Herem. La guerra di Mabel, parte 4

Autore: Davide Sassoli
Copyright © Aprile 2019
Sinossi ed editing a cura di Loredana La Puma
Autore copertina: Giulia Calvanese

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Una scelta difficile

Base stellare militare di Amèra, Ammasso del Cigno, anno stellare 12.533

Il giovane ufficiale era di bell’aspetto. Mabel lo giudicò fresco di addestramento, probabilmente ancora in affiancamento a un altro ufficiale.
“Ero anch’io così facile da leggere?” si chiese sospirando.
«Qualcosa che non va, signore?» chiese il ragazzino, visibilmente preoccupato.
«Edda ha ragione, mi comporto come un vecchio…»
«Signore?»
«E parlo da solo come un vecchio» disse Mabel forzando una piccola risata. «Non si preoccupi, Tenente. La ascolto.»
Il giovane si schiarì la voce, facendo del suo meglio per nascondere l’imbarazzo. «Sottotenente Ajami Lucano, Comandante. Mi è stato ordinato di essere il suo assistente personale.»
«Chi ha dato quest’ordine?»
«Il Maresciallo Geram d’Onix, signore.»
«Hai parlato direttamente con lui?» chiese Mabel, sinceramente stupito. D’Onix era uno dei pezzi grossi del Consiglio e negli ultimi cinque anni era stato il rappresentante dell’EFI nel Consiglio Intergalattico.
«Sì, signore. Mi ha affidato l’incarico di persona. Questo le crea qualche problema?»
La domanda era posta in modo del tutto genuino e Mabel non era propenso a credere che il ragazzo stesse recitando.
«Niente affatto» rispose. «Solo trovo strano che uno degli uomini più importanti dell’EFI si prenda il disturbo di selezionare personalmente il mio gabinetto.»
«Il Maresciallo desiderava che imparassi dal migliore. O così mi ha detto.»
«Lucano dici… non è un nome che conosco?»
«Ramo cadetto» disse il giovane senza scomporsi. «Sono figlio di Ylenia de la Mons.»
Ora tutto tornava. I de la Mons erano uno dei gruppi industriali multiplanetari più influenti degli ultimi due secoli ed erano specializzati, neanche a dirlo, nella produzione di armamenti; l’EFI acquistava da loro quasi i tre quarti delle sue scorte di armi, munizioni e tecnologie di supporto.
«E non cerca di nasconderlo.»
«Dovrei, signore?»
Un ragazzo particolare, senza dubbio… difficile da inquadrare. Mabel dovette ricredersi su di lui.
«Per nulla, Tenente. Il mio era un complimento.»
«Oh… mi scusi, signore»
Anche l’imbarazzo sembrava sincero. «Non si deve scusare, so di essere criptico a volte.»
«Ci tengo a dirle che non mi aspetto alcun trattamento di favore. Chiedo solo di poter fare la mia parte, come tutti.»
Mabel pensò a Yowa e a come era cambiato nel corso degli anni. Anche lui era ricco di famiglia ed era entrato nell’esercito grazie alla loro influenza, ma questo non gli aveva impedito di diventare un buon ufficiale, e un amico.
«E non mi aspetto niente di diverso» gli disse guardandolo negli occhi. «Benvenuto alla base di Amèra, Tenente Lucano.»
«Grazie, signore. Ha qualche richiesta particolare?»
«Nessuna, per ora. Ma potrei averne in futuro. Per ora mi accontenterei di avere finalmente quei rapporti sulle consegne e gli inventari del mese scorso.»
«Vedrò che posso fare.»

La promozione a Comandante era stata alquanto inaspettata. Mabel aveva passato molti anni lontano dalla vera vita militare (ed era stata una sua scelta) e ormai pensava che avrebbe felicemente concluso lì la sua carriera, invece i Marescialli avevano deciso di promuoverlo e di affidargli il comando di una delle basi stellari più importanti in tutto l’EFI; la cosa che lo stupiva di più in tutta questa faccenda, in ogni caso, era la rapidità con cui aveva acconsentito al nuovo incarico.
Amèra era una base di dimensioni mastodontiche. Un cilindro lungo diciotto chilometri, composto di centocinquantaquattro distinti elementi costruiti al novanta per cento con polimeri leggeri, che ruotavano con varie velocità attorno a un nucleo metallico ad alta densità neutronica. Da lontano sembrava di vedere una grande medusa, per via dell’elemento di testa che era largo almeno tre volte quelli sottostanti, un’architettura risalente al precedente millennio e non più in uso nelle basi moderne.
Amèra orbitava nello spazio solitario attorno al sole dell’omonimo sistema, una gigante azzurra dalle forti emissioni UV che la riforniva di luce ed energia. Il sistema era stato scelto per la sua vicinanza al centro gravitazionale dell’ammasso, poiché questo faceva in modo che qualunque rotta subspaziale da o verso lo spazio profondo dovesse necessariamente transitare in quel settore, e per la totale assenza di materia rocciosa. Amèra non aveva pianeti o cinture di asteroidi… solo la stella, enorme e azzurra, che brillava da sola nel vuoto del cielo.
«Anche lei si è addestrato su Ber, signore?»
«Come dice?» Mabel si allontanò dal parapetto della terrazza panoramica, dove un salto di un centinaio di metri e varie misure di sicurezza invisibili lo riparavano dalle emissioni della stella oltre le paratie trasparenti.
«Mi perdoni se l’ho disturbata» si scusò il Tenente Lucano. «Mi domandavo se anche lei fosse stato su Ber durante l’addestramento base.»
«Campo 41, dodicesimo parallelo: faceva un gran freddo. E lei?»
«Campo 32, ero sotto il Sergente Fidovsky.»
«L’ho sentito nominare, ma ai miei tempi era solo un’altra recluta. Ha qualcosa per me?»
«Solo i rapporti che aveva chiesto.»
«Mi faccia un riassunto, per favore.»
«I rifornimenti di carburante sono arrivati: ne abbiamo abbastanza per rifornire tre flotte intere.»
«È quello che abbiamo stabilito, molto bene.»
«I cicli di manutenzione alle funzionalità primarie e secondarie sono stati riprogrammati come lei ha richiesto e l’efficienza energetica Generale è migliorata di cinque punti.»
«Le condotte primarie?»
«Ancora da riparare, ma mi assicurano che i lavori sono previsti entro le prossime due settimane.»
«Cibo?»
«Quello non manca mai. L’ultimo dispaccio di sementi è arrivato da Auris due giorni fa e le taniche di ricircolo organico sono tornate a pieno regime su tutti i livelli.»
«Tutti?»
«Tutti, signore. O così dicono i miei rilevamenti.»
«Vedo che finalmente questa gente comincia a collaborare… Ottimo lavoro, Tenente.»
«Grazie, signore.»
Mabel non avrebbe mai pensato che dare ordini a dei civili sarebbe stata la cosa più difficile che avesse mai fatto nella sua vita. Se glielo avessero detto al suo arrivo, probabilmente si sarebbe messo a ridere così forte da frantumare le paratie esterne della base. Ma aveva chiaramente sottovalutato il problema.
Amèra era un avamposto militare, ma al suo interno lavoravano e vivevano circa sessantamila operatori civili, pagati dall’EFI o prestati da società e gruppi sponsorizzanti. Un enorme numero di persone che era di fatto responsabile del funzionamento e della sopravvivenza dell’intera struttura e di tutto il personale militare, di stanza fissa o in transito, e che era perfettamente consapevole della propria importanza.
Le prime volte non aveva creduto ai suoi occhi, scoprendo che i suoi ordini erano stati presi per buoni solo per essere dimenticati un attimo dopo da capisquadra e capisezione che avevano preferito continuare a fare semplicemente di testa loro. Gli ufficiali sotto il suo comando gli avevano assicurato che fosse “normale” e gli avevano suggerito di fissare dei controlli più stretti sull’operato dei civili e di utilizzare parte del personale di sicurezza per questo compito, possibilmente affidando il comando delle squadre di controllo ad alcuni di loro. Alla domanda se fossero mai stati su un campo di battaglia lo avevano guardato come se non lo riconoscessero e risposto: “Noi siamo ufficiali, Comandante.”
Ci erano volute prima settimane, e poi mesi. Ma con un po’ di sforzo e molta documentazione accuratamente raccolta e catalogata dal Tenente Lucano, era riuscito a far trasferire altrove la maggior parte dei Tenenti e dei Feld Capitani (assieme a quell’unico Maggiore), trattenendo solo quelli che sembravano aver qualche barlume di capacità. Poi si era dato alla riorganizzazione dei civili, spostando o trasferendo praticamente tutte le posizioni di rilievo nella loro gerarchia. Avevano protestato, minacciato scioperi ma, come sempre quando si metteva in testa una cosa, Mabel Adasco era andato fino in fondo. E ora sembrava che avessero finalmente capito con chi avevano a che fare.
«Un’altra cosa, signore» disse Lucano. «Presto saranno richieste delle manutenzioni straordinarie ai cilindri 3, 9, 47, 98 e 132. E il responsabile dell’approvvigionamento energetico manda a dire che anche i collettori UV avranno presto bisogno di qualche rattoppo.»
«Costi totali?»
«Mi dia un attimo…» Un’altra cosa con cui non aveva mai dovuto avere a che fare… il budget. Un incubo che, incredibile ma vero, rivaleggiava con qualunque orrore avesse mai affrontato. «All’incirca trenta milioni di crediti standard, ma questo solo sommando le stime dei vari reparti.»
«La sua opinione?»
«Alla fine dei lavori non ne spenderemo meno di cinquanta, secondo me.»
«Sono propenso a crederci.»
«Inutile dire che non abbiamo queste risorse…»
«Se sta per suggerirmi di richiedere i fondi al Consiglio se lo scordi. Ci hanno mandati qui perché questo era un problema che non sapevano come risolvere: se ci riusciamo tanto meglio, in caso contrario sarà comunque colpa nostra. Ma comunque vada non avremo un singolo credito, non dal Consiglio.»
«Lei è cinico di natura, giusto?» Lucano era un individuo di indole allegra, e cercava sempre qualche scusa per stemperare la tensione.
«No, in verità» gli rispose però Mabel. «Lo sono diventato da quando sono qui. Capisco finalmente come si sentiva Darco…»
«Signore?»
«Ha mai sentito parlare del Colonnello Darco Akonu?»
«Il fautore della nostra vittoria nell’Ammasso della Vergine. Lei lo conosceva, dico bene?»
«Era mio cognato e sì: è stato lui a darci quella vittoria. Anche se mi stupisco che lei lo sappia.»
«Non tutti credono alle stronzate del Consiglio, signore. C’è anche chi sa vedere con i proprio occhi.» Sembrava sinceramente risentito.
«Non intendevo offenderla, Tenente» si scusò Mabel. «Solo non sono abituato a sentir parlare del Colonnello Akonu in questi termini.»
«La capisco signore e mi perdoni, non succederà più.»
Non era chiaro se si riferisse alla sua risposta affrettata o alle sue opinioni sul Consiglio dei Marescialli, ma Mabel decise che non era importante.
«Lei ha qualche idea su come potremo fare a raccogliere i fondi necessari alle riparazioni?» gli chiese invece.
«Nessuna, signore.»
«Io forse ho una soluzione, ma non sarà facile e ci vorrà molta persuasione» disse Mabel con un sospiro. «Temo che avrò bisogno di tutto il suo aiuto.»
«Sono qui per questo, signore. Mi è concesso sapere che cosa intendiamo fare?»
«Naturalmente. Intendiamo rendere la base di Amèra finalmente autosufficiente. Forza, mi segua: abbiamo molto da fare.»
«Sì, signore. Oh… un’ultima cosa.»
«Mi dica.»
«C’è una visita per lei.»

