Herem. La guerra di Mabel, parte 1

Autore: Davide Sassoli
Copyright © Aprile 2019
Sinossi ed editing a cura di Loredana La Puma
Autore copertina: Giulia Calvanese

Disponibile integralmente sui principale ebook store come Amazon, Ibs, B&N e tanti altri…

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Sogni di gioventù

Pianeta Teodus V, Ammasso di Sol, anno stellare 12.489

Ultima chiamata, settore Mira 9! Settore Mira 9, ultima chiamata! Tutti i passeggeri devono presentarsi alla schermatura entro dieci minuti locali. Settore Mira 9, ultima chiamata!
Mabel non stava più nella pelle. Si era attardato ad ammirare l’interno dello spazioporto, le sue immense strutture portanti e le enormi vetrate che guardavano verso il cielo; era la struttura più grande che avesse mai visto in tutta la sua vita. Ora correva, quasi volava, verso l’imbarco del suo primo viaggio interstellare, senza sentirsi minimamente preoccupato del fatto che avrebbero potuto lasciarlo a terra, se non avesse raggiunto la nave entro quei fatidici dieci minuti.
Mabel era un contadino. La sua famiglia si era stabilita nell’emisfero boreale di Teodus V tre generazioni prima e si era mantenuta lavorando negli impianti di produzione agricola che occupavano buona parte della fascia temperata. Era l’ultimo di cinque fratelli, tre dei quali avevano seguito le orme dei genitori mentre Lemma, l’unica femmina, si era data all’economia interplanetaria e da anni viveva ad Atos, al polo sud di Teodus, dove trattava con importanti funzionari provenienti da altri sistemi ed era il fiore all’occhiello della loro piccola stirpe.
Per Mabel nessuno aveva mai avuto grandi aspettative e tutti pensavano che avrebbe fatto come i suoi fratelli: avrebbe chiesto un prestito alla famiglia per acquisire il suo piccolo fazzoletto di terreno coltivabile, si sarebbe dato da fare e avrebbe rifornito una delle grandi compagnie di distribuzione.
«Con te ce la possiamo fare, Mabby!» gli diceva Natat, il maggiore. «Io ho il grano, gli altri hanno le macine e tu punterai alla produzione dei sementi. Procediamo separati per qualche anno ancora, poi usiamo le leggi sull’accorpamento familiare per metterci insieme. Vedrai che si faranno bei soldi!»
Mabel non aveva mai obiettato: che altro avrebbe dovuto fare? Viveva su un pianeta Granaio, non aveva mai avuto la passione per gli studi e non poteva permettersi di migrare in un altro sistema. La strada che la sua famiglia gli aveva aperto di fronte era di fatto l’unica percorribile. Ma poi era successo qualcosa che nessuno si aspettava, un cambiamento che aveva portato a Mabel e a tutti i giovani della sua età un’opportunità di cambiare per sempre le loro vite, in meglio: era iniziata la guerra.
Del nemico non si sapeva molto. Non erano umani, niente pirateria o guerra civile ma alieni veri e propri, i cui scopi e la cui esatta ubicazione non erano tuttora noti ai media interstellari. Sembrava si trattasse di forme di vita organiche, che infestavano i pianeti piuttosto che colonizzarli, come insetti. Avevano attaccato alcune piccole colonie di frontiera e sterminato la popolazione.
Tutto questo aveva spinto le allora numerose e disparate federazioni militari a unirsi nell’EFI (l’Esercito Federale Interstellare), il quale aveva dato il via a un reclutamento su larga scala: chiunque avesse i requisiti di età standard sufficienti e passasse l’esame di ammissione poteva offrirsi volontario per arruolarsi. Su Teodus gli esami si erano svolti in tutte le più grandi città del pianeta e Mabel, con sommo stupore dei suoi familiari, era passato con il discreto punteggio di 94 su 125, appena sotto la soglia di 95 con cui si accedeva all’addestramento piloti e comunque abbastanza da sperare che, dopo l’addestramento, lo assegnassero al supporto tattico della fanteria.
