alieno volante venne a schiantarsi contro le barricate, travolgendo un soldato, e subito gli spaccacroste al di fuori premettero contro la breccia. Da sotto venne un forte boato e delle grida gli dissero che anche sul versante nord le cose non andavano bene.
«Dove cazzo è Sonia
Come se le sue grida le avessero evocate, tre navette da sbarco scesero sfiatando gas incandescente dai propulsori in frenata, fermandosi sospese vicino ai livelli più alti. Ciascuna di loro era dotata di una torretta mitragliatrice e le tre cominciarono a prendere di mira i volanti, mentre i soldati all’interno facevano fuoco di sbarramento contro gli spaccacroste a terra.
«Ritiriamoci!» urlò Mabel. «Squadre tecniche e di supporto per prime! Avanti! Sottervach, dove sono le FS?»
«In arrivo!» Il ringhio di Bera fu il suono più bello che avesse mai sentito. La ragazza saltò sul loro livello con l’agilità di una pantera e si girò a sparare verso il basso mentre i suoi compagni risalivano in tutta fretta. Mabel vide anche Jatgo tra quelli che ce l’avevano fatta.
«I bastardi hanno cercato di attaccare i piloni ma li abbiamo sterminati» disse lei sorridendo. Poi urlò: «Granate!»
Almeno una decina di soldati sganciarono delle granate al gas sugli spaccacroste in salita. Intanto quasi tutte le squadre speciali del plotone avevano raggiunto le navette. Mabel vide con la coda dell’occhio i capelli rossi di Edda Mikstov sparire dentro uno degli scafi.
La prima navetta chiuse il portello e salì in aria, girandosi per scaricare le batterie frontali attorno al perimetro della base.
«Non possiamo aspettarli qui, dobbiamo salire!» urlò Mabel a Sottervach.
«Ricevuto. Andate e copriteci dall’alto!»
«Bene.»
Mabel salì, accompagnato da Bera. Metà delle FS andò in soccorso di Nortat e grazie al loro aiuto i soldati da quella parte riuscirono a ritirarsi. Altre uova caddero dal cielo. Uno dei volanti sfuggì ai fucili e planò verso la piattaforma, prendendo al volo uno dei cecchini e scaraventandolo nel vuoto. I soldati di Mabel, ormai stremati, si precipitarono su per le scale di metallo mentre le FS, Sottervach e i veterani li coprivano. Ma ormai la situazione era disperata, gli spaccacroste sciamavano sopra le barricate ora indifese e il fuoco dei fucili non bastava a tenerli a bada.
Metà delle FS erano salite, ma ad un tratto fu evidente che per gli altri non c’era speranza.
Mabel vide Sottervach, circondato da cinque uomini, che sparava all’impazzata e continuava a sbraitare ordini, guadagnando secondo preziosi per Jatgo e quelli che erano rimasti giù i quali cominciarono lentamente a ritirarsi.
Poi uno di loro fu raggiunto, la mandibola ossea dello spaccacroste gli perforò la spalla. Il soldato perse il fucile da dolore ma estrasse il coltello dallo stivale e lo piantò nell’occhio della creatura. Un altro fu preso alle spalle e buttato a terra da tre nemici che lo maciullarono con le zampe. Uno degli uomini di Sottervach fu trascinato via e squartato. A quel punto Mabel capì che era troppo tardi.
Il Sergente si girò verso di lui, in un ultimo saluto carico di signficato, e poi la sua voce rimbombò per l’ultima volta fra le piastre metalliche di quell’avamposto maledetto: «Caricaaa
Lui, i quattro soldati e le FS rimaste ruppero le righe e si gettarono contro gli spaccacroste, sparando e poi lottando corpo a corpo con i fucili usati come mazze. Le FS attorno a lui si fermarono, si girarono, e si gettarono di nuovo nella mischia.
«No!»
Jatgo guardò Mabel. «Noi non lasciamo nostri. Noi viviamo e moriamo insieme.» E li seguì.
Era rimasta solo Bera, la sua dolce e bellissima Bera, e aveva gli occhi lucidi di pianto. Erano occhi cresciuti nelle steppe selvagge di un pianeta dimenticato, ma dentro di loro c’era la luce di intere galassie.
«No…»
Anche lei lo guardò, e sorrise. «Ti amo» gli dissero le sue labbra. Poi saltò.
«Nooooo!!!»