Mabel stava per aprire la porta dell’alloggio; in quanto Comandante della base poteva aprire qualunque porta desiderasse, ma pensò fosse il caso di bussare.
Lei era seduta sul letto comodo, fatto portare apposta, con le mani in grembo. Quando si girò il suo sorriso fu accompagnato dalle rughe attorno alla bocca e sulla fronte, dove i capelli lunghi conservavano ancora qualche traccia del nero corvino che l’aveva resa così bella da giovane. Mabel aveva visto la vecchiaia autentica quando era piccolo, non tutti su un pianeta Granaio come Teodus potevano permettersi i trattamenti ringiovanenti, ma era passato così tanto che provò un brivido di ribrezzo, subito nascosto: si trattava pur sempre di sua sorella.
«Come stai?» chiese tanto per dire qualcosa. «Posso farti avere qualcos’altro?»
Il sorriso si allargò, mostrando denti in perfetto stato. «Grazie Mabby, ma credo di avere tutto quello che mi serve. Non devi scomodarti per me.»
«E per chi altro mi dovrei scomodare?» chiese, ridendo e sedendosi davanti a lei.
Lemma era di soli dodici anni più vecchia di lui ma, come gli aveva spiegato con calma e pazienza, aveva rifiutato qualunque tipo di trattamento. Si sentiva appagata, diceva, e in pace: non aveva bisogno di vivere più di quanto non fosse consentito a un essere umano.
Mabel aveva protestato e si era arrabbiato, ma aveva presto capito che la convinzione di lei era troppo radicata, troppo ferma perché potesse sperare di scuoterla. E poi con che diritto poteva presumere di giudicarla? Lui che se n’era andato e non era più tornato.
«Sei arrivato lontano» gli disse, dopo qualche attimo di silenzio.
Teneva le luci soffuse, una costante penombra dalla quale sosteneva di poter meglio ammirare l’infinità del cosmo fuori dalla paratia trasparente.
«Quest’ultimo incarico è stato del tutto inatteso» ammise Mabel.
«Non ti aspettavi che ti ributtassero nella mischia dopo quello che hai passato, vero? Speravi che avessero chiuso con te.»
La guardò stupito. Di tutte le persone che…
«Non guardarmi così. Ho visto quello che hanno fatto a Darco… l’ho visto molto bene. E se non stai attento faranno la stessa cosa anche a te.»
«Lemma… quindi tu e Darco…»
Lei rise, anche se le luccicavano gli occhi. «Ci fu un breve periodo, dopo la vostra partenza, in cui non volli più sentirlo o sapere nulla di lui. Ma ammetto che durò poco. Ero troppo innamorata di quell’uomo, ero persa. E anche lui mi amava, anche se non ho mai capito perché.»
Mabel ascoltava rapito, era una storia che avrebbe dovuto riguardarlo da vicino ma di cui non sapeva assolutamente nulla. Perché non era mai andato da lei per consolarla?
«Ci sentivamo spesso. Lui mi parlava di quello che stava facendo, delle persone che conosceva tutti i giorni, della passione il suo lavoro. Riusciva a farmi capire, pur non dicendoli, i motivi per cui se n’era andato, ma nelle sue parole c’era anche il rammarico, e la speranza che un giorno io avrei potuto essere lì con lui.»
A quel punto la sua voce si ruppe.
«Era un genio, lo sai?» disse fra singhiozzi. «Era l’uomo più intelligente di tutta la galassia, e lo hanno mandato a morire.» Ci fu un’altra pausa. «Non volevano ascoltarlo, capisci? Non volevano ammettere che aveva ragione e soprattutto non volevano prendere ordini da lui, il novellino. Perché loro erano i grandi Marescialli. Per cui lo hanno mandato a fare il lavoro con le sue mani. Se avesse fallito non ci avrebbero perso nulla ma se avesse trionfato…»
«Se ne sarebbero presi il merito» concluse Mabel, «come poi hanno fatto.»
Cercò di prenderle le mani, ma lei si ritrasse.
«E sai qual è la parte più terribile di tutto questo? Che il suo lavoro non è servito a niente. Hanno vinto quella battaglia, grazie a lui e a te, e hanno creduto di aver vinto tutto. Lo hanno dimenticato e hanno dimenticato la sua ricerca, il suo lavoro. Lo hanno cancellato.»
Mabel non sapeva cosa dire.
«Non preoccuparti, Mabby» gli disse lei, sorridendo fra le lacrime. «Non devi sforzarti di consolarmi. E non devi sentirti in colpa per non essere stato presente. Lui mi aveva detto di non averti informato. È stata una delle ultime comunicazioni che ho avuto da lui, prima…»
A quel punto scoppiò in un pianto dirotto e Mabel poté solo abbracciarla, stringendola quanto forte osasse senza rischiare di far del male al suo fragile corpo.
«Per questo sei venuta?» le chiese quando si fu calmata un po’. «Per salvarmi?»
«E per darti questo.»
Si scostò da lui con delicatezza e frugò in una tasca, da cui estrasse un piccolo dischetto con un innesto metallico: una memoria solida.
«Qui dentro c’è tutto quello che mi è rimasto di lui» disse in un sussurro. «Tutto quello che lui mi abbia mai mandato, suo suo lavoro, su di sé, su tutto. E voglio che lo abbia tu.»
«Lemma, ti prego. Io…»
«Non dire niente. Prendilo e basta. Ho bisogno di darlo a te.»
«D-d’accordo. Come vuoi… grazie.»
Lei gli sorrise ancora e si accoccolò contro di lui. Dopo un paio di minuti stava già dormendo.

