Herem. La guerra di Mabel, parte 3

Autore: Davide Sassoli
Copyright © Aprile 2019
Sinossi ed editing a cura di Loredana La Puma
Autore copertina: Giulia Calvanese

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Vecchi amici

Alpha Centauri – Città capitale di Caeres, Ammasso di Sol, anno stellare 12.515

La conferenza stampa era appena finita e ora la parata era nel suo pieno. La via principale di Caeres era gremita, così come le balconate e le piattaforme sospese. A milioni erano arrivati nella capitale da ogni angolo del pianeta e altri miliardi stavano assistendo all’evento da lontano. Era la più grande manifestazione militare che questo angolo della galassia avesse mai visto.
Un giornalista trafelato raggiunse Mabel prima che potesse prendere posto sulla piattaforma di trasporto. «Colonnello? Colonnello, mi perdoni!»
Mabel si girò sorpreso. Era in alta uniforme, i suoi gradi dorati ben evidenti sulle spalline, ed era pettinato e rasato ad arte. L’uomo che aveva davanti a confronto sembrava uscito da un rifugio per sfollati: aveva una felpa e dei pantaloni, con uno strappo.
«Colonnello Adasco avrei delle domande da farle» disse trafelato, mentre i soldati di scorta lo fermavano, delicatamente ma fermamente, a cinque metri di distanza. «Sono Aron Ajadàmcha e lavoro per l’emittente Centus. La prego, solo qualche minuto.»
Mabel aveva passato le ultime quattro ore in una sala conferenze e non aveva fatto altro che rispondere a domande. Al suo fianco stava la Reggente di Caeres, Elisabeth Dianma, divinamente vestita in uno sfavillante abito bianco intarsiato di perle e cristalli, la quale emise un leggero sospiro, più annoiato che irritato in verità, a indicare che sperava di salpare sulla piattaforma senza ulteriori intralci.
«Emittente Centus?» chiese però Mabel incuriosito. Non era un emittente collegata alla RUS.
«Rete locale» gli spiegò con noncuranza Elisabeth. «Su Alpha Centauri ci teniamo alle tradizioni, soprattutto qui a Caeres.»
«Le dispiace se tardiamo qualche minuto?»
«La sala conferenze era il luogo per le domande, se ben ricordo.»
«Non sono stato ammesso» protestò Aron Ajadàmcha.
«È chi dice di essere?» chiese Mabel al capo della loro scorta, un sottufficiale di nome Smatkov.
Era una domanda superflua: l’uomo, per essere arrivato fin lì, era stato identificato in almeno dodici modi diversi ed era virtualmente impossibile contraffarli tutti; Mabel avrebbe potuto verificare la sua identità in un istante. Ma le abitudini di un vecchio soldato erano dure a morire e ci aveva fatto il callo.
La Reggente emise un altro sospiro, roteando platealmente gli occhi. Era una donna estremamente composta ed elegante e dalla straordinaria bellezza, ma aveva il gusto della teatralità, specialmente quando una situazione la divertiva.
«Sì, signore» rispose prontamente il soldato. «Ho appena rieseguito la diagnostica.»
«Bene. Mi dica signor…»
«Ajadàmcha, signor Colonnello. Non si preoccupi, siamo in pochi a conservare ancora vecchi nomi.»
«Prima Stirpe?» s’informò Mabel.
«Fiero di dirlo, signore.»
Era un culto presente su molti pianeti. Persone che vantavano di poter far risalire la propria discendenza ai primissimi coloni e di non aver mai lasciato il pianeta natale, nemmeno per una generazione.
«Per un centuriano dev’essere una bella e lunga eredità» commentò.
E lo era di certo. Alpha Centauri era stato, inconfutabilmente, la prima colonia umana nella Via Lattea. Un razzo partito dall’Antica Terra in epoca pre-stellare, durante la crisi industriale nel tardo ventunesimo secolo del Pianeta Madre, guidato da persone che credevano di lasciare un mondo ormai senza speranza; un viaggio senza ritorno. Mabel ricordava che l’equipaggio originario si era poi diviso in sette diverse fazioni ideologiche, che avevano lottato per la supremazia nei primissimi secoli durante la terraformazione.
Ora Alpha Centauri era un pianeta come tanti, assolutamente moderno e sede di grandi attrazioni turistiche, ma ogni mondo aveva una sua storia nascosta sotto la superficie, e Mabel aveva imparato che c’erano sempre degli individui o dei gruppi che più di altri ne sentivano il richiamo.
«Può dirlo forte, Colonnello» disse infatti fiero il cronista. «E se mi è concesso vantarmene, la mia linea discende direttamente dal grande Ceo Morgan.»
«Un’importante discendenza senza dubbio. Che cosa mi voleva chiedere? Mi spiace farle fretta, ma purtroppo anche lontano dai campi di battaglia un Colonnello ha dei doveri.»
«Naturalmente. Mi scusi, signore. Sarei interessato alla sua opinione, in quanto ufficiale di alto grado dell’EFI e veterano della vittoria di Porlanto, sulle dichiarazioni del Consiglio dei Marescialli riguardo la necessità di ricercare a tutti i costi la totale estinzione della specie aliena 9-4-89. Lei ritiene questa estinzione necessaria? È al corrente che ci sono delle organizzazioni, e mi riferisco principalmente al Comitato per la Preservazione delle Forme di Vita non Umane e alla Comunità Archeobiologica Interplanetaria, che sostengono fermamente e con importanti argomenti di validità scientifica la preservazione della biodiversità universale? Nella sua esperienza e per sua opinione, è davvero impossibile raggiungere la coesistenza?»
Mabel aveva imparato da tempo a mantenere il controllo, frenando quella rabbia sorda e fredda che gli si insinuava dentro quando venivano rievocati i ricordi che lui aveva deciso di mantenere segregati, nascosti in modo che non potessero fargli del male. Quest’uomo, come moltissimi altri, non aveva visto, non poteva capire e non era colpa sua. Ma il fatto che lo avesse adescato con una falsa pista, addolcito con argomenti che probabilmente sapeva lui avrebbe trovato gradevoli e interessanti (Mabel, negli anni, aveva scoperto che provava piacere e gratificazione nell’andare a fondo delle storie e delle culture dei pianeti che visitava, non necessariamente fermandosi alla superficie), e soprattutto il fatto di esserci caduto come un ingenuo, fecero traboccare il vaso della sua pazienza.
«Lei è molto bravo nel suo lavoro, signor…» disse con sdegno appena trattenuto.
«Ajadàmcha.»
«Speri di non dover mai scoprire quanto io sia bravo nel mio.»
Si girò, porgendo il braccio alla Reggente Dianma che lo accettò, mormorando delle scuse imbarazzate e facendo un cenno ai suoi assistenti che subito si occuparono di pregare cortesemente Aron Ajadàmcha di lasciare l’edificio.
«È tutto qui quello che ha da dire, Colonnello? È tutto qui quello che ha da dire l’EFI?» gli sbraitò dietro il cronista.
Ma le sue parole si persero nel vento quando la piattaforma si staccò dai sostegni, mentre il campo di forza li riparava dalle raffiche di vento.
Più tardi, stanco e provato dalla dura giornata (una volta si sarebbe messo a ridere al pensiero di potersi stancare solo stando in piedi e parlando con altre persone), Mabel era nei suoi alloggi, cortesemente messi a disposizione dall’ufficio di gabinetto della Reggenza di Caeres e fortunatamente forniti di un comodo divano. Quando apriva gli occhi il soffitto riflettente gli mostrava il volto e il corpo di un uomo di quarantotto anni standard, entrambi ringiovaniti per dimostrarne al massimo trenta. Spesso il trattamento non cominciava prima dei cinquanta, ma lui lo faceva già da diversi anni, nuove tecniche che impiegavano un rilascio più graduale dei farmaci con maggiore aspettativa di vita e minori effetti collaterali.
Un segnale acustico gli disse che qualcuno lo cercava e lui rispose restando seduto, con le braccia aperte e la testa reclinata. «Dica pure, Caporale.»
«Mi scusi se la disturbo, signore. Una giornalista della RUS chiede di vederla ed è molto insistente. Le ho detto che non desidera essere disturbata ma sostiene che vi conoscete e che lei le deve ancora un’intervista. Stavo giusto per… ehi, ma dove crede di andare? Non le ho…»
La comunicazione si interruppe e Mabel attese. Dopo alcuni minuti un altro segnale gli disse che c’era qualcuno alla porta.
«Avanti» disse tirandosi in piedi e lisciandosi gli abiti informali.
La porta si aprì con un soffio appena percettibile e dietro comparve, giovane e aggraziata come se non fosse passato un giorno, la figura snella e sorridente di Edda Mikstov, seguita da quella molto meno aggraziata e tremendamente imbarazzata dello sfortunato Caporale.
«M-mi scusi, signore. Io…»
«Non si preoccupi, Caporale» disse Mabel con un sospiro, ma senza riuscire a trattenere un piccolo sorriso. «Neanch’io sono mai riuscito a trattenere la signorina Mikstov quando si mette in testa qualcosa.»
«Ma…»
«Ci lasci, per favore. Non c’è alcun pericolo.»
«Ehm… sì, signore. Subito, signore.»
Quando il Caporale finalmente li ebbe lasciati Mabel avanzò per accoglierla. «Una volta non c’erano esitazioni quando un ufficiale dava un ordine» commentò.
«Lei parla già come un vecchio, Colonnello» rise la lunare. «Questi trattamenti ringiovanenti a cui vi sottoponete voi planetoidi non fanno nulla per il carattere a quanto pare. Oh» aggiunse fingendosi imbarazzata, «spero di aver pronunciato bene i suoi gradi questa volta.»
Mabel sorrise. Gli riusciva sempre naturale con lei. «A cosa devo questo piacere, Edda?» le chiese invitandola a sedersi.
«Non te l’ha detto il Caporale?»
«Quella scusa prima o poi non funzionerà più, lo sai?»
«Non ricordo che lo abbia mai fatto, in verità.»
«Nemmeno io.»
Risero assieme. Poi Edda si alzò fece qualche passo per la stanza, strofinando le mani fra loro come faceva quando qualcosa la turbava.
«Edda, che cosa c’è?»
«Nulla» disse lei, improvvisamente imbarazzata. «Volevo dirti che mi dispiace non essermi fatta sentire per così tanto e… beh, volevo sapere come stavi. Lo sai, dopo…»
«Il disastro di Antinia? Sono qui per questo, abbiamo bisogno di fondi e di reclute: la guerra è tutt’altro che vinta, anche se molti cercando di far pensare il contrario. Darco aveva ragione: qualcuno questo sporco lavoro lo deve fare e a quanto pare io so farlo molto bene.»
Edda andò alla finestra e guardò il panorama, un’altra cosa che faceva quando era nervosa.
«Come va con l’acclimatamento?» le chiese, giusto per dire qualcosa.
«Bene, questo pianeta non ha una gravità eccessiva.»
«Edda… che cosa c’è?»
«Conoscevi qualcuno di quelli che sono morti su Antinia? Uno dei nomi mi sembrava familiare, anche se non ho seguito direttamente il caso.»
«Sonia» disse Mabel. «È l’uomo che è venuto a salvarci su Vidàlo. E Airo Mitoriani era il comandante delle difese di Porlanto, anche lui era su Antinia II.»
«Santo cielo…» sussurrò Edda. «Mabel, mi dispiace.»
Mabel non rispose. Quando si vedevano provava sensazioni contrastanti: da un lato la sua presenza gli ricordava cose e momenti che, se avesse potuto, avrebbe cancellato per sempre dalla sua memoria; dall’altro stare con lei riusciva in qualche modo a mitigare il dolore, a renderlo quasi sopportabile.
«Per quanto ancora il suo fantasma si interporrà fra noi?» esplose lei tutto d’un tratto, cogliendolo del tutto impreparato.
Mabel alzò gli occhi per trovarla che piangeva, in piedi accanto a quel comodo divano, bellissima nei suoi abiti professionali ma sobri; notò che era lo stesso taglio di quelli che portava quando si erano conosciuti su Vidàlo (si era sempre vestita così durante i loro precedenti incontri nel corso di quegli anni? Non riusciva a ricordarlo).
«Io so che l’amavi» la sua voce era rotta dai singhiozzi. «L’ho saputo dal primo momento, quando ho visto come vi guardavate, le scintille che c’erano… Ma lei non c’è più. Non c’è più, cazzo! Per quanto ancora resterai aggrappato al suo ricordo?»
Ora lo stava fissando, aveva le braccia snelle tese e i pugni chiusi. Mabel non sapeva cosa fare o cosa dire.
«Scusami» disse lei dopo un po’, rompendo il silenzio e cercando di ricomporsi. «Non volevo turbarti, so che hai avuto una giornata pesante» disse intono formale, distaccato.
«Edda…»
«No. Non dire niente ti prego. Non so cosa mi ha preso, non succederà più. Buona serata, Colonnello.»
Mabel rimase a lungo seduto, a fissare la porta da cui lei era uscita. Lei, l’unica rimasta, l’unica che non gli era stata portata via. L’unica, forse, ad avere ancora il coraggio di credere in lui.