Mabel era tornato a casa, aveva fatto i bagagli, salutato e abbracciato forte i suoi genitori, ed era partito per lo spazioporto militare, che si trovava al polo nord.
Ora correva per arrivare in tempo alla schermatura preimbarco, dove sapeva che un ufficiale dal temperamento irascibile gli avrebbe dato la sua prima lavata di testa, e per questo si sentiva stupidamente euforico.
Arrivò tutto trafelato, per scoprire che mancavano ancora cinque minuti alla scadenza dell’ultimatum e che davanti a sé aveva una lunga fila di giovani reclute: probabilmente l’astronave non sarebbe partita ancora per un po’.
Si chinò per riprendere fiato, appoggiando a terra la tracolla che conteneva i suoi pochi possedimenti. Gli ordini che aveva ricevuto erano stati chiarissimi: solo un cambio di vestiti e due effetti personali di piccole dimensioni, a tutto il resto avrebbe pensato l’EFI.
Si rassegnò ad aspettare che venisse il suo turno. Con sua delusione non c’era alcun ufficiale dal temperamento irascibile a distribuire lavate di capo ai ritardatari, solo un posto di blocco con dei macchinari sofisticati che servivano a preparare i passeggeri al viaggio interstellare. Non ne aveva mai provato uno ma sapeva a grandi linee di cosa si trattava.
D’un tratto però si accorse di avere accanto una persona che conosceva.
«Darco?» era il fidanzato di Lemma.
«Ciao Mabby, com’è andato il viaggio?»
«Ma che…»
«… diavolo ci faccio qui? Chissà perché me lo chiedono tutti?»
«Mi sembra un ottima domanda.»
Darco era un selettore di contratti, un pezzo grosso del dipartimento per cui lavorava la sorella di Mabel. Era più vecchio di lui di almeno quindici anni standard e di certo fuori età per arruolarsi, ammesso che gli fosse venuta la malsana idea di offrirsi volontario buttando all’aria la sua brillante carriera e…
«Dov’è mia sorella?» chiese Mabel di getto.
«Ad Atos. Lei non… ha preferito non venire qui a vedermi partire.»
«Vi siete lasciati?»
«Diciamo che non è molto convinta della mia scelta.»
Darco. Qui. «Come hai fatto a passare l’esame? I requisiti di età erano rigidissimi.»
«Li ho convinti a farmi fare gli scritti.»
«E…?»
«Punteggio pieno.»
Mabel rimase di sasso. Punteggio pieno era impossibile. Gli ufficiali valutatori erano stati molto chiari a riguardo: i test non erano fatti perché una persona sola riuscisse a rispondere correttamente a tutti i quesiti, quindi meglio concentrarsi sulle proprie aree di esperienza e formazione e cercare di dare li meglio su quelle. Punteggio pieno… poteva esserci riuscita solo una persona dall’intelligenza disumana.
«Vedo che sei perplesso.»
«Perplesso!?»
«Eppure mi sembra ovvio» diceva Darco, come se stesse parlando del tempo atmosferico. «Quando hanno visto i risultati dei test non hanno avuto scelta se non ammettermi all’esame fisico, anche se non avevo i requisiti di età, e ho avuto la sensazione che chiudessero più di qualche occhio» concluse ridendo.
«Ma… perché?» Mabel non riusciva a capacitarsene.
«Questa, Mabby» a quel punto lo sguardo del suo forse non più cognato si fece distante, «è sicuramente la domanda migliore che tu mi abbia fatto fin’ora.»
«E…??»
«E la risposta è che mi sentivo un animale in gabbia. Questo pianeta è bello, accogliente… ma è solo un granello di polvere nell’universo che lo ospita. E io voglio vedere l’universo, Mabby, lo voglio vedere tutto.»
«Non credo sia possibile, sai.»