Pianeta Ber III, Ammasso del Cigno, anno stellare 12.539

«Non avrei mai pensato di tornare qui. So che è buffo da dire…»
«Ti capisco, in realtà» disse Lemma, chiudendo gli occhi all’aria fredda ma respirandola a pieni polmoni. «Quando ci lasciamo una cosa alle spalle ci è difficile pensare di poterla rivedere, ma la vita è strana.»
«Già, puoi dirlo forte.»
Erano su Ber. Lemma aveva insistito per visitare il pianeta dove Mabel si era addestrato.
«Te l’avevo detto che non era un gran che» disse, prendendola sottobraccio per ripararla dalle forti raffiche che spazzavano l’altura sopra il campo 41.
«Al contrario. Mi piace qui. Trovo che questo pianeta abbia qualcosa di bello, qualcosa di vero… Tutti i pianeti Aborto sono così?»
«Non ne ho mai visti altri.»
«Qui la vita ha attecchito e si è sviluppata, nonostante noi l’abbiamo abbandonata. Questo posto sa di selvaggio e di primitivo, un tuffo nel passato, forse perfino della nostra cara, vecchia Terra.»
«Sicura di non esagerare?»
«Pensi davvero che il Pianeta Madre un tempo fosse davvero tanto diverso da quello che stiamo vedendo ora?»
Mabel non ci aveva mai pensato. Era possibile? Ber poteva essere un’immagine sfocata della vecchia Terra?
«Conoscevo qualcuno che era nato qui.»
«Davvero?»
«Sì, ma era tanto tempo fa.»
Lemma sapeva sempre quando non forzare un argomento e lo seppe anche in questo caso. Probatilmente una relazione prolungata con un uomo come Darco le aveva permesso di affinare questa capacità.
«Perché stai ridendo?»
Lo guardava con occhi curiosi. Ora parte delle sue rughe erano svanite e i capelli avevano un colore più scuro, anche il suo fisico stava migliorando.
«Nulla» disse Mabel. «Pensavo a persone che non ci sono più. A volte mi sembra incredibile poter pensare a loro e sorridere.»
Lei non disse niente e si strinse a lui.
Erano in viaggio da parecchie settimane. Mabel aveva lasciato la base nelle abili cure del Tenente Lucano, di cui ormai si fidava ciecamente. Al campo principale aveva incontrato Sig, intento a selezionare un nuovo gruppo di reclute per il Betazur, e prima erano stati su Auris, uno dei due pianeti Granaio nell’ammasso del Cigno. Lemma lo aveva trovato noioso.
Avvertirono agitazione alle loro spalle e si voltarono.
«C’è qualche problema, Caporale?» chiese Mabel al capo della scorta di reclute in addestramento che li aveva seguiti.
«Ehm… sì, signore. Cioè no, voglio dire.»
«Sputa il rospo, ragazzo» disse Mabel, forse un po’ troppo duramente. «Che succede?»
«C-cinghiali, signore. Ma non si preoccupi, ce ne occupiamo noi.»
«Sono vicini?»
«Abbastanza vicini, sì.»
«Allora è meglio rientrare. I cinghiali beriani non sono molto amichevoli, se la memoria non m’inganna.»
Sulla sua gamba c’era ancora quella vecchia cicatrice, ricordo di quando era stato un giovane scapestrato proprio come quelli che aveva davanti ora. Non l’aveva mai fatta rimuovere, nonostante Yowa lo prendesse in giro continuamente per quel motivo. Era un ricordo di tempi andati, bei tempi.
Dall’altura si scendeva dal lato opposto, dove era stato ricavato un sentiero praticabile. Mabel aiutò Lemma nei punti più difficili o di dubbia stabilità.
«Ogni tanto si trovano delle buche» le spiegò. «Sono coperte di muschi e terra ma se ci metti il piede sopra rischi di farti molto male. Qualcuno ogni tanto ci lascia la pelle.»
Lei annuiva e faceva come le veniva detto. Non le piaceva sentir parlare di morte e Mabel si rendeva conto di quanto lui stesso ci fosse fin troppo abituato.
Una volta scesi presero la strada per tornare al campo, ma dopo pochi passi i ragazzi della retroguardia richiamarono la loro attenzione.
«Che succede?» chiese Lemma, incuriosita e chiaramente preoccupata. «Sono quei cinghiali?»
«Non credo» disse Mabel. «Sono pericolosi ma non si avvicinerebbero così tanto a un gruppo di dodici persone. Caporale!» chiamò alzando la voce. «Di che si tratta?»
Avvertiva qualcosa nei soldati, era una sensazione che solo chi aveva comandato sul campo come lui poteva comprendere: c’era qualcosa che li turbava, non abbastanza da metterli in allarme forse, ma qualcosa c’era.
Lasciò la mano di Lemma e si fece strada oltre le reclute. Erano tutti armati di fucili da addestramento, il preciso identico modello che avevano dato a lui tanto tempo prima (forse erano addirittura gli stessi fucili), e un paio di loro erano chiaramente pronti ad alzarli.
«Caporale?» chiese di nuovo, quando fu più vicino.
«Signore. Mi scusi, signore!» disse il quarantenne già brizzolato.
«Non si scusi e mi dica che succede.»
Ma non c’era più nessuno in grado di addestrare delle reclute?
«Abbiamo trovato un uomo, signore. Sembra un indigeno.»
«E con questo? Su Ber c’è una popolazione indigena nutrita.»
«Sì, signore. Ma questo qui si è avvicinato a noi, di solito scappano.»
Mabel guardò nella direzione indicata dal Caporale e vide due uomini della scorta che si tenevano a un paio di braccia di distanza da un terzo individuo, alto, sporco e vestito di brandelli di quelli che sembravano pelli animali non conciate. Aveva i capelli e la barba lunghi e incrostati di terra ed era magro, molto magro.
Mabel ricordava di aver visto gli indigeni solo da lontano durante i suoi anni su Ber, ma questo, doveva darne atto ai soldati, aveva decisamente qualcosa di strano.
«È così da quando lo avete trovato?»
L’uomo, se di uomo si trattava (in quelle condizioni avrebbero potuto sbagliarsi), aveva gli occhi aperti, ma sembravano persi nel vuoto. Girava la testa lentamente da una parte all’altra, muovendola tra i due soldati che lo tenevano d’occhio.
«Più o meno sì, signore.»
Non aveva un’espressione spaventata, nemmeno intimorita, e contemporaneamente non mostrava alcun segno di aggressività.
«E dite che si è avvicinato lui?»
«È così, signore.»
Mabel fece qualche passo avanti. Perché quell’individuo lo metteva a disagio? Si sentiva come se fosse tornato su Vidàlo, sul campo di battaglia: lo stesso nervosismo latente, i sensi all’erta e i muscoli pronti a scattare…
Anche i giovani percepivano qualcosa, anche se non avevano l’esperienza per capire di cosa si trattasse. Questo, se non altro, gli diceva che l’addestramento in realtà stava cominciando ad attecchire.
«Signore…» chiese il Caporale titubante. «Lei ha qualche suggerimento?»
Qualcosa si impadronì di Mabel.
Era nell’aria, un’elettricità che aveva provato solo in precisi momenti della sua vita. Ed era negli occhi di quell’uomo, che non erano persi nel vuoto ma erano fissi, su di lui: parlavano di fame.
«Sparate!» gridò. «Sparate a quel coso, subito!»
Il Caporale non reagì, ma tre dei suoi ebbero la prontezza di alzare le armi e premere i grilletti. Le scariche centrarono l’indigeno, che barcollò ma non cadde. Dei due soldati più vicini, uno non fu abbastanza veloce a farsi indietro e una mano, che non era più una mano e si muoveva con velocità fulminea, gli si piantò fra le costole. Il poveretto urlò e boccheggiò, tentando di artigliare la forma mandibolare che gli aveva perforato la cassa toracica.
«Fuoco! Non esitate, accidenti a voi. Fuoco!»
Al secondo ordine, finalmente, tutti reagirono. Undici fucili spararono praticamente in contemporanea e la combinazione delle scariche fu sufficiente ad abbattere la creatura, che prese a contorcersi a terra scossa da spasmi.
In due raggiunsero il compagno ferito e lo portarono via, era ancora vivo.
«Riportatelo al campo» ordinò Mabel. «Lemma, va’ con loro. Non discutere! Voi altri restate con me e…»
Ma in quel momento lo sentirono, era uno scalpitio in lontananza, abbastanza forte da poterlo percepire anche attraverso il terreno.
«Cinghiali!» urlò il Caporale allarmato.
«Al campo.» ordinò Mabel. «Muoversi!»
Raggiunsero le palizzate appena in tempo e le porte si chiusero dietro di loro appena prima che gli schianti cominciassero. Mabel si assicurò che Lemma fosse protetta e poi si fece accompagnare sui camminamenti nonostante le proteste del povero Caporale. «Voglio vedere che cazzo succede là fuori. Diamoci una mossa.» E una volta in alto vide uno spettacolo che non avrebbe mai immaginato di vedere.
Erano cinghiali, centinaia di cinghiali zannuti che si lanciavano a corpo morto contro il perimetro del campo da tutte le direzioni. Gli schianti erano assordanti e le reclute correvano qua e là sotto gli ordini dei Sergenti per tamponare le falle che talvolta si aprivano fra i pali di legno. I soldati su in alto cercavano di arrestare l’avanzata degli animali con i fucili da addestramento ma a quella distanza le scariche aveano ben poco effetto.
Una volta scesi, Mabel afferrò per il braccio il primo uomo che gli passò accanto.
«Di’ al Sergente in carico di questo campo che voglio solo vedette là sopra. Tutti gli altri devono essere impegnati in squadre mobili per tamponare le brecce. Ordini del Colonnello Adasco. Vai, sbrigati!»
«S-sì, Colonnello.»
Il giovane corse via.
«Ci sono delle armi qui?» chiese al Caporale della squadra con cui erano usciti, che lo stava ancora tallonando. «Armi vere, intendo.»
«Qualcuna, forse» disse l’uomo spaventato. «Ma è il Sergente Artmann ad avere le chiavi dell’armeria.»
«Portami da lui.»
«Subito.»
Per trovare il Sergente Artmann bastò seguire le grida. Era il classico Sergente, basso e bianco di capelli, con una voce che poteva perforare il cemento.
«Comandante, qual buon vento!»
«Puzza di cinghiale beriano, a dire il vero.»
«Può dirlo forte! Cosa posso fare per lei in questa piacevole sera d’autunno?»
«Ha ricevuto i miei ordini?»
«Sì, ma li stavo già eseguendo per conto mio. Quei cretini avevano messo metà degli uomini sulle fottute palizzate, cazzo!»
«Molto bene. Il Caporale Yanko qui mi dice che c’è un’armeria da queste parti.»
«Sì, ma io non ho le autorizzazioni per aprirla.»
«Mi prende in giro?»
«Affatto, Comandante.»
«Gliele do io le fottute autorizzazioni! Apra quella cazzo di…»
«Non ha capito. Servono i codici per aprire le porte blindate e io non li ho. Li hanno solo i supervisori Feld Capitani del cazzo!»
«Che immagino stiano da tutt’altra parte…»
«Immagina bene.»
I tonfi sordi dei cinghiali contro le parti basse delle palizzate si susseguivano a ritmo costante, accompagnati da qualche sordo crack quando parte del legno cedeva.
«È mai successa una cosa del genere?» chiese Mabel al Sergente.
«Mai che io ricordi» rispose quello. «Me se non ricordo male è lei quello che è stato all’inferno e poi è tornato… lei ha mai visto una cosa simile?»
L’aveva vista? Forse non in questo modo ma… «Sì può dire che sia la prima volta anche per me: non ho mai visto gli Alieni usare dei tramiti, e non ne ho mai sentito parlare.»
«Ritiene ci siano Alieni su Ber, signore?»
Per la prima volta il Sergente Artmann sembrò turbato, tanto che Mabel pensò di aver sbagliato a condividere quel pensiero, ma l’anziano addestratore si riprese quasi all’istante. Ora aveva anche lui quello sguardo negli occhi, se pur quasi impercettibile, quello con cui lo guardavano tutti quando erano in difficoltà e avevano deciso che sarebbe stato lui a tirarli fuori dai guai. Mabel credeva di non esserci più abituato, ma scoprì che non era così… e che in fondo gli piaceva.
«Sto davvero diventando vecchio…»
«Come dice, signore?»
«Non so cosa ci sia, Sergente» disse Mabel riscuotendosi. «Ma c’è qualcosa e ho bisogno di quelle armi. Mi faccia vedere l’armeria, per favore.»
«Da questa parte.»
L’armeria era esattamente al centro del campo, dove ai tempi di Mabel c’era l’edificio dove lui e un altro Sergente avevano avuto la lunga chiacchierata che aveva dato inizio alla sua carriera. Era un bunker seminterrato in cemento polimerizzato e vi si accedeva attraverso una porta blindata in nanolega.
«L’hanno installata quindici anni fa» gli spiegò Artmann. «E che io ricordi non è mai stata aperta.»
«Che armi ci sono lì dentro?»
«Di tipo sperimentale ma non so dirle altro. E in ogni caso non possiamo aprirla.»
«Ora vedremo. Tenente Lucano, mi riceve?»
«Forte e chiaro, signore» rispose la voce squillante del suo secondo in comando. «Noto con piacere che lo sdoppiatore quantico funziona perfettamente.»
Era stata una sua idea: aveva sostenuto che il Comandante di Amèra, e perciò l’ufficiale di più alto grado di tutto il settore, dovesse sempre essere rintracciabile in caso di emergenza. Mabel non aveva potuto obbiettare.
«Ho bisogno delle autorizzazioni per accedere dall’armeria del Campo 41.»
«Gliele trovo subito. Ecco.»
Mabel aveva rifiutato lo snodo corticale, perciò era dotato di un dispositivo universale che aveva la forma di un complicato bracciale di colore marrone scuro, che si aprì a rivelare una microsonda di forma sferica.
Una voce metallica disse: «Inserimento manuale richiesto, proiezione codici di accesso…»
Mabel inserì i complicati codici nella console mostratagli dal Sergente Artmann e finalmente, con uno stridore assordante, le porte dell’armeria si spalancarono.
«Ora mi ascolti bene, Tenente» disse Mabel a Lucano mentre Artmann faceva strada. «Voglio che lei dichiari lo stato di massima allerta e lo propaghi a tutti i sistemi del settore. Tutte le compagnie abili al combattimento devono rispondere alla chiamata alle armi entro dodici ore standard.»
«Sì, signore. Posso chiedere cosa sta succedendo?»
«Non lo so, ma non ho intenzione di farmi trovare impreparato. Voglio che lei mobiliti la Prima Flotta e la mandi qui il più presto possibile assieme alle brigate di fanteria.»
«Entrambe, signore? La base rimarrà totalmente indifesa al suo interno.»
«Non se attiviamo le reclute in attesa di trasferimento e gli irregolari civili che abbiamo addestrato.»
«D’accordo signore, passerò gli ordini immediatamente.»
«Un’ultima cosa. Voglio che la flotta sia accompagnata dallo squadrone di bombardieri d’atmosfera che stavamo riparando e da almeno due torpediniere equipaggiate per il bombardamento orbitale.»
«Sì, signore. È così grave la situazione?»
«Non lo so, Tenente. Ma se lo è, questo è il meglio che possiamo fare. Chiudo.»
Forse qualcuno avrebbe sostenuto che stava esagerando, in fondo aveva solo visto un indigeno un po’ strano e una mandria di cinghiali impazzita, ma c’era qualcosa… un istinto che gli diceva di agire, ed era quello che lo aveva già salvato tante volte.
«Che cosa abbiamo qui, Sergente?» chiese a un allibito Artmann.
«Signore…» chiese quello costernato. «Non vorrà davvero bombardare la superficie per…»
«No, non voglio bombardare la superficie, Sergente. A meno che non scopriamo una fottuta bomborotta che ci si nasconde sotto.»
Il Sergente ebbe il buonsenso di non obiettare ulteriormente e porse a Mabel un fucile dal taglio poco familiare. «Ce ne sarà un centinaio» disse. «Più granate e due torrette semi-mobili.»
«Corazze?»
«No, purtroppo.»
Le nuove corazze da combattimento sviluppate dalla Nex Intergalactica erano dei veri gioielli, se pur enormemente costosi. Pazienza…
«Fucili al plasma?» domandò constatando la leggerezza dell’arma e l’assenza del classico caricatore.
«Ormai superati, credo» disse Artmann. «Ma sì. Non so perché abbiano voluto mettere delle armi sperimentali qua sotto, ma questo è quello che ci hanno dato.»
«Dica ai suoi Sotto-sergenti di scegliere le reclute migliori e di armarle. Comunichiamo con gli altri campi e vediamo che succede da quelle parti, voglio che tutte le armerie siano aperte e che ogni campo abbia almeno quattro squadre combattenti.»
Il Sergente Artmann sorrise per la prima volta. «Sì, signore.»