«Reclute, aaattenti!»
Diecimila giovani aspiranti soldati scattarono come altrettante bacchette di ferro, o peli rizzati da un’improvvisa frescura, a seconda dei modi di vedere.
Erano nell’acquadromo di Caeres, la struttura pubblica più larga e capiente della città dove i centuriani praticavano uno sport che contemplava dei palloni molto pesanti e una gigante bolla d’acqua tenuta sospesa da campi energetici. Ora l’acqua non c’era e le diecimila reclute riempivano a malapena lo spazio pavimentale generalmente occupato dagli spettatori non paganti.
Mabel aveva appena interrotto una proiezione tridimensionale ormai in voga da un paio d’anni, e sviluppata dai nuclei di comunicazione e propaganda, che mostrava (per sommi capi e senza alcun dettaglio che potesse urtare la sensibilità) le pietre miliari della storia militare galattica e le grandi conquiste dell’Esercito Federale Interstellare a partire dalla sua fondazione. Il suo ingresso era avvenuto nel momento in cui l’Ammiraglio Pakkadish pronunciava il giuramento ufficiale assieme a un plotone di soldati neopromossi. Era uno dei momenti preferiti della maggior parte dei promotori e il Maggiore responsabile del reclutamento sul Centauri non sembrò gradire quell’intrusione.
“Da quando abbiamo cominciato a trattare il reclutamento come una trovata pubblicitaria?” si chiese Mabel con stanco rammarico, sistemandosi sulla pedana rialzata e testando l’acustica della sala con dei lievi colpetti di dita.
La verità era semplice ovviamente: da quando le richieste di reclutamento erano crollate del 60%, nonostante si fosse pressoché ormai eliminato ogni requisito di età, provenienza o attitudine. Mabel, quando ripensava ai suoi esami di ammissione, quasi non riusciva a crederci.
Il Sergente che aveva chiamato le reclute si affrettò a porsi al suo fianco, rigidamente sull’attenti per impressionare i pivellini (alcuni di loro erano palesemente più vecchi di quanto Mabel sarebbe stato senza i trattamenti ringiovanenti). Il Maggiore invece se la prese molto più comoda, assicurandosi che i proiettori fossero tutti spenti e accuratamente riposti prima di avanzare a passo lento e apparentemente noncurante fino ad essere alla stessa altezza di Mabel. Sicuramente gli uomini e le donne là sotto non notavano nulla, erano ancora più verdi di quando lo era stato Mabel quando era arrivato in ritardo allo spazioporto di Teodus così tanti anni prima, ma per chi sapeva dove guardare era evidente che Yowa stava schiumando di rabbia.
Mabel lo accolse con un cenno e si fece avanti per parlare alla platea. «Sono il Colonnello Mabel Adasco» disse cominciando a ripetere un discorso che aveva fatto ormai decine e decine di volte con ben poche variazioni. «Sono qui per ufficializzare il vostro reclutamento e darvi il benvenuto nella nostra grande organizzazione. Godetevi questo momento, perché sarà l’ultima volta che qualcuno vi parlerà col rispetto dovuto alle persone civili.»
Ci furono dei mormorii in sala, qualcosa a cui ci si era dovuti abituare col tempo, ma questa volta i Caporali avevano deciso di non transigere e con pochi ordini sbraitati nel tono giusto riportarono il silenzio.
«In tutta la galassia» continuò Mabel imperterrito, «non esiste un datore di lavoro più esigente dell’EFI, e non esiste una famiglia più grande e numerosa. Noi siamo quelli che viaggiano fra le stelle e che proteggono l’umanità dai mostri che vogliono distruggerla. Siamo guerrieri, esploratori, costruttori e, soprattutto, siamo uomini e donne che mettono l’onore e la lealtà davanti a ogni cosa. Ad. Ogni. Cosa.» Quel giorno lo disse con più enfasi del solito e per un attimo sentì il cuore accelerare i battiti, i pugni stringersi dietro la schiena, proprio come accadeva una volta… «Ma prima di diventare tutto questo dovrete addestrarvi, e i nostri campi di addestramento sono i luoghi più duri, inospitali e spaventosi che possiate immaginare. Lì verrete messi alla prova, spesso in modi che non potete ancora concepire. Verrete plasmati nei soldati che un giorno sarete. Siete sicuri di essere pronti?»
Dopo un discorso del genere, sostenevano gli esperti di comunicazione dopo innumerevoli proiezioni statistiche, era praticamente impossibile che qualcuno dicesse di no. Mabel lo aveva constatato di persona, anche se alcuni sostenevano che fosse la sua presenza, ancor più che le parole, a fare quell’effetto. In quegli anni aveva visitato decine di pianeti, partecipato a innumerevoli manifestazioni e parlato davanti a migliaia di platee come quella: il copione era sempre lo stesso e non c’erano mai sorprese.
Fu così anche questa volta.