Delle mani lo trattennero. C’era una voce che lo chiamava, che arrivava oltre il frastuono. Mabel fu trascinato via, si rese conto di essere circondato da paratie di metallo, sentì l’inerzia dei propulsori e udì i portelloni che si sigillavano.
«Andiamo!» disse una voce.
No…
E la navetta partì, verso il cielo freddo e buio, verso la salvezza, verso il nulla.
Passarono pochi istanti, istanti in cui Mabel Adasco fu un uomo senza vita, tenuto in piedi dalle mani dei suoi soldati che lo avevano appena salvato. Era un guscio vuoto, perduto. Poi il torpore passò, la consapevolezza si depositò e l’addestramento e l’esperienza fecero il loro sporco e maledetto lavoro.
Ordinò che lo lasciassero andare e i soldati obbedirono. Ignorò le precauzioni di sicurezza e si fece strada fino alla carlinga di pilotaggio.
«Benvenuto a bordo, Tenente» lo salutò Sonia. «Posso consigliarle di allacciare la cintura, signore?»
«Negativo» rispose Mabel con una voce che non riconobbe. «La vostra nave è equipaggiata per il bombardamento orbitale?»
«Lo è, signore» rispose Sonia. «Ma abbiamo ordini di…»
«Qui gli ordini li do io, Tenente. Questa operazione è ancora sotto il mio comando. Dovete bombardare la superficie.»
«Possiamo farlo, ma senza delle precise coordinate il bombardamento è inutile. La disinfestazione del sistema richiederà…»
«Gliele do io le fottute coordinate!» sbraitò Mabel. Ora sentiva un fuoco crescergli dentro, un fuoco che domandava di bruciare, alto come le stelle. «C’è una fottuta bomborotta lì sotto. È quello che fanno con le loro incubatrici, gli spaccacroste sono solo un sottoprodotto.»
«Dice sul serio?» Sonia sembrava non credere alle sue orecchie.
Mabel si sporse e digitò dei numeri, imparati a memoria molto tempo prima durante i briefing e le riunioni tattiche.
«È esattamente al centro della zona infestata» disse il pilota leggendole.
«Precisamente. Ci vorrà un’alta penetrazione.»
Sonia ebbe solo un altro attimo di esitazione, poi aprì la comunicazione con la nave in orbita.
«Capitano Cavoski, qui è il Tenente Sonia. Abbiamo ordine da parte del comandante di questa missione di effettuare un bombardamento orbitale a queste coordinate, c’è le possibilità che ci sia una bomborotta in fasce là sotto e dobbiamo eliminarla.»
Ci furono dei secondi di intermezzo, poi una voce nasale rispose: «Ricevuto Tenente, girate alla larga. Bombardamento in arrivo.»
La navetta eseguì un brusco cambio di rotta, bloccando la salita e virando a lato spinta dai propulsori laterali.
«Facciamo un bel giro, così la vediamo eh!» disse il pilota sogghignando.
Eseguì una manovra di testa-coda, lasciando che l’inerzia continuasse a portare la navicella lontano dalla zona dell’esplosione ma permettendo a loro tre di assistere allo spettacolo, e fu appena in tempo.
Erano già abbastanza alti da vedere le montagne come su una mappa tridimensionale e delle scie rosse, come meteore infuocate, solcarono il cielo di Vidàlo. Erano proiettili al plutonio, rivestiti di metalli leggeri per agevolare la discesa in atmosfera, e quando impattavano l’attrito sprigionava un’enorme quantità di calore, producendo il devastante effetto di una piccola bomba atomica. Gli impatti, silenziosi ora che li vedevano dallo spazio, si susseguirono per un intero minuto, sollevando i loro funghi neri nell’atmosfera del pianeta, ponendo fine a qualunque abominio stesse nascendo sotto la crosta. A Mabel parve di scorgere i tentacoli di quella cosa che si agitavano, uscendo dalla superficie come le braccia di un bambino che affoga fra le onde del mare. Uno dei proiettili colpì esattamente il punto in cui c’era stata la base, e Mabel sentì una fitta al cuore, mentre il fuoco che aveva bruciato così forte lentamente si placava, e lo lasciava di nuovo solo.
Il Tenente Maggiore Adasco ignorò l’offerta da parte del pilota di prendere posto accanto a Sonia e tornò nella stiva. Si sedette, assieme ai suoi uomini, e ascoltò gli echi lontani, provenienti da luoghi che stavano oltre il tempo e lo spazio, di persone che non c’erano più.

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