Scoprirono che negli altri campi la situazione era più o meno la stessa.
I cinghiali impazziti avevano caricato, uscendo a migliaia dalla steppa e abbattendosi come una piena sulle palizzate, spezzando assi di legno, abbattendo sostegni e in alcune occasioni buttando giù dai camminamenti uomini o donne troppo lenti ad aggrapparsi a qualcosa. Il conteggio finale della giornata era di quindici morti e ottantaquattro feriti, per lo più concentrati nei campi 25 e 29, dove le bestie erano riuscite a sfondare e a riversarsi all’interno; inoltre non si avevano notizie dei campi dall’1 al 13, situati sotto l’equatore e distanziati dagli altri trentadue da circa trecentoventi chilometri di savana arida.
«Ancora niente?» chiese Mabel per la terza volta.
«No, purtroppo. Mi dispiace.»
Lemma si stava rivelando un vero asso delle telecomunicazioni. Nel giro di poche ore era riuscita a mettere in piedi un vero e proprio centro di comando, in cui riceveva e catalogava regolari rapporti da tutti i campi, e i Sergenti e le reclute del campo 41 avevano presto preso a deferire a lei e a obbedire ai suoi ordini come se arrivassero da Mabel stesso.
«Dovresti sempre concludere i tuoi rapporti con un “signore” ben intonato» la canzonò lui.
«Non devi farlo per forza, sai.»
«Che cosa?»
«Sforzarti di essere allegro per tranquillizzarmi. Mi rendo conto del pericolo e vorrei trovarmi da tutt’altra parte, ma finché avrai bisogno di me sarò qui.»
Lui allora si avvicinò e le baciò piano la fronte. «Più che altro sto cercando di tranquillizzare me stesso» ammise.
«Il grande Mabel Adasco, eroe di questo e quell’altro, spaventato da quattro piccoli cinghiali?» scherzò lei.
«Ti ricordo che uno di quei piccoli cinghialini mi ha quasi mangiato una volta.»
«L’ho sempre detto: le leggende tendono a essere quantomeno esagerate.»
«Non sapevo di esserlo.»
«E la tua finta modestia è trasparente come il cielo di notte. Zuccone!»
Mabel sorrise e si sedette. Non era più abituato a stare in piedi per ore e ore di fila e quella consapevolezza lo feriva nell’orgoglio, ma era pur vero che passeggiare consumando le assi del pavimento non sarebbe servito a molto.
«Mabel… secondo te cos’è successo?»
Erano soli nella stanza, il Sergente Artmann stava coordinando le riparazioni delle palizzate e i suoi Sotto-sergenti e Caporali stavano selezionando le reclute da armare; era probabile che un buon terzo dei fucili disponibili sarebbero rimasti nell’armeria.
«Il segnale è satellitare» disse. «Quindi a meno che le torri di tutti e tredici i campi non siano fuori uso contemporaneamente…»
«Questo l’ho capito, purtroppo» disse lei con un brivido. «Intendevo… cos’è successo a quei cinghiali? Perché ci hanno attaccato?»
«Me lo chiedo anch’io. E vedo la stessa domanda negli occhi di tutti quelli che incontro in questo campo. Si aspettano che io lo sappia, che io sappia come tirarli fuori da questo guaio. Perché io sono una leggenda, come hai detto tu. Ma la verità è che non lo so e non ne ho la minima idea.»
«Ma pensi che siano quei… gli Herem.»
Mabel solo allora si rese conto di quanto fosse spaventata. Andò da lei e l’abbracciò stretta, accarezzandole la schiena mentre lei singhiozzava e cercava di placare i tremiti.
«Sei una roccia, sorellina» le disse piano. «Lo sei così tanto che hai fregato anche me. Il lavoro che hai fatto qui è magnifico e probabilmente è ciò che ci salverà.»
«Ma…»
«No. Niente ma. È così e basta. Quelli dei campi sub-equatoriali non ce l’hanno fatta perché non si sono potuti coordinare come abbiamo fatto noi.»
«Sì… ma cosa facciamo adesso?»
Si sedettero uno accanto all’altra, ora che lei si era calmata un po’.
«Per ora possiamo solo aspettare. Se ci avventurassimo fuori in queste condizioni e col buio non finirebbe bene.»
«Non hai paura che tornino?»
L’assalto delle belve era durato per due intere ore e c’era stato un momento in cui Mabel aveva pensato che non si sarebbero mai fermati. Ma poi, gradualmente, la frequenza degli urti era diminuita, i ruggiti si erano trasformati in mugolii e piano piano i cinghiali erano sembrati tornare quelli di sempre, guardandosi attorno quasi stupiti di trovarsi lì, e se n’erano andati lasciandosi dietro decine di carcasse con la testa spaccata.
«Se torneranno siamo preparati» la rassicurò Mabel, «ma onestamente lo ritengo improbabile. Ce li hanno scagliati contro perché speravano al meglio di coglierci impreparati e al peggio quantomeno di indebolire le nostre difese e spaventarci un pochino. Ora hanno esaurito la loro utilità.»
«Ma di chi stai parlando? Chi ce li ha scagliati contro?»
«Il nemico» disse semplicemente lui, «chiunque esso sia. Non so se si tratti degli Herem, francamente spero tanto che non sia così, ma sicuramente non abbiamo assistito a un fenomeno naturale. I cinghiali erano un’avanguardia, la carne da cannone, ora arriveranno le vere truppe. È una tattica fin troppo ovvia.»
«Le vere truppe… intendi gli indigeni?»
Mabel ripensò a quello che aveva visto, alla sensazione che aveva provato e a quella mandibola chitinosa…
«E se arrivassero di notte?» insisté Lemma. Lei per fortuna non aveva visto.
«La notte qui dura poco e sarebbero più ciechi di noi, inoltre avrebbero la luce dei nostri riflettori in piena faccia. No. Se attaccheranno, lo faranno alle prime luci.» Mise una mano sulle sue. «Non preoccuparti, dobbiamo solo aspettare i rinforzi.»
«E quanto ci vorrà?»
«La base di Amèra è a solo un giorno di latenza sub-spaziale da qui ma ci vorranno circa dodici ore perché la Prima Flotta sia pronta al lancio. Dovrebbero essere qui nel pomeriggio di domani.»
«Ma se attaccheranno la mattina…»
«Ci penseremo noi e tu sarai qui a fare il tuo lavoro» le disse fermamente, cercando però di mescolarci tutta la dolcezza che poteva. «Ora però è meglio che tu vada a riposare. Starò qui io nel caso arrivassero altri rapporti.»
«D’accordo. Se hai bisogno di me, chiamami pure.»
«Lo farò. Buonanotte.»
Mabel la guardò uscire e si disse che era proprio fortunato ad averla portata con sé. Poi prese un bel respiro e iniziò a leggere.