«E dunque eccoci qui.»
Sig si portò il boccale alle labbra e trangugiò un lungo sorso di una delle birre caeriane più costose sul mercato. Ma quello, per lui, era un sorso piccolo.
«A quanto pare» bofonchiò Yowa, che si era fatto pregare non poco prima di accettare l’invito.
«Non fare così, musone di un rampollo!» lo redarguì scherzosamente l’altro dandogli una pacca che per poco non lo mandò lungo disteso. «Quando ho saputo che saremo stati tutti e tre su Centauri ho chiesto un favorino, che in realtà è stato un favorone, e sono riuscito a metterci tutti nella stessa città. Quindi è vietato litigare, intesi?»
Mabel sorrise. Sig era il più basso in grado fra loro, solo un Sergente, ma sembrava aver deciso che quella sera i ranghi non contavano nulla, proprio come quando erano tutti assieme su Ber, ormai una vita e mezzo fa. Sig era sempre riuscito a metterlo di buon umore, e quando aveva scoperto che sarebbe stato lui il Sergente incaricato di tenere in riga le reclute durante il suo discorso non aveva creduto ai suoi occhi.
«Devo ancora capire che cosa ci fai tu qui, vecchio mio» gli disse prendendo anche lui un sorso. «Non che non sia contento di vederti, ci mancherebbe! Ma chi li tiene in riga tutti quei soldatini se tu sei qui a bastonare le reclute?»
«Non te l’ha detto?» si intromise Yowa, il cui bicchiere era ancora pieno. «Il nostro Sig è stato trasferito al programma di addestramento.»
Mabel lo guardò incredulo.
«Torno su Ber, amico» disse l’altro con un sorriso smagliante. «Vado a raddrizzare la schiena di quei ragazzini rammolliti; e chissà che l’EFI non torni ad essere quello che era ai nostri tempi, eh?»
Sig era sempre stato un entusiasta, ma questa volta Mabel sapeva che non poteva essere vero. Ai programmi di addestramento non venivi assegnato per merito o per fortuna: ci andavi quando non eri più in grado di combattere. Lo sapevano tutti, anche Sig.
«Ti sei trovato proprio un bel poso» mentì, capendo che doveva farlo per il suo amico. «E hai ragione: qualcuno deve dare una raddrizzata a questo esercito.»
Per quanto ci provasse non riusciva a dirlo con il trasporto che avrebbe voluto. Esperienze come quelle che lui aveva passato avevano il potere di rompere qualcosa dentro una persona, una cosa invisibile ma che, una volta andata, non era più possibile riparare. Anche a Sig doveva essere successo, anche se lui non era stato nell’Ammasso della Vergine, e Mabel si rese conto guardandolo che non era stato sottoposto ad alcun trattamento ringiovanente: era ingrassato, brizzolato e sulla sua pelle si vedevano i piccoli difetti tipici dell’avanzare dell’età umana. Lui e Yowa sembravano dei trentenni, mentre Sig dimostrava tutti i suoi cinquanta.
Stava per mettergli una mano sulla spalla, in un caloroso quanto inutile gesto di conforto, quando furono interrotti da un’altra loro vecchia conoscenza.
«Alanna. Ben arrivata.» Yowa fu il primo ad alzarsi. Lo fece con eleganza, allungando una mano per porgergliela e invitandola a sedersi accanto a lui. Mabel guardò stupito mentre lei l’accettava con finta noia e poi gli posava un delicato bacio sulle labbra.
Alanna indossava un vestito da sera, stretto sui fianchi. Di solito le donne militari, anche quelle molto belle, non calzavano bene abiti come quello, che rendevano la loro muscolatura e i loro fisici asciutti troppo evidenti, ma Alanna era un’evidente eccezione.
«Un giorno la smetterai di fare così e allora cosa farò?» lo canzonò accettando la sedia rialzata e posando le mani sul tavolo trasparente, dove Yowa mise una delle sue.
«Non succederà mai» la rassicurò.
«Una coppia scoppiettante!» cinguettò Sig. «È proprio vero che essere un rampollo aiuta nella vita. Guarda me…»
«Finiscila una buona volta!» ritorse Yowa, ma senza alcun astio. «A ciascuno le sue fortune, giusto?»
«Ah! Ben detto! Aproposito… felice di rivederti, Alanna. Ne è passato di tempo.»
«Precisamente due settimane standard, se non ricordo male.»
«Per me è sempre come la prima volta.»
Alanna rise, rise come quando erano su Ber e alla sera violavano il coprifuoco, perché erano giovani e liberi.
Allora qualcuno si è salvato, dopotutto…
«Mabel.» Mabel si accorse che Alanna si era girata verso di lui. «O dovrei dire: Colonnello Adasco. Sono contenta di rivederti, tra me e te il tempo è passato sul serio.»
C’era una rigidità adesso in lei, sottesa e quasi impercettibile ma che gli istinti di un ufficiale che aveva visto troppo notarono senza difficoltà: Alanna temeva di avere davanti uno sconosciuto. «Perdonami se non ti ho mai cercata» disse con un sorriso che sperava apparisse sincero. E poi, dopo aver preso un bel respiro: «È bello rivederti.»
«Farò finta di crederci» disse lei, agitando un braccio per richiamare un cameriere e ordinando un drink di cui Mabel dimenticò il nome un attimo dopo averlo sentito. Erano in un posto importante, con camerieri umani. «Tutto sul conto del Colonnello, giusto?» gli chiese strizzando un occhio.
«Fate pure» concesse Mabel. «È un po’ che non offro da bere.»
«Se penso che quella volta stavi per lasciarci le penne per colpa mia…» disse Sig, perso nei ricordi. «Quel cinghiale poteva cambiare le sorti di un’intera galassia.»
«Lo ha fatto, in un certo senso» disse Yowa. «Se Mab non lo avesse ammazzato con una coltellata non sarebbe mai diventato un ufficiale.»
In quell’affermazione c’era così tanto astio da avere il sapore del veleno. Mabel non aveva mai più ripensato a Yowa e ai suoi tentativi di sabotare il suo addestramento e la sua carriera, ma a quanto pareva il suo vecchio compagno d’armi non si era dimenticato di lui.
Alanna aveva posato una mano su quelle del suo compagno e nei suoi occhi c’era un duro rimprovero. Yowa la ignorò. «E poi, non contenti, per aver fatto ammazzare metà del suo plotone e due interi commandi di Forze Speciali lo hanno promosso a Colonnello. Non capirò mai come ragionano quei…»
Il pugno partì senza preavviso. Il cervello di Mabel non aveva dato quell’ordine, almeno non la sua parte razionale. Era strano, perché ormai credeva di essere così abituato all’ignoranza Generale da non farci più caso… Doveva essere il fatto che si trattasse di Yowa, o magari era stato il suo incontro con Edda a scombussolare la tregua che credeva di aver raggiunto con se stesso e i suoi demoni. Qualunque fosse la causa, i suoi effetti erano del tutto inaspettati.
Yowa schivò il pugno e gli bloccò il braccio, lo tirò per fargli perdere l’equilibrio e tentò di assestargli una ginocchiata allo stomaco. Mabel la bloccò e rispose con un gomito alla tempia, che Yowa bloccò per rispondere poi con un diretto al viso.
Dopo alcuni istanti erano divisi, perché Sig era balzato addosso a Mabel e Alanna si era frapposta fra lui e Yowa, a braccia allargate. Mabel perdeva sangue dalla faccia e Yowa si teneva un fianco dolorante, dove probabilmente c’era un paio di costole rotte.
«Avete finito?» chiese Alanna con voce tagliente.
Yowa si raddrizzò, fingendo di ignorare il dolore, e si risedette, prendendo finalmente un lungo sorso della sua birra. «Io sì» decretò.
Alanna allora si girò.
«E tu» chiese fissando Mabel, «cos’hai da dire?»
«Che sei uno schianto» disse Mabel ridendo. Ora gli veniva da ridere, sentiva che se non avesse continuato a parlare quella risata sarebbe esplosa dal profondo della sua gola e non si sarebbe più fermata, forse mai più. «E che il tuo ragazzo è il più grande e presuntuoso codardo che questa galassia abbia mai visto.»
Alanna lo fissava.
«Mi dispiace, davvero… Mi dispiace che non ci sia stato lui al posto mio. Che non sia stato lui a vedere Donaug morire, a vedere Bera morire. A dover lasciare metà dei suoi uomini indietro per poter salvare gli altri e a perdere la donna che amava! Mi dispiace… perché avrei voluto essere io il codardo incapace che veniva relegato ai compiti per rampolli fastidiosi e spocchiosi. Ora avrei dei bei vestiti, una bella donna e nessuna preoccupazione al mondo a parte dovermi lisciare l’uniforme!»
Il silenzio si protrasse… Alanna continuava a fissarlo, Sig a trattenerlo, mentre Yowa se ne stava seduto con le gambe accavallate, scrutandolo con una strana espressione.
Finalmente Mabel sentì i muscoli rilassarsi, il respiro rallentare e i battiti del cuore tornare a un ritmo accettabile. Cercò di raddrizzarsi e Sig lo lasciò fare, mollando completamente la presa quando lui cercò di muovere le braccia per sistemarsi la giacca. Si portò la mano al naso e Yowa gli lanciò un fazzoletto, che lui accettò.
«Rotto?» chiese l’altro.
«Non mi pare. Le tue costole?»
«Nulla di grave, ho aggiunto qualche strato perché mi ricordavo che ti piace abbassare il tiro.» Poi rivolto a Alanna: «Che dici, tesoro? Sei soddisfatta?»
La sua tranquillità era incredibile. Come se…
«Assolutamente» disse Alanna, ora stava sorridendo apertamente. «Bentornato, Colonnello. Avevamo paura che fossi andato.»
«Come?»
«Sì, ben tornato Mab!» rincarò Sig. «Bello spettacolino, vero? Dillo che sono stato bravo. Dillo, forza!»
«Sei…» Mabel era esterrefatto. «Ma che cosa sta succedendo?»
«Sta succedendo, vecchio mio» gli disse Yowa dalla sua posizione stravaccata, «che la mia dolce metà era preoccupata per te e ci ha chiesto di inscenare questo teatrino per vedere se avevi ancora un po’ di mordente.»
«Quindi…»
«Quindi ho chiesto a Yowa di ritirare fuori un po’ del suo vecchio se stesso, quello che ci faceva tanto incazzare ai tempi dell’addestramento. Sapevo che se non fosse bastato quello a svegliarti non sarebbero bastati i cannoni di tutta la flotta» disse Alanna, guardandolo con aria materna. «Yowa è cambiato. Tutti siamo cambiati. Non sei l’unico ad aver perso qualcosa, Mabel, ma noi ne siamo usciti e…»
«E Sig? Quella storia del trasferimento?»
«Tutte balle» rise l’altro, cercando di dargli una pacca con la sua manona, che Mabel evitò. «Sono già diventato un addestratore, ma al programma Betazur. Ho personalmente selezionato le reclute che sono andate su Antinia e da quello che ho sentito si sono fatti valere. Grazie a loro la flotta è arrivata in tempo per evacuare la superficie e salvare la squadra di ingegneri che stava lavorando alle difese planetarie.»
«E il tuo aspetto?»
«Un piccolo trucchetto. Vedrai che domani sarò di nuovo come voi due.»
Mabel rise, questa volta di gusto, e non ebbe paura di lasciarsi andare. «Siete dei bastardi.»
«Dei bastardi che ti hanno salvato la vita, però!»
«Non esageriamo.»
«Cazzo, dovevi vederti!»
«Mi vedevo tutte le mattine.»
«Beh, allora…»
«Direi di tagliare corto, che dite?» Yowa si era alzato, a Mabel sembrò con una certa urgenza. «Vieni, Mab» disse, usando il segnale segreto del loro vecchio plotone per indicare che si trattava di una cosa importante. «Facciamoci due passi all’aperto.»

Il palazzo che ospitava il locale dove si erano incontrati era uno dei più alti di tutta Caeres, più alto perfino di molte delle isole sospese che viaggiavano lente sopra il panorama di luci e colori scuri nella notte della capitale. La città era enorme, tanto che anche da lì sopra si estendeva fino all’orizzonte, dando l’illusione che tutto il pianeta ne fosse ricoperto. Quante persone, quante vite e quante storie in quest’unica città… e quante altre ce n’erano in questa immensa galassia! Guardare, Mabel scoprì per la prima volta, riusciva a dargli qualcosa di molto vicino a un senso di pace.
Rimasero a guardare finché non li raggiunsero anche Alanna e Sig, poi Yowa si scostò dal panorama e Mabel fece altrettanto, curioso e un po’ nervoso.
«Allora… glielo diciamo?» chiese Yowa, che nonostante lo sforzo di mostrarsi perfettamente padrone di sé tradiva una certa inquietudine.
«Siamo qui per questo, no?» convenne Sig.
«Di che diavolo state parlando? Che cosa è successo?»
«È successo che abbiamo scoperto qualcosa, Mabel» gli disse Alanna con serietà. «O meglio… una di noi lo ha fatto.»
«Chi?»
«Mina.»
A sentirla nominare si irrigidì, non l’aveva mai cercata dopo Vidàlo… dopo quella lettera e dopo…
«Di che cosa si tratta?» chiese dopo un respiro profondo.
«Del fatto che forse gli Herem non sono la prima forma di vita senziente che gli esseri umani hanno incontrato in questa galassia.»
Herem era il nome con cui la maggior parte dei media galattici ora chiamavano gli Alieni. Era una parola tratta da una delle tantissime lingue parlate una volta sull’Antica Terra; significava “Anatema”.
Mabel guardò Alanna con un sopracciglio alzato.
«Roba forte, eh!» rise Sig.
«Mina si è rivolta a me perché nessuno ha voluto darle ascolto» raccontò Alanna, ignorando o forse non notando il suo scetticismo. «Era un’intuizione all’inizio, una serie di imperfezioni rilevate nelle ricostruzioni di alcune storie coloniali miste a voci mezze sussurrate e frammenti di dati, ma nessun superiore ha voluto concederci i fondi che ci servivano per verificare e ampliare la ricerca.»
«Quindi hanno fatto tutto da sole» si inserì Yowa, «mentre io e te ce ne andavamo in giro a lisciarci le uniformi e a fare proclami.»
«Abbiamo passato anni a catalogare e analizzare informazioni, mentre quei cretini pensavano a migliorare le frasi e le proiezioni per convincere giovani uomini e donne a entrare nell’esercito e farsi ammazzare.»
«O a migliorare l’efficacia e la durata del lubrificante sui fucili di precisione» disse sarcasticamente Sig. «Bella roba, avere quattro grammi di equipaggiamento in meno da portarsi dietro.»
«E alla fine abbiamo ristretto il campo di ricerca a quattro pianeti su cui pensiamo possa esserci evidenza dell’esistenza di una civiltà aliena antecedente la colonizzazione umana della Via Lattea.»
«Ed è il motivo per cui siamo qui ora» concluse Yowa.
Mabel lo guardò. «Alpha Centauri? Avete architettato tutto questo perché potessimo venire tutti su Alpha Centauri a cercare alieni morti?»
«Non è così male come sembra» commentò Sig. «Io perlomeno mi sto divertendo. Ed è tanto che non mi diverto, credetemi.»
«Sì, ma come? Dove? Perché mai dovremmo fare una cosa simile e perché dovremmo farla proprio noi quattro?»
«Cinque, per la precisione. Ma in matematica non sei mai stato molto bravo, vero Mab?»
«Veramente al corso ufficiali ho passato…» ma poi si girò di scatto.
La sua vecchia amica era proprio dietro di lui, con le braccia incrociate e un’espressione divertita. Era la stessa che ricordava, solo più matura, e si era fatta un’acconciatura simile a quella delle donne di Caeres, oltre a portare gli stessi vestiti.
«Sembra che tu abbia visto un fantasma, Colonnello» scherzò, avvicinandosi a pochi centimetri dal suo petto; era più bassa di lui di mezza testa.
«Io…» Mabel era come paralizzato.
«Smettila di guardarmi così, non lo sopporto» gli disse lei, improvvisamente triste e mettendogli le braccia al collo. «Ci ha lasciati tutti e due, non te ne faccio una colpa.»
«Mina…»
«C’era sempre la squadra, solo la squadra. A volte credevo di essere solo un passatempo per lei.»
«Tu… voi…»
«Sì, stavamo insieme. Più o meno. Ho mentito in quel messaggio, non volevo che ci restassi male.» Lo guardò con aria complice. «Fuori era una dura come non se ne sono mai viste ma a letto diventava una pecorella in cerca di un bel pastore.»
«Con me si divertiva a fare il cane» ammise Mabel, lasciandosi un po’ andare.
«Allora aveva gusti strani e basta.»
«Era unica.»
«Sì.»
«La amavo.»
«Anch’io. Che vogliamo fare allora? Sei pronto a sfidarmi a duello, per una ragazza morta?»
Rise con le lacrime agli occhi e Mabel la strinse forte, e in quell’abbraccio trovò un calore che credeva di aver perso. Forse, tutto sommato, poteva ancora andare avanti.
«Eh-ehm…»
«Arriviamo, Yo» sospirò Mina con finta stizza.
«Dico solo che è tardi, e che se restiamo troppo tempo quassù qualcuno potrebbe chiedersi che stiamo combinando.»
«Giusto. Come sempre. Allora, Alli, hai informato il Colonnello dei nostri piani?»
«Ho preferito lasciarti l’onore» disse Alanna.
«Molto bene. Mabel, che cosa sai di Alpha Centauri?»
«Che è stato la prima colonia.»
«Sai anche che questa colonia è stata fondata in epoca pre-stellare?»
«Conosco la storia per sommi capi: la missione per salvare l’umanità, le sette fazioni divise per ideologia… fa parte del bagaglio culturale di questo sistema e ne vanno molto fieri.»
«Vedo che hai fatto i compiti. Bene, sarà più facile.»
«Ufficialmente la colonia fu riscoperta nell’AS 1.758, quando già cominciavano i viaggi fuori dall’Ammasso di Sol» si inserì Yowa, «o almeno così sostiene la Cronologia Galattica. Ma le nostre esperte dicono che potrebbe essere successo molto prima.»
«La rotta sub-spaziale da Sol ad Alpha Centauri è praticamente impossibile da scoprire e da linearizzare tensorialmente» spiegò Mina, «motivo per cui il viaggio fu più semplice per quella prima missione, che raggiunse il sistema con una propulsione di tipo newtoniano (significa che usarono una grande nave spinta da propulsori), che non per i successivi velivoli dotati di motore sub-spaziale primitivo. Mi segui?»
«Credo di si. Ho ascoltato questa spiegazione al palazzo della Reggenza, anche se non so nulla di rotte sub-spaziali se non quello che insegnano ai corsi base.»
«Ammetto che anch’io non sono nel mio campo, sono stata aiutata da alcuni membri di un gruppo di ricerca civile nella nebulosa di Orione.»
«Contattati grazie al sudore e alla fatica della tua messaggera di fiducia» si intromise Alanna dandole di gomito.
«Ti diverti un mondo quanto ti chiedo di fare queste cose. E non provare a negarlo.»
Alanna rise.
«Quello che abbiamo scoperto, grazie al loro aiuto» continuò Mina, «è che le difficoltà a tracciare una rotta verso questo pianeta, causate dalla peculiarità gravitazionale del sistema triplo, diminuiscono sensibilmente variando il punto di origine.»
«In poche parole sarebbe stato molto difficile arrivarci dalla Terra, ma relativamente semplice da altri sistemi dell’ammasso» spiegò Yowa.
«Quindi pensate che possa essere stato scoperto prima, e poi nascosto?» concluse Mabel.
«O semplicemente si è persa ogni traccia di chi lo ha trovato» disse Alanna, «di ipotesi se ne possono fare tante. Viviamo nella falsa illusione di avere il pieno controllo di tutto ciò che ci circonda, ma la verità è che l’unificazione dell’umanità nella galassia è un evento relativamente recente.»
«E prima ci sono state le guerre e le migrazioni a fare un bel po’ di casino» aggiunse Yowa.
«Già. Prima dell’arrivo degli Alieni non esisteva nemmeno l’EFI. C’erano federazioni militari indipendenti che facevano gli interessi di singoli committenti e davano la caccia ai pirati, e si parla già di un epoca piuttosto recente. Gli stessi comunicatori a sdoppiamento quantico sono stati inventati appena qualche secolo standard fa. La Cronologia Galattica è ricostruita sulla base di pochi eventi conosciuti e dati per certi, tutto quello che è successo nei lunghi millenni da quando gli esseri umani hanno lasciato la Terra ad oggi è andato in larga parte perduto.»
«Mi sfugge però il nesso fra queste supposizioni e la probabile esistenza di alieni senzienti su Alpha Centauri.»
«Non c’è un vero nesso» ammise Alanna «ed è possibile ci stiamo sbagliando di grosso. Ma…»
«Ma se così non fosse potremmo scoprire qualcosa di memorabile» concluse Yowa. «E saremmo stati noi a farlo!»
«E al di là di ricostruire parte della storia galattica» insisté Mabel «c’è un altro motivo se proprio noi siamo cercando questi antichi alieni?»
«Beh…» disse Yowa. «Tanto per cominciare è bello essere di nuovo qui tutti assieme, anche se alcuni non possono venire.»
C’era del sincero rammarico in quelle parole. Mabel solo allora capì quanto il suo vecchio compagno di plotone fosse davvero cambiato. Chissà cosa gli era capitato? Non glielo aveva nemmeno chiesto…
«E magari per cercare qualcosa che ci dia una mano a combattere gli Herem» aggiunse Sig. «Se c’è una cosa che ha dimostrato Antinia è che questa guerra è tutt’altro che vinta.»
Un’argomentazione molto valida…
«Per me è una questione di orgoglio, se lo vuoi sapere» ammise Alanna fiera. «Questa è una mia scoperta, mia e di Mina. Non me la lascerò portare via e non lascerò che venga sminuita da quei burocrati incapaci. Che si godano il loro nuovo Consiglio Intergalattico Illimitato e qualunque altro giocattolo riesca a divertirli.»
A quello Mabel sorrise.
«Che c’è?» lo pungolò Alanna. «Avanti, sputa il rospo.»
«Airo Mitoriani lo chiamava il Circolo degli Imbecilli Interstellari.»
«Un nome perfetto, se lo chiedi a me.»
«Mitoriani è stato solo l’ultimo di una lunga lista di brave persone capaci che abbiamo perso perché nelle alte sfere non sono in grado di prendere le decisioni giuste, o di prenderle affatto in molti casi» disse Mina, da cui Mabel percepiva una rabbia crescente. «Prendi il Colonnello Akonu, per esempio. Una delle menti più brillanti che questa galassia abbia mai visto, mandato in pasto al nemico perché il Consiglio dei Marescialli aveva paura di lui e dell’influenza che avrebbe potuto avere al loro interno. Non hanno nemmeno ammesso che quella vittoria è stata merito suo! Lo hanno usato e se ne sono sbarazzati!» si asciugò una lacrima e questo colpì Mabel, era la prima volta che la vedeva piangere. «Tu lo conoscevi? Provenivate dallo stesso pianeta, se non sbaglio.»
«Darco era mio cognato, in effetti.»
«Oh… scusami, non lo sapevo.»
«Non fa niente. Come hai detto tu, è solo l’ultimo di una lunga lista.»
Darco era a Porlanto, sulla Artorius, quando gli Alieni erano arrivati. L’Ammiraglio Miranda aveva insistito per mantenere lì una presenza nutrita, nonostante il grosso della flotta fosse stata spostata a Taìna dove, secondo le complicate proiezioni del nucleo strategico, sarebbe dovuto giungere l’attacco. Solo che le cose non erano andate proprio così…
Gli Alieni erano arrivati contemporaneamente in entrambi i sistemi e avevano assalito le navi rimaste a difesa di Porlanto. Prima che il resto della flotta e l’esercito potessero sbarazzarsi di quelli che avevano assalito Tàina e tornare indietro, dopo aver ottenuto una sanguinosa ma definitiva vittoria, quasi tutti i vascelli rimasti a Porlanto, inclusa la Artorius, erano stati distrutti e nella battaglia successiva anche la nave che trasportava il Generale Onàra e il suo stato maggiore era stata annientata, assieme a più di metà delle forze effettive dell’EFI in quel settore e quasi tre quarti della flotta.
Onàra e Miranda erano stati chiamati eroi e decorati con i più alti riconoscimenti, Darco era stato a malapena nominato come un utile consulente tattico.
«Io lo faccio soprattutto per lui» disse Mina, col fuoco negli occhi. «Per la sua memoria. Perché la scintilla che era riuscito ad accendere in così tanti di noi non venga soffocata. Mai.»
Mabel era basito. Non si era mai reso conto davvero di quanta influenza Darco avesse avuto e di quanto il suo lavoro fosse apprezzato, almeno da quella parte di quelli che nell’EFI ricoprivano ruoli non combattenti. Guardò Mina, ma ora tutti stavano guardando lui. In attesa.
“E io…” si chiese, “perché dovrei farlo?”
Ma la risposta era già ovvia: per lei, per loro… per tutti. Alla fine dei conti, Mabel Adasco era ancora un fottuto eroe.
«D’accordo» disse forzando un sorriso, che dopotutto non fu così forzato. «Ci sto. Che cosa ci serve?»