L’attacco venne all’alba, esattamente come Mabel aveva immaginato. Gli indigeni si erano avvicinati durante la notte, restando appena oltre il raggio dei riflettori, e alle prime luci partirono all’assalto.
Ma durante la notte gli uomini del campo 41 si erano dati da fare: avevano riparato e tamponato le brecce al perimetro, addestrato gli uomini selezionati per l’uso dei fucili e creato un vasto assortimento di armi di fortuna da accompagnare agli storditori di ordinanza alle reclute, comprese delle rudimentali granate caricate con chiodi e schegge di vetro (che le reclute avevano subito battezzato “rompiculi”).
All’ordine del Sergente Artmann i fucili sulle palizzate e sulle torri di guardia aprirono il fuoco.
I fucili al plasma erano totalmente diversi dalle armi a proiettili solidi. Rilasciavano un getto di particelle incandescenti accelerate da un campo magnetico, perciò non avevano rinculo e la mira era perfettamente perpendicolare, non risentendo in alcun modo della forza di gravità. Un colpo era sufficiente a liquefare un arto o ad aprire una voragine nel petto di una persona comune, tanto che inizialmente sembrò che sarebbero bastati a fermare l’avanzata degli indigeni impazziti, che cadevano come tanti birilli.
Poi però il semplice numero degli assalitori fu sufficiente a portarli a ridosso delle fortificazioni. Allora Mabel, seguendo il piano concordato con gli ufficiali, ordinò che un terzo degli uomini armati di fucili scendesse al livello del terreno e fungesse da squadre di soppressione mobili in caso si fossero aperte nuove brecce.
I nemici puntarono subito alle parti danneggiate ma sbatterono contro i rinforzi posti in opera dai ragazzi del campo 41, ricevendo dall’alto il benvenuto delle rompiculi che cominciarono a fare il loro sanguinoso lavoro.
«Non possono salire» disse Artmann. «Non hanno scale o attrezzi di nessun genere e se si ammassano troppo contro le brecce li riempiamo di rompiculi. Che cazzo stanno facendo?»
Come in risposta un indigeno improvvisamente spiccò un balzo in alto e in lungo di almeno sette metri, andandosi a piantare nella parte alta della palizzata e rimanendo agganciato con una chela chitinosa che gli spuntò al posto della mano. Dall’altra mano spuntò un artiglio e la bestia prese ad arrampicarsi.
«Dia l’ordine di usare gli storditori prima che qualcuno decida di sparare con i fucili contro la palizzata!» gridò Mabel ad Artmann.
Il piano prevedeva che se il nemico avesse trovato il modo di scalare le difese sarebbero stati usati gli storditori per difendere la murata e ributtarli giù. I tecnici del campo avevano lavorato tutta la notte per rimuovere i blocchi che impedivano alle armi di sprigionare la massima potenza e assicuravano che una scarica sarebbe stata letale, pur senza aprire un buco largo come il petto di una persona nelle difese.
«Pronti con gli scaldachiappe!» tuonò Artmann.
Gli uomini eseguirono, ma vennero rallentati da una pioggia di sassi e pezzi di fango incrostato lanciati dal basso, uno fu colpito in pieno e cadde sbracciando. La mostruosità che aveva spiccato il balzo raggiunse la sommità, proprio sotto a una delle reclute col fucile, che non si era accorta di nulla e continuava a sparare contro la moltitudine di nemici in arrivo. La chela sibilò, ma all’ultimo istante una scarica elettrica ne folgorò il possessore, facendogli perdere la presa e l’uomo, anche se ormai non lo era più, precipitò fra i suoi compagni con uno strepitio agghiacciante.
«Non era morto» disse Mabel. «Serviranno almeno due scariche per ognuno. Dica agli uomini con gli storditori di muoversi in coppie.»
«Sì… signore»
«C’è qualche problema?» chiese Mabel dopo che il Sergente ebbe passato gli ordini.
«Nulla, signore. È solo che…»
«Parli pure, potremmo non avere altre occasioni.»
«È un onore combattere al suo fianco, signore.»
Mabel accennò un sorriso. «Lo è anche per me, Sergente.»
Era stato preso dall’energia del combattimento che per lui, ormai lo sapeva, si tramutava in una fredda solidità e in un rigore di ferro, che erano parte del motivo per cui, se ne rendeva conto, era sopravvissuto così a lungo mentre altri, forse migliori di lui, erano morti.
Dopo l’insuccesso del loro amico e vista l’efficacia delle rompiculi, che raramente uccidevano ma lasciavano sempre i corpi degli assalitori in condizioni di non poter più combattere, ci fu un momento in cui sembrò che la ferocia del nemico stesse vacillando. Sembrò, per un attimo, che stesse avvenendo quello che era avvenuto per i cinghiali, come se in qualche modo quegli uomini là sotto stessero tornando loro stessi. Ma poi passò. Qualcosa cambiò di colpo e l’assalto ricominciò più feroce di prima.
Ora a decine si lanciavano sulle palizzate e le scalavano con l’ausilio di artigli, chele e perfino mandibole e denti. Era come se sotto alla pelle di quegli uomini ci fossero degli spaccacroste che premevano per uscire, e si manifestavano in quelle protuberanze orrende e letali.
Ci furono le prime perdite. Gli uomini erano coraggiosi e ben addestrati, ma delle reclute in addestramento basilare non potevano far fronte all’orrore degli Alieni e alle loro mostruosità. I grilletti si inceppavano, le gambe tremavano e cedevano e non sarebbero bastate tutte le urla di tutti i Sergenti della galassia per raddrizzarle.
Uno di quegli esseri, di quelle cose deformi che una volta erano stati uomini, saltò talmente in alto che arrivò in cima alla palizzata. Falciò due uomini con un sol colpo e poi spiccò un altro salto fin sulla terrazza della torre di guardia dove Mabel stava assieme ad Artmann e ai tecnici delle radio. Era un abominio ormai completo, con le gambe e il bacino da umano, ma piedi, torso, braccia da alieno, e la testa un grottesco miscuglio delle due cose.
Il colpo partì. Nell’armeria c’erano anche delle pistole, con una tecnologia simile a quella dei fucili e lunghe liste di possibili malfunzionamenti dovuti alla miniaturizzazione delle componenti, e Mabel le aveva distribuite fra gli ufficiali.
La cosa non ebbe il tempo di colpire. Mabel aveva visto troppo per lasciarsi attanagliare dalla paura, sacrificato troppi amici alla furia di queste mostruosità perché potessero sconvolgerlo, la rabbia era troppa… il colpo fu accompagnato da un grido, di cui si rese conto solo quando chiuse la bocca e l’essere, che non aveva più una testa, precipitò al suolo sbatacchiando gli arti grotteschi ormai inutili.
«Resistete!» urlò Mabel, prendendo in mano il microfono dell’altoparlante. «Questa si chiama guerra. È noi o loro. Pensate alle vostre famiglie, ai vostri amici, alla vostra fottuta vita di merda! Volete regalargliela?»
Un roboante “Nooo!” si levò dagli uomini quasi all’unisono e i difensori si lanciarono all’assalto con rinnovato vigore. Le brecce furono chiuse e i nemici respinti, ancora e ancora.
Passarono ore, ore interminabili. Ma proprio quando sembrava che quella marea immonda non dovesse mai finire la pressione finalmente si allentò. Il fuoco di soppressione dei fucili al plasma doveva aver finalmente mietuto abbastanza vittime e ridotto i loro numeri a sufficienza. Alcuni degli assalitori, quelli dall’aspetto più umano, cominciarono a fuggire. I difensori gridarono e urlarono, sparando ancora di più e lanciando quello che rimaneva delle rompiculi.
Poi, finalmente e come negli antichi racconti mitologici della Vecchia Terra, arrivò la cavalleria.
«A terraaa!»
I bombardieri planarono dal cielo e sganciarono i loro carichi sulla piana, bombe a microcarica di antimateria, studiate apposta nei laboratori dell’EFI per detonare in mezzo agli spaccacroste producendo una nova di atomi ribollenti che avrebbe frantumato e sciolto anche le loro carapaci più resistenti.
In pochi attimi lo spazio davanti al Campo 41 era libero, e Mabel poté finalmente tirare un lungo e meritato sospiro di sollievo.

«Ce ne ha messo di tempo! Ora magari vorrà spiegarmi che diavolo ci fa qui.»
Il Tenente Lucano era con Lemma nel loro centro di comando, ora dotato di una mappa olografica e numerosi ripetitori satellitari.
«Mi spiace se l’ho fatta aspettare, Comandante. La Prima Flotta ci ha impiegato due ore in più del necessario a essere pronta al salto, ma abbiamo portato tutto quello che ci ha chiesto. Per quanto riguarda me… non è forse stato lei a dirmi che mi sarebbe servita un po’ di esperienza sul campo?»
«La base?»
«In buone mani, non tema. E poi non conto di restare qui per sempre. E nemmeno lei, giusto?»
«No, ma prima voglio concludere quello che abbiamo cominciato. Com’è la situazione negli altri campi?»
«Buona per lo più» gli riferì Lemma. «Il grosso dell’assalto è arrivato qui. Solo il Campo 15 e il Campo 34 sono stati colpiti duramente e hanno perso degli uomini.»
«Volevano tenerli occupati mentre venivano qui» disse Lucano. Poi, quasi a volersi scusare: «O almeno, questo è quello che ne deduco.»
«Mi trova d’accordo» disse Mabel. «Che ne è dei campi sub-equatoriali?»
«Totalmente infestati. Abbiamo bombardato tutt’attorno e ora delle squadre d’assalto stanno passando alla disinfestazione. Non ci aspettiamo di trovare sopravvissuti.»
Mabel accolse la notizia con un cenno di assenso: era proprio quello che si era aspettato.
«Cosa ci dicono le analisi di profondità? Riusciamo ad avere un quadro completo?»
«I satelliti in orbita sono abbastanza potenti da penetrare la superficie» disse Lucano «e non ci sono grosse interferenze. Ecco, guardi lei stesso.»
Davanti apparve l’immagine tridimensionale della superficie, comprendeva l’intera installazione di addestramento più ulteriori cento km in ogni direzione.
«Riteniamo di aver trovato l’origine dei nostri problemi.»
«Bomborotta?»
«No, o almeno dai rilevamenti satellitare non ce n’è traccia. Abbiamo però rilevato una forte concentrazione di segnali termici in questa zona.»
«Gli indigeni?»
«Molto probabile.»
Le immagini del sottosuolo mostravano un sistema di gallerie che originava nei monti a nord e si estendeva sotto la superficie in un raggio di una decina di chilometri. Mabel doveva ammettere che non avevano l’aspetto di tunnel alieni.
«Si tratta di formazioni naturali» confermò Lucano, «nessun segno di quello che lei ha trovato anni fa su Vidàlo. Ma, se ci sono delle risposte, è probabile che le troveremo lì.»
«Ottimo lavoro, Tenente. Lei riesce sempre a sorprendermi» ammise Mabel.
«La ringrazio, signore» disse Lucano, arrossendo un po’. «Quali sono i suoi ordini?»
«Cariche di profondità. Voglio che ogni accesso a quella tana sia fatto collassare ad eccezione del principale. Poi entreremo e la faremo finita. Prepari le truppe, andrò personalmente.»
«Ne è sicuro, signore?»
Lemma lo aveva preso per un braccio e scuoteva vigorosamente la testa.
«Non si preoccupi» disse Mabel, scostando delicatamente il braccio della sorella. «Non intendo restare su questo pianeta un attimo più del dovuto.»
E con quello uscì all’aria aperta.