Tre giorni dopo Mabel era nell’ufficio della Reggenza di Caeres, in alta uniforme e nuovamente rasato a puntino. Davanti a una donna bella e raffinata come Elisabeth Dianma bisognava sforzarsi di essere al meglio.
«Sa Colonnello, prima di conoscerla la immaginavo diversa» disse la Reggente, adagiandosi sulla sua comoda sedia-poltrona e massaggiandosi le tempie con le dita.
«Già provata a quest’ora della mattina?» scherzò Mabel.
«Lei non può capire cosa significhi amministrare una città come Caeres.»
«Pensavo che le legioni di scribacchini alle dipendenze della Reggenza servissero a quello.»
«E a volte penso che sarebbe più facile se facessi tutto da sola. Sono felice che mi abbia chiesto udienza, almeno ho una scusa per rilassarmi un po’.»
«Ne sono lieto. Permette?»
Mabel fece il giro della larga scrivania che li separava, un ovoide di cristallo trattato per apparire come un blocco di quarzo; il mobile rifrangeva la luce arancione della stella B di Alpha Centauri che in quel momento entrava direttamente nella stanza dall’alta vetrata orientata verso i bassi monti a nord-ovest.
«Sa che questo è stato uno dei primi insediamenti umani sul Pianeta?» gli disse Elisabeth a occhi chiusi, lasciando che lui le posasse le dita sulle tempie e riprendesse il massaggio. «Fu fondato nell’anno terrestre 2153, principalmente perché si trovava in una vallata ricca di risorse biologiche ed energia idroelettrica. Non si chiamava Caeres allora… ma il nome originale era così borioso che fu cambiato, millenni or sono.»
«Ho notato che da queste parti avete un forte attaccamento alle tradizioni e alla storia.»
«È così, a volte purtroppo a livelli che rasentano il fanatismo, come lei stesso ha avuto modo di constatare.»
«Si è trattato solo di un piccolo incidente. La verità è che ho cominciato a coltivare un interesse per la storia da quando ho assunto questo incarico: ogni pianeta che visito ne ha una diversa e interessante, e questo vale soprattutto per Alpha Centauri. Inoltre… ammetto di gradire la sua compagnia, se nel dirlo non la offendo.»
«Sa, Colonnello, lei è proprio un abile adulatore.»
«Lei trova? La vita militare non mi ha dato grande occasione di adulare il sesso femminile, in verità.»
«Allora dev’essere un talento naturale, come quello per i massaggi alle tempie.»
«Non trova che gli stimolatori corticali siano più efficaci ed efficienti?»
«La tecnologia sarà sempre più efficiente di noi, ma assai meno efficace. Dunque…» disse scostando delicatamente le sue mani. «Dov’eravamo rimasti? Immagino la sua visita avesse uno scopo al di là di compiacere la mia gradevole persona e parlare della storia di un sistema dimenticato.»
«In verità il motivo è proprio questo» ammise Mabel. «Ho cercato riferimenti sul passato centuriano ma ho trovato solo informazioni per turisti, prive di sostanza.»
«E…?»
«E speravo che lei potesse indirizzarmi verso qualcosa di più interessante.»
«Se davvero è intenzionato ad approfondire l’argomento le consiglio di visitare le Biblioteche, sono nel quartiere del Mercato Terrestre e generalmente solo i locali le conoscono. Badi bene però, sono delle vere biblioteche, non degli archivi.»
«Che intende?»
«Che sono piene di libri, in carta stampata. A volte addirittura manoscritta.»
Mabel sorrise.
«Ho detto qualcosa di divertente?» chiese la Reggente, abbozzando un sorriso incuriosito.
«Affatto» rispose Mabel. «Credo solo che si stupirebbe di scoprire quanto io sia avvezzo all’uso della carta.»
Il sorriso di Elisabeth Dianma si ampliò, ci si poteva perdere in un sorriso così. «Allora le auguro una buona ricerca. Torni pure a trovarmi se ha bisogno di altro aiuto, sarò felice di darglielo.»
«La ringrazio per il suo tempo, madama Reggente. A presto.»