Quelle a nord del Campo 41 non erano delle vere montagne, piuttosto delle colline rocciose che non si alzavano a più di cinque o seicento metri di altitudine. Era risaputo che ci fosse un sistema di caverne naturali là sotto e a volte le reclute più temerarie o insubordinate venivano scaricate in quella zona con l’ordine restarci finché non fossero stati autorizzati a tornare al campo (a piedi).
Mabel ripensò a quando quella sorte era toccata a lui, Sig e Donaug e cercò di riconoscere i dintorni, senza riuscirvi.
«Qual è l’ingresso?»
«Ce ne sono tre in tutto» disse Lucano, lasciando che i proiettori del suo strumento universale ricostruissero davanti ai loro occhi la perfetta immagine del costone di roccia che avevano di fronte, in colore arancione acceso, evidenziando poi il percorso per l’entrata di giallo e verde.
«Possiamo collassare i primi due senza compromettere il terzo?»
«Temo di no, signore. Sono troppo ravvicinati.»
«Allora ci divideremo in tre gruppi, ognuno accompagnato da una squadra di artificieri. Gli ordini sono di restare uniti e di collassare ogni tunnel secondario. Una quarta squadra resterà in superficie a coprire l’ingresso.»
«Molto bene. Trasmetto subito gli ordini.»
Cominciarono a farsi strada nelle caverne. Erano alte e dal soffitto pendevano lunghe stalagmiti, per terra qua e là c’erano resti di rudimentali bivacchi e ossa di animali, segno che la loro ipotesi sulla presenza indigena era corretta. Il silenzio era assoluto.
Gli uomini, soldati pienamente addestrati questa volta, si aprirono a perlustrare tutto l’ambiente, riportando simili ritrovamenti.
«Credo che di qua si scenda.» Lucano si era portato a ridosso di una delle uscite. «I satelliti rilevano presenze termiche, ma sono tutte ai livelli inferiori.»
«Un terzo degli uomini a guardia di questa posizione» ordinò Mabel. «Noi proseguiamo, gruppo compatto.»
Presero a scendere. La pendenza non era eccessiva ma la roccia sotto i loro piedi era umida e scivolosa e dovettero procedere con cautela. Il buio era illuminato dai fari posti sulle ottiche dei fucili e la maggior parte degli uomini era dotata di luci anche sul petto e sulla testa.
Non incontrarono anima viva, anche se un paio di volte un uomo riportò un movimento sul fondo di una galleria secondaria. Mabel ricordava costantemente a se stesso che queste non erano le Forze Speciali e soprattutto che non si trattava di veterani, quindi cercava di far sentire la propria presenza dando ordini frequenti e incoraggiando il Tenente a condividere gli aggiornamenti dalle altre squadre.
«Stiamo per raggiungere la caverna centrale, signore» lo informò Lucano dopo un po’. Aveva con sé l’arma sperimentale che Mabel aveva usato durante l’assedio al campo, mentre lui stesso aveva preferito il fucile. «I segnali termici si concentrano lì dentro, consiglio prudenza.»
Entrarono con le armi spianate. Mabel teneva il calcio del fucile premuto contro la spalla, come gli avevano insegnato tanti anni prima proprio su quel pianeta. Ci sarebbe voluto un po’ per abituarsi all’assenza del rinculo e al peso nettamente inferiore, ma aver visto cosa quelle armi erano in grado di fare e aveva deciso che non se ne sarebbe più separato. Le precauzioni e gli equipaggiamenti, tuttavia, si rilevarono superflui.
L’ambiente era ampio e altissimo, tanto che i fari che avevano con loro non riuscivano a illuminarne il soffitto se non per le punte delle stalattiti più prominenti. All’interno c’erano almeno trecento indigeni, esseri umani vestiti di stracci e pelli, barbosi e sporchi, con occhi impauriti. Al loro ingresso si ritirarono contro le pareti come animali e si strinsero l’un l’altro, emettendo bassi lamenti presto sopiti.
Poteva essere un trucco, ma Mabel non lo credeva. Quegli occhi, per quanto diversi dai suoi o da quelli delle persone che conosceva, e quelle espressioni, per quanto strambe e prive di un vero intelletto, erano umane.
«Signore… che facciamo?»
Mabel alzò la punta del suo fucile e illuminò il fondo della caverna, da dove gli pareva che gli indigeni cercassero di rimanere lontani, e proprio lì, seduta su un grottesco trono di ossa e pelli, stava la figura di un uomo con le braccia posate sulle ginocchia, in attesa.
Mabel segnalò agli uomini di tener d’occhio i lati e si avvicinò con cautela. La figura non sembrava risentire della forte luce puntata sugli occhi e in un primo momento Mabel pensò che fosse morto, ma poi vide il petto alzarsi e abbassarsi, il collo ruotare lievemente ed emettere uno scricchiolio, le dita delle mani tamburellare sulle ginocchia scoperte.
«Colonnello Adasco, ne è passato di tempo» disse la figura quando Mabel fu a portata di orecchio, senza cambiare posizione.
«Comandante Adasco. E lei è morto.»
«Le chiedo scusa, per entrambi i fatti» disse il Tenente Sonia, alzandosi lentamente in piedi.
Mabel aveva il fucile puntato e dietro di sé sentiva la confortante presenza di Lucano e di altri quattro soldati. «Non si muova, per favore.»
Sonia mimò un gesto di scuse e rimase in piedi, immobile.
«Che cosa ci fa qui, Tenente?»
«Potrei farle la stessa domanda, Comandante Adasco.»
«Non prendermi in giro, brutto…»
«Lei non si è mai domandato come mai gli… Alieni… sembrino sempre sapere dove si trova? Ha mai pensato che potrebbe non essere una coincidenza?»
Chiunque o qualunque cosa avesse davanti, Mabel sapeva che non si trattava del Tenente Sonia, lo sapeva esattamente come aveva saputo di quel primo indigeno incontrato ormai due giorni addietro. La somiglianza era perfetta e perfino la voce era quella del suo vecchio collega, ma qualcosa era fuori posto. Non si trattava di un dettaglio visibile, piuttosto di un’aura, una presenza: quella figura era troppo immobile, troppo composta, troppo… aliena.
«Non ho tempo da perdere» sbottò Mabel. «Chiunque tu sia, ora mi dirai che cosa sta succedendo qui e che cosa è successo agli uomini che abitavano questa regione.»
«I selvaggi?» l’espressione della cosa che aveva preso le sembianze del Tenente Sonia si distese in un sorriso, che non aveva niente di umano. «È così che li chiamate giusto? Co-man-dan-te Adasco.»
«Loro… e i cinghiali.»
«Più facile con quelli» disse la cosa, «più primitivi. Voi siete complessi… la vostra mente è più complessa: difficile da modificare con la forza ma stranamente facile da modellare con metodi più… rudimentali.»
Dicendolo allargò le braccia a mostrare ciò che aveva attorno e Mabel per la prima volta notò che il terreno era letteralmente tappezzato da teschi (umani e non), pelli animali, armi e oggetti rudimentali di ogni genere, oggetti che avevano tutta l’aria di essere dei trofei oppure… dei doni. Guardando bene si scorgevano anche degli scheletri interi, di animali e di bambini: dei sacrifici.
Mabel sentì dei rumori e un soldato riferì che le altre due squadre erano arrivate.
«Tenete d’occhio gli uomini alle pareti, al primo movimento sospetto aprite il fuoco» disse ad alta voce perché tutti lo sentissero.
«Non vi dovete preoccupare di questi» disse l’alieno dalle sembianze umane. «Non erano adatti e sono rimasti qui.»
«Adatti a cosa?»
Ma lo sapeva già, aveva visto e aveva combattuto… sapeva. «Non li hai solo convinti di essere un dio» disse disgustato. «Li hai anche cambiati, li hai trasformati in merdosi spaccacroste.»
«Mi sono spesso chiesto l’origine di questo nome.»
«Vaffanculo.»
«Come vuole. Visto che lei è qui e che tutti i suoi uomini sono qui il mio compito è finito. Ora lei morirà, Co-man-dan-te Adasco… addio.»
Il colpo partì da dietro le sue spalle, il rumore sintetico di una pistola al plasma sperimentale. La testa del Tenente Sonia, o quello che restava di lui, bruciò per un attimo di luce azzurra brillante, e poi non c’era più. Il corpo cadde all’indietro.
«Come supponevo…» commentò quasi fra sé il Tenente Lucano «i centri nervosi erano ancora nella testa.» Poi rivolto a Mabel: «Mi scusi se non ho atteso un suo ordine, signore. Volevo evitare che ci mandasse tutti al creatore prima che avessimo la possibilità di respirare un po’ d’aria fresca.»
Mabel seguì il suo sguardo e notò un oggetto nella mano di Sonia, una cosa che appariva molto simile a un detonatore.
«Dovremo scavare un po’ e ricalibrare i satelliti, ma credo che il pavimento sotto i nostri piedi nasconda una bella sorpresina» disse ancora il Tenente, asciugandosi la fronte.
«Dove ha trovato dell’esplosivo?» chiese Mabel, ancora incapace di credere quanto vicini erano tutti andati a fare una brutta e ridicola fine.
«Ai campi sub-equatoriali, suppongo.»
«Per quello li ha attaccati.»
Si erano fatti prendere nel sacco come topi, lo realizzava ora. La sua voglia di farla finita subito l’aveva indotto in un errore che sarebbe potuto costare la vita a lui e a tutti gli uomini che aveva portato con sé.
«È stata colpa mia, signore. Me ne assumerò la totale responsabilità.»
Mabel lo guardò stupito.
«Sono stato io a non accorgermi del pericolo. I satelliti di rilevamento erano una mia competenza e…»
«Non dica idiozie!» lo interruppe Mabel, parlando a voce alta. «Lei, Tenente, è l’unica ragione se siamo ancora vivi. Da questo momento e sotto l’autorità conferitami dal Consiglio dei Marescialli io la promuovo al rango di Tenente Maggiore e le affido l’incarico di ripulire questo pianeta da ogni residua infestazione. Fatto questo tornerà alla base interstellare di Amèra per ricevere il suo prossimo incarico.»
«Signore, io…»
«È tutto. Andiamocene da qui.»

Base interstellare di Amèra, Ammasso del Cigno, anno stellare 12.540

«Lei ha i nostri più sinceri ringraziamenti, Comandante. Negli anni sotto la sua direzione, la base di Amèra è tornata a essere un fiore all’occhiello per questa organizzazione.»
Il Maresciallo Ajaduna era bionda di capelli, ma probabilmente si trattava di una correzione effettuata dal proiettore di immagine, poiché Mabel sapeva che la sua età si aggirava attorno ai cento e trenta.
Vedeva i Marescialli seduti in un semicerchio attorno a lui, su poltrone olografiche ricreate dal computer della base. Un complicato sistema di sdoppiatori quantici di cui probabilmente solo Alanna avrebbe potuto capire qualcosa permetteva ai dodici elementi del Consiglio di tenere riunione pur trovandosi a decine di migliaia di anni luce di distanza; e a lui di parteciparvi, purtroppo.
«Grazie, Maresciallo» disse Mabel senza scomporsi, era l’unico a essere davvero presente in quella stanza.
«Un successo che ci è costato non pochi problemi con i nostri soci e sostenitori» puntualizzò però il Maresciallo Stapor. «Lei ha idea dell’inferno che ci ha fatto passare quando ci ha costretti a far rimuovere o trasferire tre quarti degli ufficiali sotto il suo comando?»
Mabel trattenne un sospiro. «Una qualche idea ce l’ho, signore. Ma questa base aveva bisogno di un cambiamento radicale, che non poteva avvenire fintanto che le posizioni di comando fossero state ricoperte da marmocchi e rampolli.»
L’ologramma di Stapor strinse gli occhi e un paio di membri del Consiglio si mossero a disagio a quella risposta. I proiettori erano stati cambiati di recente e funzionavano piuttosto bene, fin troppo.
«Lei è consapevole che quei marmocchi e rampolli, come li ha chiamati, sono…»
«So fin troppo bene chi sono, signore. Uno di loro è perfino un mio amico. Ma scaricarli tutti qui, alla base di Amèra, sperando che non facessero troppi danni è stata una decisione scorretta, che ci è quasi costata l’egemonia di questo settore.»
«Veniamo appunto agli eventi recenti» si inserì il Maresciallo Astàgu, prevenendo probabilmente una risposta indignata da parte di Stapor. Era il membro più giovane del Consiglio, ben più giovane di Mabel in effetti, e suo principale consulente scientifico. «Siamo felici che lei abbia risolto la situazione su Ber e abbia salvato almeno la metà dei nostri campi di addestramento (e non devo sottolineare quanto questi siano importanti per le nostre operazioni), ma vorrei chiederle conto della sua decisione di eliminare l’entità aliena che lei ha riferito aver assunto le sembianze del defunto Tenente Mirko Sonia. Lei è consapevole che catturare quell’Alieno vivo avrebbe potuto darci dei vantaggi tattici inestimabili?»
«Non c’è stato tempo di pensare ai vantaggi tattici, signore. Si è trattato della nostra vita contro la sua, e non ho avuto scelta.»
«Capisco. Non è mia intenzione mettere in dubbio la sua parola, forse però è ora che i suoi servigi e le sue capacità ricomincino a essere impiegate dove servono di più.»
«Comandante» riprese Ajaduna prima che Mabel potesse obiettare. Era una delle uniche due donne nel Consiglio e sua portavoce. «Fonti certe ci dicono che gli Alieni torneranno nell’Ammasso della Vergine. C’è qualcosa lì che vogliono, qualcosa di importante. Dobbiamo rafforzare la nostra presenza nel settore Argo 14 a tutti i costi.»
«Per fonti certe parliamo di quei… sensitivi, immagino» sbuffò il Maresciallo Chanto.
«L’abbiamo coinvolta in questa riunione, Comandante» proseguì Ajaduna ignorando l’interruzione, «perché vorremmo che fosse lei a occuparsi di questa faccenda. Le ordiniamo di trasferire il comando della base di Amèra al Colonnello Itacoa, che la raggiungerà tra circa un mese standard, e di fare rapporto alla base militare di Porlanto al più presto possibile.»
A quel punto, Mabel prese un bel respiro. Era andato tutto esattamente come aveva immaginato, o quasi, e sapeva che quello che stava per dire avrebbe cambiato completamente la sua vita.
«Dica pure al Colonnello Itacoa che i suoi servigi non saranno richiesti» disse guardando l’ologramma di Ajaduna. «Intendo lasciare questa base nelle esperte mani del mio secondo in comando, il Maggiore Ayami Lucano, che ho recentemente promosso a questo grado. Sono certo che un simile incarico farà ammenda per molti dei problemi che le mie precedenti azioni hanno creato, inoltre il Maggiore Lucano è indiscutibilmente la persona più indicata per sostituirmi visti i risultati che ha ottenuto sotto la mia guida, per cui voi stessi mi avete appena commendato.»
«Comandante…»
«Inoltre» interruppe però Mabel alzando una mano, «vi comunico di non avere alcuna intenzione di tornare nel settore Argo 14 o alla base di Porlanto. Sono certo che il Colonnello Itacoa o un altro di vostra designazione saprà svolgere quel lavoro in modo egregio. Per quanto mi riguarda…» e qui si prese la sua pausa teatrale «sono qui per rassegnare le mie dimissioni da ufficiale d’alto grado dell’Esercito Federale Interstellare. Ho vissuto e combattuto a lungo e ritengo di essermi meritato un po’ di riposo. Perciò vi ringrazio per la fiducia che avete scelto di accordarmi e vi auguro di vincere presto questa guerra, per voi stessi e per l’umanità intera.»
«Comandante, lei non sa quello che dice! Vuole forse…»
Ma Mabel interruppe la comunicazione, e provò un grande piacere nel farlo.
«Questa era per te, amico mio» disse alla stanza vuota. «E non temere… mio occuperò io di lei.»

«Te la sei proprio goduta, vero?»
«Non lo avrei detto… ma sì.»
«Grazie, Mabby. Grazie anche da parte di Darco.»
«È stato un piacere.»
Lemma aveva quasi finito di fare i bagagli. L’aria fresca di Ber le aveva fatto bene e lo spavento preso, sosteneva, aveva contribuito a riattivare il suo corpo stanco e ancora provato dall’invecchiamento naturale.
«Promettimi che prenderai i medicinali. Tutti quanti!»
«Te lo prometto.»
«E salutami tutti su Teodus, è un po’ che non passo da quelle parti come ben sai.»
Lemma stava per rispondere qualcosa di sagace ma furono interrotti dall’arrivo del neo Maggiore Lucano, per una volta tutto spettinato e trafelato.
«Signore… signore! Lei non deve farlo.»
«Già fatto, mi dispiace» disse Mabel con calma. «Ci stavo pensando da molto tempo, quello che è successo mi ha solo fornito la motivazione che mi serviva.»
«Ma sono stato io! Io ho ucciso l’Alieno, di mia iniziativa.»
«Non è quello che si saprà.»
«Comandante…»
«Non devi più chiamarmi così. Per te sono solo Mabel, adesso.»
Si raddrizzò e guardò il suo ex secondo in comando dritto negli occhi.
«Quando ci siamo conosciuti sette anni fa ho capito subito che lei era un giovane capace, forse più capace di quanto lo sarei mai potuto essere io. L’EFI, e l’umanità intera, ha bisogno di persone come lei, ne ha un disperato bisogno. Ma non servirà a nulla se vi vengono negate le posizioni di comando che meritate e se alla prima occasione venite spediti su un pianeta sperduto a farvi ammazzare. Ho passato tutta la vita a lottare per persone come lei e sono fiero di aver potuto compiere quest’ultimo atto.»
Lucano lo fissava con un piacevole misto di ammirazione e stupore.
«Quindi lei aveva già deciso… sette anni fa quando ci siamo incontrati. Sapeva già che come sarebbe andata a finire.»
«Non esageriamo» si schernì Mabel. «Non sapevo cosa sarebbe successo e non avevo certo previsto un’invasione aliena, specialmente non nei termini in cui è avvenuta. Ma sapevo che dovevo dare a lei una possibilità, in qualche modo. Sarebbe stato il mio ultimo favore all’umanità e alla galassia, in un certo senso.»
«Ed è per questo che mi ha fatto Tenente Maggiore su Ber?»
«Era la motivazione perfetta. Dopo alcuni anni ero praticamente obbligato a darle una promozione e l’unica alternativa era quella di Feld-Capitano.»
«Un grado sterile di cui non mi sarei mai liberato…»
«Invece così, dopo il suo ottimo lavoro su Ber, ho potuto farla un Maggiore e raccomandarla come futuro Comandante di questa base.»
«A patto che lei stesso lasciasse l’incarico di sua volontà e raccomandasse un successore, impedendo al Consiglio di mandare qualcuno a sostituirla senza perdere la faccia dopo averla lodata per il suo lavoro.»
«Non sono mai stato abile in questi giochini, lo ammetto. Ma qualcosa negli anni ho imparato.»
«Non so cosa dire, signore.»
«Di’ che farai del tuo meglio. Di’ che non dovrò mai pentirmi di questa scelta. Di’ che salverai innumerevoli vite e che farai vedere i sorci verdi a quell’ammasso di cialtroni che si fanno chiamare Consiglio.»
Lucano allora si raddrizzò e si lisciò l’uniforme.
«Non la deluderò, Comandante Adasco. Mai.»
«Mi fa piacere saperlo.»
Mabel guardò Lemma, che annuì.
«Un’altra cosa» disse infilando una mano nella tasca (gli erano sempre piaciute le tasche). «Vorrei che lei tenesse questo.»
Lucano prese l’oggetto e lo studiò per un attimo. «Una memoria solida?»
«Che contiene le annotazioni e gli studi di mio marito» disse Lemma, «il Colonnello Darco Akonu.»
Lucano ora fissava l’oggetto sul suo palmo, rapito da una trance reverenziale, quasi avesse in mano un’antica reliquia dotata di leggendari poteri.
«Non dica nulla, la prego Maggiore» disse Mabel prima che Lucano potesse obiettare. «A noi non servirà ma forse a lei sì. Sappiamo ancora poco degli Herem e mio cognato è stato forse colui che è andato più vicino a carpire i loro segreti.»
«Questo…» Lucano era quasi commosso e gli tremava la voce. «Questo è più di quanto avrei mai osato sperare e… !» poi si ricompose. «Mi dispiace, se ho mai dubitato di lei.»
«Non ricordo tu l’abbia mai fatto.»
Ayami sorrise. «Fate buon viaggio» disse allora. «Ci rivedremo fra le stelle.»
«Buona fortuna, Maggiore Lucano. Ne avrà bisogno.»

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