«Questo è tutto, purtroppo.»
«È molto più di quello che sia mai riuscita a ottenere io» disse Alanna, mentre il treno magnetico si fermava a un paio di isolati dal Mercato Terrestre.
«Essere in amicizia con la Reggente di Caeres immagino aiuti.»
«Altroché! Lei è un valido assetto alla nostra piccola impresa, Colonnello» scherzò lei dandogli di gomito.
«Ma ancora non capisco che cosa speri di trovare in mezzo a un mucchio di vecchi libri.»
«Sono sicura che ci siano tante cose da trovare e non credo che tutte si troveranno nei libri.»
E con quella risposta enigmatica scesero dalla piattaforma sulla strada di bio-asfalto. Era il quartiere meno trafficato di tutta la città e anche quello con gli edifici più bassi, il che permetteva di avere una panoramica a trecentosessanta gradi assai gradevole, soprattutto in pieno giorno.
«Sai già dove stiamo andando?»
«Ho individuato cinque di queste biblioteche che la tua amica reggente ha menzionato. Ce ne sono molte di più ma queste sembrano le più promettenti.»
«Come le hai scovate? Io non sono riuscito a trovare nulla ricercando i canali ufficiali.»
«È frustrante vero?» rise Alanna.
«Mai quanto te quando fai così.»
«Spiritoso… Siamo così abituati ad avere informazioni a portata di mano e in così grande quantità che viviamo nell’illusione di poter sapere tutto su ogni cosa, in ogni momento. Ti stupiresti di quanto facile sia nascondersi in un mondo così.»
«In piena vista?»
«Già. In piena vista ma dove nessuno pensa di guardare.»
«E tu come fai?»
«Ho i miei metodi. In questo caso…»
«Alla buon’ora!»
Sig li aspettava all’entrata di un locale al pianterreno; aveva l’aspetto di una piccola capanna di paglia incastonata nell’edificio più largo che la ospitava. Il loro amico aveva le braccia incrociate e un gran bisogno di una doccia.
«Hai passato la notte fuori?» gli domandò Mabel preoccupato.
«Ringrazia la tua amica. Se non ci sono io a fare i lavori sporchi, chi li fa?»
Mabel guardò Alanna. «I tuoi metodi eh…?»
Lei fece spallucce. «Forza entriamo.»
Dentro, nonostante le sue vanterie con la Reggente, Mabel trovò un mondo che non aveva mai visto.
C’era un odore che non si poteva definire ma che parlava di qualcosa di antico. Mabel aveva visto la carta prima, l’aveva toccata quando consultava le mappe assieme ai suoi ufficiali sul campo di battaglia, ma non aveva mai sentito quel profumo di cellulosa invecchiata e quell’odore di legno vero, impregnato perché resistesse almeno moderatamente al passare del tempo. E non aveva mai visto alti scaffali disegnare un labirinto nello spazio di una stanza, stracolmi di libri, libri veri, accuratamente riposti e numerati.
«Chiudi la bocca, Mab. Qui dentro c’è polvere» lo canzonò Alanna, senza troppo convinzione. Era evidente che anche lei era presa dallo spettacolo.
Passato il fascino iniziale, da cui si riscossero un po’ imbarazzati, i tre si diedero alla ricerca. Scoprirono che c’erano dei terminali digitali da cui poter consultare i vari cataloghi, divisi per argomento o per epoca, ma si accorsero che a volte i volumi effettivi mancavano.
«È normale» disse Alanna a un frustrato Sig. «Il catalogo è digitale e controllato, i libri no. Quelli sono reali, se li sposti non ci sono più.»
«Basta farne delle copie» protestò il grosso Sergente.
«Solo se ci pensi. Non c’è un computer che fa tutto da solo.»
«Bah…»
Trovarono molto sulla storia centuriana. Moltissime fonti che in moltissime forme parlavano delle sette fazioni originarie e del primo sbarco sul Pianeta (lo consideravano un nome, non una nomenclatura). Erano quasi tutte storie di conflitti e di sopravvivenza, ma i riferimenti erano principalmente concentrati nel primo secolo e scemavano col passare degli anni; al punto che dopo l’anno 400 dallo sbarco non si trovava più nulla.
«Saranno passati ad altri metodi di archiviazione…» provò a suggerire Mabel, che dopo ore e ore trascorse su quei libri cominciava a esserne stanco.
«Allora si dovrebbe trovare qualcosa nelle fonti moderne» disse Alanna, «invece non c’è quasi niente.»
«Non hai detto che la cronologia è piuttosto completa?»
«Ma la cronologia può essere scritta dopo, tutta in un colpo. E se mancano le fonti, quelli che l’hanno compilata possono benissimo essersela inventata.»
«Pensi che sia così?»
«Ragionavo per teorie generali: una cronologia è una buona scusa per omettere molte cose importanti.»
Quella sera cenarono assieme, in un grande locale un po’ fuori mano rispetto ai livelli principali ma che serviva zuppe e arrosti conditi con particolari spezie esotiche e per questo era meta di molti turisti e visitatori. Era un’idea di Alanna: incontrarsi in luoghi dove il loro raduno potesse essere visto solo come un ritrovo di cinque vecchi amici che si godevano un po’ di riposo dalle fatiche dei loro incarichi.
«Trovato qualcosa?» chiese Sig. «Noi solo tanta polvere.»
«In effetti sì» disse Yowa con un sorriso soddisfatto.
«Sputa il rospo, allora» lo esortò l’altro.
«Abbiamo un contatto» spiegò Mina. «Yowa è riuscito ad agganciare un uomo che sembrava molto interessato alle nostre ricerche.»
«Ho lasciato trasparire che sono uno di buona famiglia. Sapete, uno di quei rampolli di famiglie importanti che si danno alla carriera militare perché non hanno di meglio da fare» disse Yowa con un sorriso saputo.
«Sembra» continuò Mina «che questo tizio faccia parte di numerose organizzazioni locali, non legate alle federazioni su scala galattica. Si è definito un uomo di Prima Stirpe.»
«Come si chiamava?» chiese Mabel, improvvisamente attento.
«Aveva un nome difficile da ricordare… aspetta…»
«Aron Ajadàmcha?»
«Sì, è lui. Lo conosci?»
Mabel raccontò la vicenda per sommi capi.
«Un povero idiota, quindi» concluse Sig.
«Che però potrebbe portarci nella direzione giusta» disse Alanna entusiasta. Poi rivolta a Yowa: «Tesoro, so che ti chiedo tanto, ma credo che tu debba andare sotto copertura.»
Per la prima volta da quando si erano ritrovati, Yowa sembrò colto alla sprovvista. «Sicura che sia necessario?»
«Non vedo altro modo. Contattalo e vediamo dove ci porta questa cosa.»
«Sì, signora consorte» disse Yowa, mimando goffamente un saluto. «Desidera altro? Potrei…»
Il ceffone lo mancò dello spessore di un capello.
Mabel si scoprì felice per loro. Invidioso forse, ma felice. Quello che era nato fra quei due sembrava sincero, di quelle cose destinate a durate.
“È giusto che almeno qualcuno sia fortunato…” si disse, ripensando improvvisamente a Edda e a come si erano lasciati l’ultima volta. Chissà dov’era ora?
«Nel frattempo noi fremo qualche altra ricerca» stava dicendo Alanna. «Sono sicura che troveremo qualcosa.»
«Ma abbiamo già visto che non c’è niente!» protestò Sig. «E io di polvere ne ho respirata abbastanza.»
«Andremo io e Mabel, mentre tu aiuti Mina con la copertura di Yowa.»
Non era chiaro in quale momento Alanna avesse assunto il comando della loro piccola missione, ma era evidente che nessuno di loro fosse intenzionato a contraddirla; d’altronde era ovvio che fosse così visto che era lei la maggiore esperta in quel genere di cose. Mabel si trovò a ripensare alle Forze Speciali e alla loro strana ed enigmatica gerarchia di comando, rendendosi conto che questo era proprio ciò che facevano loro: lasciavano il comando a chi ne sapeva di più in una determinata circostanza.
Gli venne da ridere… tutto quel tempo passato con loro e non si era mai reso conto di una cosa così ovvia.
«Anche il niente può essere qualcosa» diceva intanto Alanna pensierosa. «Se siamo sicuri che qualcosa ci debba essere e non lo troviamo, vuol dire che qualcuno ha eliminato quel qualcosa. E questo è qualcosa.»
«Mmm… sì. D’accordo, Tesoro» rispondeva Yowa, accarezzandole la spalla e guadagnandosi una soffiata.
«Dunque si torna sui libri?» chiese Mabel per nascondere di essersi distratto.
«A quanto pare.»
«Allora per stasera direi che abbiamo fatto abbastanza» concluse Mina. «Tutti a letto!»
Se Alanna era l’ufficiale in comando, pensò Mabel cercando di nascondere il suo divertimento, Mina era sicuramente il Sergente. Ripensò, inevitabilmente, a Sottervach e al modo in cui era morto, ma non avvertì quella fitta lancinante, quasi come una pugnalata, piena di tristezza e di rimorso; il dolore c’era, ma era soffuso, come uno sfondo che andava sbiadendo.
«Ehi, Mab.» Era Mina. «Tutto ok?»
«Sì…» rispose lui dopo un respiro profondo. «Credo proprio di sì.»

«Sono sempre più convinta che qui ci sia qualcosa.»
Erano negli appartamenti di Mabel, gli stessi in cui qualche giorno prima aveva ricevuto Edda, e stavano analizzando i loro ritrovamenti.
Il lavoro era complicato e Mabel principalmente fungeva da archiviatore, mentre Alanna selezionava, incrociava e univa i dati in blocchi da cui estrapolava cifre e diagrammi. Aveva una capacità innata straordinaria per la risoluzione dei problemi logici a stampo matematico, ed era capace di elaborare in pochi secondi algoritmi operativi che avrebbero richiesto settimane al più bravo dei tecnici con cui Mabel avesse mai avuto a che fare. Alanna era una di quelle persone che un buon ufficiale avrebbe fatto di tutto per tenersi stretta ed evitare che venisse esposta ad alcun genere di pericolo, troppo preziosa perché rischiasse di perdere la vita in qualche stupida scaramuccia. Quante persone come lei aveva perso l’EFI nel corso di quei decenni, perché non era stato capace di riconoscere in tempo il loro valore? Troppe…
«Sai… potresti almeno far finta di aiutarmi.»
Mabel si accorse che era rimasto indietro e che parecchi “pacchetti” di informazioni erano rimasti in attesa di un cenno della sua mano.
«A cosa pensi quando sei così?» gli chiese lei senza smettere di lavorare.
«Che sei fantastica.»
Alanna si fermò per guardarlo e Mabel si rese conto di come quel commento potesse essere frainteso. «Non in quel senso» precisò ridacchiando.
«Oh… e in quale?» Sembrava divertita, ma aveva una strana luce negli occhi.
«Non guardarmi in quel modo.»
«E tu smettila di fare apprezzamenti così plateali, potresti almeno imparare a flirtare in modo un po’ più discreto» rise fingendo di dargli un calcio.
«Non stavo flirtando affatto.»
«Sai a Yowa non dà fastidio, anzi se ne vanterebbe.»
«Ti dico che…»
«Lo so, scemo. È che preferisco pensare a questo piuttosto che chiedermi cosa c’è dietro ai tuoi occhi quando brillano in quel modo. Mi fai paura a volte, sai!»
«In quale modo?» chiese Mabel, sinceramente sorpreso.
«Hai un modo di guardare certe persone…» disse Alanna. «Come se vedessi qualcosa che gli altri non vedono. È lo sguardo che hai quando guardi me, o Mina. Quasi… quasi tu vedessi un oggetto prezioso, da proteggere a ogni costo.»
Mabel si stupì di quanto azzeccato fosse quel paragone. «È proprio così» ammise.
«Oh…?»
«Ho visto tante brave persone morire nei miei anni di servizio sul fronte» le spiegò. «Molte di loro per mio ordine.» Ora Alanna aveva completamente abbandonato le sue estrapolazioni e lo guardava dalla poltrona, con le gambe raccolte fra le braccia. «Ma ho sempre cercato di salvare quelli come te, e come Mina: le persone che avevano altro da dare oltre alla loro capacità di tenere in mano un fucile. Avevo un Caporale quando ero su Vidàlo, un mago nel trovare soluzioni semplici a problemi impossibili. Era un ex archeologo prestato all’esercito per necessità ed era stato subito messo a fare il lavoro che gli riusciva meglio. Ma non si possono sprecare individui così, siete troppo importanti per il genere umano perché veniate gettati nella bocca del nemico assieme agli altri.»
«Ma se non facciamo la nostra parte…»
«La fate, ma a modo vostro. C’è chi è buono solo a farsi ammazzare, e c’è chi vale molto di più. È un fatto e va preso per quello che è.»
Alanna tacque. Mabel capì che aveva già sentito discorsi del genere ed era abituata a lasciarli correre, si dette dell’idiota per non essere riuscito a esprimersi meglio.
«E che ne è stato del tuo Caporale?» chiese però lei prima che lui potesse formulare altri pensieri.
«Si è salvato» le rispose. «Sono riuscito a salvare almeno lui.»
«Come si chiamava?»
«Nieric.»
«Nieric, hai detto? È uno dei nostri ora!»
«Sono felice di saperlo.»
Era vero. Il Caporale era l’unico fra i suoi “protetti” a essersi salvato dal massacro su Vidàlo e Mabel non lo aveva più incontrato. Aveva fatto in modo che venisse promosso e fosse assegnato a un incarico diverso, ma non aveva idea di dove lo avessero mandato.
«Forse ora capisco cosa volevi dire prima» disse Alanna. «Nieric è uno bravo, di quelli giusti. Ci hai fatto un enorme favore tenendolo in vita.»
Detto da Alanna, quello era un grande complimento.
«E che mi dici di quella lunare?» gli chiese all’improvviso.
Mabel sapeva che si sarebbe dovuto abituare ormai: nascondere qualcosa ad Alanna era impossibile. «Che mi dici tu di questi dati, piuttosto» tagliò corto. «Abbiamo trovato qualcosa?»
«Te l’ho chiesto prima io.»
«Ne sono consapevole.»
«D’accordo, come vuoi. Ma sei un antipatico!»
«Ebbene?»
«Direi che abbiamo trovato il niente.»
«E quindi?»
«E quindi sappiamo che qui c’è qualcosa di mancante, ma non sappiamo cosa sia. La ricostruzione cronologica è perfetta, così perfetta che è impossibile che sia autentica, ma gli elementi che dovrebbero dirci che cosa è stato cancellato e perché sono totalmente assenti.»
«Perciò vicolo cieco?»
«In un certo senso… anche se…»
«Ragazzi, sono Mina! Mi sentite?»
Alanna e Mabel si fissarono per un istante. Avevano stabilito dall’inizio di non comunicare attraverso i canali convenzionali, sacrificando la comodità in favore della sicurezza che la loro piccola combriccola segreta rimanesse tale almeno per il tempo necessario a svelare l’arcano di questo pianeta.
«Qui Mabel. Che succede?»
«Ho bisogno di voi. Yowa è sparito!»
«Sparito?» Alanna scattò in piedi.
«Avevamo appuntamento con quell’Aron Aja-qualchecosa. Yowa è andato avanti mentre io davo istruzioni a Sig, eravamo in mezzo a centinaia di persone! Io non ho visto nulla e Sig nemmeno, un attimo dopo di Yowa non c’era più traccia. Ho provato a localizzarlo ma non trovo il suo segnale.»
«E quell’imbecille non si è mai fatto installare gli aggiornamenti. Cazzo!»
Alanna si fiondò verso la porta.
«Dove vai?» cercò di fermarla Mabel.
«A trovare il mio ragazzo!»
Ci misero un po’ per raggiungere Sig e Mina. Una peculiarità di Caeres e di tutto Alpha Centauri era l’apparente lentezza e pacatezza che sembrava caratterizzare tutto quello che avveniva, una specie di mondo sott’acqua dove la fretta non era concepita.
«Dimmi che lo avete trovato!» esclamò Alanna praticamente correndo verso Mina quando la vide.
L’altra scosse la testa. «Niente.»
«Ma come cazzo è possibile? Che costa sta succedendo?»
«Che ce l’hanno fatta sotto il naso» sbottò Sig. «A noi. Soldati dell’EFI!»
«Calmati» gli disse Mabel.
«Calmati tu se vuoi! Io non ci sto a farmi prendere in giro da questi…»
«Basta!» lo fermò Alanna. «Voglio sapere cos’è successo.»
«Avevamo appuntamento al Mercato Terrestre vicino agli antichi fornai» le spiegò Mina, «questo lo sai. Come ti ho detto lui è andato avanti per primo, era in un punto visibile e ho girato gli occhi solo per un attimo. Poi non c’era più. Mi dispiace ma non so che cosa fare… era un luogo sicuro, sotto gli occhi di tutti!»
“Appunto…” pensò Mabel, preso da una strana angoscia. Qual è il luogo migliore per nascondere qualcosa? In piena vista.
Cercarono per ore. Alla fine si arresero e segnalarono la sparizione alle autorità di Caeres, che ascoltarono pazientemente il racconto di come un Maggiore dell’EFI fosse letteralmente svanito nel nulla nel mezzo del mercato.
«Non può essere sparito» insisteva Alanna. «Qualcuno deve aver visto qualcosa. Qualunque cosa!»
Ma non potevano fare niente. Yowa era completamente scomparso e nessuno sembrava essersi accorto di nulla.
«Giravamo in borghese, con vestiti appositamente comuni per non farci notare» diceva Mina scuotendo la testa. «Che idioti!»
Mabel poteva solo essere d’accordo e sapeva che il primo con cui avrebbe dovuto prendersela era se stesso. Dov’era finito il grande Colonnello Adasco, quello che con i suoi grandi piani era scappato per due volte dal pianeta dell’inferno e bla bla bla…? Era il più alto in grado fra loro, l’unico con i gradi di ufficiale superiore, e si era lasciato trascinare in quella cosa come un bovino con un anello al naso.
«Ascoltate, io ho un paio di comunicazioni da fare» disse inviando una richiesta di trasporto privato.
«Come sarebbe?» Alanna aveva il visto stravolto.
«È inutile stare tutti qui. È successo qualcosa a Yowa e abbiamo bisogno di aiuto.»
«Appunto, è proprio per questo…»
«Tu e Sig farete dei turni in questa piazza, in caso tornasse per conto suo. Mina, tu vieni con me.»
«Aspetta un attimo!» Alanna cercò di prenderlo per la manica.
«Questo è un ordine, Tenente. Devo ripetermi?»
Alanna reagì come se avesse ricevuto uno schiaffo. Barcollò sui piedi e Sig dovette sorreggerla. Le sue labbra mimavano una parola, ma i suoni non si sentivano; forse era: “Yowa.”
«Mi occupo io di lei, Colonnello» disse Sig prontamente, prendendola sottobraccio. «Vada pure e faccia quello che deve.»
«Cerca di farla tornare in sé così potrete darvi il cambio.»
«Farò il possibile.»
«E noi dove andiamo?» chiese Mina correndo per raggiungerlo.
«A vedere quanto valgono le nostre conoscenze nelle alte sfere.»

Scoprirono che non valevano poi così tanto.
Il primo tentativo fu la Reggente, ma Elisabeth Dianma non era reperibile e quando Mabel provò a insistere gli fu gentilmente chiesto di lasciare l’edificio. Allora tentò con il Protettorato Centuriano, un’organizzazione paramilitare che aveva la sua sede principale a Caeres e che pur non facendo ufficialmente parte dell’EFI forniva servizi basilari e manovalanza, ma anche quello fu un buco nell’acqua. Perciò alla fine fu costretto a ricorrere all’unica risorsa su cui sapeva di poter veramente contare.
«Salve, Edda» disse entrando nell’arioso ufficio pieno di piccole micro-serre in cui cresceva quello che i locali chiamavano “muschio centuriano”, un particolare tipo di fungo simile a muschio di montagna autoctono di Alpha Centauri
«Mabel! Prego, entra…»
Era evidentemente sorpresa di vederlo, nonostante si fosse fatto annunciare, e sembrava si fosse rassettata in fretta. Il suo sorriso era genuino ma mutò in un’espressione distaccata quando dietro di lui comparve Mina, mettendosi al suo fianco.
«Allora, che posso fare per voi?»
Mabel prese un bel respiro, dicendosi che era inutile fingere formalità: avrebbero risolto le loro questioni personali in un altro momento. «Ho bisogno del tuo aiuto» disse senza preamboli «e mi serve subito. Un nostro caro amico è scomparso e temiamo sia nei guai, forse tu puoi aiutarci a rintracciarlo.»
Brevemente le raccontarono i fatti, dal primo incontro di Mabel con Aron Ajadàmcha e il loro diverbio sulla guerra agli Alieni fino agli ultimi sviluppi e alla sparizione di Yowa. Mina palesò il suo disaccordo quando lui parlò delle loro ricerche, ma se Edda doveva aiutarli era giusto che sapesse in cosa si stava cacciando. Almeno questo, Mabel glielo doveva.
Edda ascoltò con attenzione, interrompendo di tanto in tanto con qualche domanda specifica o richiesta di ulteriori dettagli; sembrava molto concentrata sulla figura di Aron Ajadàmcha e volle che le fosse ripetuto per filo e per segno cos’era successo ed esattamente cosa si fossero detti durante i loro incontri, parola per parola.
«Non ci sembrava un tipo pericoloso» concluse Mina, che aveva aggiunto le parti a cui Mabel non era stato presente.
«È difficile trovare un cronista che lo sembri» commentò Edda. «La discrezione e il sembrare innocui sono strumenti del mestiere.»
«Ne sono convinta…»
«Pensi di poterlo rintracciare?» chiese Mabel. «Non non sappiamo dove sbattere il naso e le autorità sembrano appena atterrate con un razzo ad alta latenza.»
«È normale, Caeres è una specie di angolo di paradiso, come del resto tutto il pianeta: qui non succede mai niente.»
«Ma com’è possibile che non si abbiano indizi su Ajadàmcha? Come può una persona sparire del tutto in questo modo?»
«Nessuno può sparire, hai ragione. Non in un mondo come Alpha Centauri. Ma ci sono persone molto brave a non farsi trovare, almeno per brevi periodi.»
«E tu puoi riuscirci?» chiese Mina con impazienza. «A trovarlo intendo.»
«Avverto dello scetticismo.»
«È solo un’impressione, te l’assicuro.»
«Ora basta» si intromise Mabel prima che quel confronto sfociasse in una vera lite. «Edda, ti prego. Che cosa ci puoi dire?»
Edda Mikstov si lisciò i vestiti e con estrema calma e compostezza si sedette davanti a loro, invitandoli a fare altrettanto.
«Aron Ajadàmcha non è un nome che conosco» cominciò, «ma è ovvio che qui abbiamo a che fare con un avversario molto astuto, che non agisce mai senza motivo.»
«Pensi che potrebbe aver architettato tutto dall’inizio?»
«Non ho abbastanza elementi per dire quando si sia messo sulle vostre tracce, ma è evidente che i vostri incontri non sono stati casuali.»
«Ma perché?» chiese Mina esasperata. «Cosa vuole da noi?»
«Forse è per via della guerra» propose Mabel. «Ci sono molti gruppi che la vorrebbero ostacolare e anche se i centuriani sono notoriamente estranei alle politiche galattiche e si tengono in disparte, forse qui a Caeres c’è una corrente anti-EFI più forte di quello che si pensava. Forse così forte da avere la spudoratezza di rapire un ufficiale e usarlo come oggetto di ricatto.»
«O forse per estorcergli delle informazioni.» disse Mina.
«Tutto è possibile» concesse Edda. «In ogni caso… devo dire che questo Aron Ajadàmcha è davvero un personaggio interessante, non mi stupisco che vi stia creando così tanti problemi.»
«Sei riuscita a trovarlo?»
Per tutta risposta Edda agitò una mano. In mezzo a loro comparve un’immagine olografica di Mabel il giorno della parata, era con Elisabeth Dianma e i suoi funzionari e stavano per prendere la piattaforma.
«Questo sei tu qualche giorno fa» disse Edda.
«Come hai ottenuto l’immagine?»
«Teleregistrazione satellitare. In una città come Caeres ognuno di noi viene ritratto, immortalato, e rilevato almeno settemila volte nel corso di una singola giornata. Il numero scende di qualche migliaio se ci si aggira in quartieri come quello del Mercato Terrestre ma le autorità hanno sempre accesso a un enorme numero di dati su chiunque desiderino.»
«E lei come fa ad averli?» chiese Mina.
«Segreto professionale, mi dispiace.»
Comparve l’immagine di Aron Ajadàmcha, proprio nel momento in cui aveva interrotto Mabel e la Reggente. «Ora vediamo com’è arrivato lì.»
Seguì una rapida sequenza in cui Ajadàmcha compariva e scompariva da vari luoghi all’interno del palazzo, come in un filmato fatto di singoli fotogrammi non troppo distanti nel tempo. Lo seguirono a ritroso fino alla sala dove si era tenuta la conferenza, dove si era fermato a lungo, e poi fuori dal palazzo sulla piattaforma del primo livello aereo, dove scompariva a ridosso del bordo esterno e riappariva poco dopo sul treno magnetico. In poco più di un’ora avevano ricostruito la sua vita, se pur per sommi capi, delle ultime tre settimane e mezzo.
«Direi che ci possiamo fermare» disse Edda. «È evidente che per la maggior parte del tempo questa persona conduca una vita assolutamente normale: vive principalmente da solo, fa frequentazioni più o meno abitudinarie in varie zone della città, si muove molto (unico punto di vago interesse, anche se per un cronista da emittente locale c’è da aspettarselo) e ha abitudini alimentari piuttosto ordinarie.»
«Qualcosa riguardo al momento in cui ha incontrato Mina e Yowa?»
«Ripresa dall’alto, nulla di particolare. Più qualche presa dentro la biblioteca e un paio con panoramica dalla strada. In totale niente fuori dall’ordinario.»
«Quindi non sappiamo nulla in più rispetto a prima…»
«Non mi sottovaluti, Colonnello. Questo è il mio campo di battaglia e ho molte frecce al mio arco. Saresti dovuto venire prima da me, ma sono comunque contenta che tu l’abbia fatto. Mi darà finalmente la possibilità di sdebitarmi con te. Ma torniamo a noi… dal momento della sparizione di Yowa anche il vostro amico Ajadàmcha scompare totalmente.»
«Perciò è ancora con lui?»
«È possibile, ma c’è un’altra peculiarità. Nel periodo in cui lo abbiamo seguito vi sono altri momenti in cui non è possibile rintracciarlo, anche se questa volta il tempo è considerevolmente più lungo, ma dopo ricompare sempre molto vicino. Quindi…»
«È ancora lì!» Mabel quasi saltò per l’emozione. «È ancora al Mercato Terrestre! Ci ha presi nel sacco come degli idioti.»
«Ma abbiamo cercato» gli ricordò Mina. «La polizia di Caeres ha rivoltato il mercato sotto-sopra e non abbiamo trovato niente.»
«Dev’essere riuscito a nascondersi, non ci sono altre spiegazioni.»
«Ma dove?» insisté Mina. «Abbiamo cercato in lungo, in largo e anche in alto.»
Mabel allora sorrise, dicendosi che forse Edda aveva ragione su quei trattamenti ringiovanenti. «Ma non sotto.»
«Sotto?»
«Hai provato a fare dei rilevamenti geologici di profondità?»
«Certo che ho provato, è stata la prima idea che mi è venuta ma…»
«E che cosa ottieni?»
«Rumore di fondo dovuto alle micro-vibrazioni della crosta planetaria, Alpha Centauri è sismicamente più attivo di altri pianeti e… che c’è?»
Edda e Mabel si stavano guardando trionfanti.
«Come a Vidàlo» disse lei. «Anche lì non trovavamo i tunnel degli Herem. Se non fosse stato per il tuo Caporale e la sua idea…»
«Già. Forza, muoviamoci. Grazie, Edda, ti devo un favore.»
«Grazie, ma io vengo con voi.»
«Non se ne parla.»
«Io non prendo ordini da lei, Colonnello. Devo ricordarglielo nuovamente?»
«Edda, per favore!»
«Zitto e fai strada, stiamo perdendo tempo.»
«Forza, Mab» lo esortò Mina. «Se vuole seguirci non vedo perché non dovrebbe farlo, basta che non si metta nei guai.»

Le forze di polizia erano già sul posto quando loro arrivarono.
«Sappiamo della città sotterranea» gli disse il Comandante. «Ma è stata sigillata. Non c’è modo di accedere.»
Mabel evitò di stenderlo con un pugno per non averla nominata prima. Cazzo, un’intera città?
«Invece le dico che c’è» disse con la voce e la postura del Colonnello Adasco. «Muoviamoci.»
Alla fine trovarono l’ingresso. Era esattamente nel punto in cui Yowa era sparito e si trattava di una semplice buca, probabilmente una botola azionabile con un banale congegno meccanico.
«Ajadàmcha è furbo» disse Mabel, sinceramente ammirato. «E noi siamo proprio degli idioti!»
«Io sono stufo di fare la figura dell’idiota!» sentenziò Sig, scostando due agenti e saltando nel buco con le braccia premute sui fianchi. «Col suo permesso, Colonnello.»
Mabel in un primo momento temette di aver perso anche lui, ma presto arrivò la voce del loro amico da sotto che urlava di seguirlo.
Scoprirono che il foro si trasformava in uno scivolo e presto si ritrovarono tutti in una camera sotterranea fatta di pietra, illuminata debolmente da delle lampade a parete simili a quelle che avevano trovato nelle biblioteche, e lì dentro, legato a un gancio sul muro, pallido e sporco che li guardava sbigottiti, c’era Yowa.
Il resto furono abbracci, baci disperati e vigorose pacche sulle spalle. Alanna gli era saltata addosso con tanto slancio che aveva preso una sonora zuccata sul muro e aveva passato il resto del tempo alternando scoppi di risa fragorosi a pianti incontrollabili.
«Il Maggiore sembra illeso» riferì il medico sopraggiunto sul posto dopo una prima analisi. «Sicuramente disidratato e affamato ma nulla a cui non si possa rimediare. Consiglio di portarlo subito in superficie e di scortarlo all’ospedale militare.»
«Una buna idea» disse Mabel. «Il Tenente Adinov verrà con voi e voglio una scorta per entrambi. Comandante!»
«Signor Colonnello.»
«Mi serviranno due squadre dei suoi uomini per setacciare questo posto e trovare il mascalzone che ci ha presi per il naso con tanta facilità.»
«Certo, Colonnello. Me ne occuperò personalmente.»
Ma non trovarono nulla.
Oltre alla stanza in cui era stato custodito Yowa c’erano solo altri tre locali accessibili e si trattava di piccole stanzette completamente vuote, l’unico ingresso era quello da cui erano scesi e per tutte le loro ricerche e analisi non trovarono altro.
«La città sotterranea è molto estesa ma come le dicevo è stata totalmente sigillata nel corso degli ultimi due secoli» gli disse di nuovo il Comandante, visibilmente sollevato. «Questo dev’essere un bunker scavato apposta per l’occasione. Un colpo da maestro, se mi è concessa un po’ di ammirazione!»
«Le pareti sono rivestite di schiuma al piombo, dico bene?»
«È quello che pensiamo, sì. Un materiale a basso costo ottimo per bloccare la rilevazione diretta.»
«Le era già capitato un caso simile?»
«Non che io ricordi. Mio nonno mi raccontava che ai suoi tempi queste cose succedevano spesso ma da quando il sottosuolo è stato sigillato non era più accaduto. Ma d’ora in poi staremo più attenti, glielo assicuro.»
«Lo spero proprio.»

Aron Ajadàmcha era completamente scomparso.
Furono inutili le ricerche, inutili gli appostamenti e gli interrogatori, inutile anche l’aiuto di Elisabeth Dianma e del suo servizio di sicurezza e informazione personale; inutili furono tutto il talento e la perseveranza di Edda Mikstov: il cronista della Centus che aveva creato loro tanti problemi aveva completamente smesso di esistere.
«Come diavolo ha fatto a dileguarsi così?» ripeteva Mabel passeggiando per lo studio di Edda.
«Non lo so, caro. Ma io credo che non sentiremo più parlare di lui. Non sotto quel nome, almeno.»
«Dici che potrebbe riprovarci?»
«Con personaggi del genere non si può mai sapere, anche se la prossima volta potrebbe non avere vita facile. Questo era il suo pianeta e ha potuto fare quello che ha fatto approfittando di una situazione molto particolare.»
«Un gruppo di ufficiali idioti che hanno deciso di andare a caccia di tesori nascosti e si sono messi nei guai» rise Mabel. «Come si chiamava quel posto dell’Antica Terra, quello che non hanno mai trovato perché in realtà non esisteva?»
«Non saprei, non è il mio campo.»
Alanna, Yowa e Sig non era più sul pianeta. Avevano tutti aspettato che il loro amico fosse dimesso dall’ospedale e dichiarato abile a riprendere il servizio, poi erano ripartiti. Solo Mina era ancora lì, ma sarebbe partita l’indomani, e Mabel si sarebbe dovuto dirigere allo spazioporto militare fra soli due giorni. Si erano salutati con una lunga cena, ricca di ricordi e risate a cui aveva partecipato anche Edda, sapendo che probabilmente non si sarebbero rivisti per molto tempo.
«Che programmi hai adesso?» gli chiese Edda.
«Nebulosa di Orione, poi Aldebaran e l’Ammasso del Centauro.»
«Mete… ricche di curiosità, ne sono certa.»
«Prima o poi mi stuferò di girare per la galassia.»
«Pensi di tornare a combattere?» sembrava sinceramente spaventata all’idea.
«A volte ci penso, sai. Ma credo di essere più utile qui. E tu? Come procede la tua carriera?»
«Molto bene. Mi hanno chiesto di essere una delle annunciatrici di testa del servizio principale.»
«E…?»
«E ci sto ancora pensando. Significherebbe viaggiare molto, ancora più di adesso.»
«Ma sarebbe l’apice della tua carriera. Il massimo a cui potresti ambire!»
«I fatti della vita mi hanno insegnato che le ambizioni non sono tutto… anzi, sono poco più di niente. Ma hai ragione, credo che accetterò.»
«Sono sicuro che sarai la migliore.»
«Anch’io ne sono sicura» gli disse passandogli affianco e posandogli un bacio delicato sulla guancia. «Ci vediamo, Colonnello Adasco. Cerca di non invecchiare troppo.»
«Arrivederci, Edda.»
Mabel la guardò andare via, e per la prima volta capì davvero quanto gli sarebbe mancata.

 

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