Darco scoppiò a ridere, tanto che quelli in fila vicino a loro si girarono stupiti. «No, infatti. Ma questo ti dice solo che ce n’è talmente tanto che starsene per tutta la vita incollati sulla superficie di un pianeta è una pura follia, una beffa all’intelligenza umana.»
Mabel non sapeva come replicare. Si sentiva stordito.
«Ma ci pensi?» continuava intanto Darco, apparentemente ignaro dello stato d’animo del suo interlocutore. «Non sono mai nemmeno stato su una luna.»
«Perché Teodus V non ne ha una» si ritrovò a dire Mabel, sentendosi un cretino.
«Una scusa patetica» disse Darco, lo sguardo perso oltre la paratia che delimitava quella sezione dello spazioporto. «Lo sai che sulle lune si vive di più?»
«L’ho sentito dire. Ma dicono sia una vita da schifo.»
«Lo dicono i poveri sfortunati che non se lo possono permettere o non hanno avuto la fortuna di nascerci, come noi.»
«Ma sulle lune non c’è niente. Si vive all’interno degli habitat o nelle basi spaziali.»
«Habitat?» A quel commento Darco sembrò tornare fra i mortali e i suoi occhi si rifocalizzarono su Mabel. Aveva uno sguardo intenso, penetrante… era sempre stato così? «Hai mai visto un “habitat” lunare, Mabby? Su Calipso VI hanno colonizzato praticamente metà della superficie e ci abitano quasi due miliardi di persone. Non sono habitat, sono delle fottute megalopoli! Hanno giardini, parchi naturali e perfino laghi e fiumi… hanno cupole grandi come uno spazioporto dentro cui simulano il vento e la luce del sole. E vivono cent’anni e anche più senza alcun trattamento.»
«Ne sei sicuro?»
Darco sorrise a quel commento, un mezzo sorriso che fece sentire Mabel come un bambinetto che ha appena fatto a un adulto una domanda molto scema, poi si girò e rimasero in silenzio, ad aspettare il loro turno di essere imbarcati. Ormai la fila era avanzata e mancavano solo gli ultimi ritardatari.
Mabel, piano piano, si sentì di nuovo prendere dall’euforia e dal nervosismo: era il suo primo viaggio interstellare! Probabilmente il primo fra tanti!
Non sarebbe stato un tragitto breve. La nave, una fregata da spazio profondo, li avrebbe portati attraverso il disco galattico fino all’Ammasso del Cigno, alla base stellare di Amèra, dove tutte le reclute sarebbero state nuovamente visitate e messe alla prova, prima di essere divise in plotoni e assegnate ai campi di addestramento.
La schermatura fu rapida. Lo passarono ai raggi, gli fecero un’iniezione e gli diedero una tuta da indossare, era bianca e molto rigida. Se la infilò, accanto a Darco che aveva ricevuto un simile trattamento. Lui sembrava tranquillo, determinato, con uno scopo… Mabel avrebbe voluto essere come lui. Non lo avrebbe rivisto per molto tempo.
L’interno della nave era angusto, un lungo tubo dalle pareti metalliche i cui posti a sedere erano stretti e rigidi. All’ordine abbaiato da un Sergente (finalmente ne vedeva uno) calò il silenzio e le cinture di sicurezza si allacciarono da sole. Davanti a Mabel comparve un’immagine olografica e una voce computerizzata istruì tutti quanti a fissare le immagini e a non distogliere lo sguardo per nessun motivo, pena l’esclusione dal programma di reclutamento.
Mabel fissò l’immagine, fatta di puntini azzurri che sembravano soli e pianeti e si muovevano in un contorno dai toni giallo-verdi; sembrava uno piccolo sistema stellare racchiuso da una nebulosa. Si sentì uno strappo e le cinture tirarono forte contro le giunture. La voce del computer della nave intimò nuovamente di non distogliere lo sguardo dalle immagini. Ci fu un’accelerazione, sempre più forte. Mabel fissava l’immagine, i punti azzurri che si muovevano sempre più rapidi, frenetici. Ora sembrava che tutte le orbite venissero attirate verso un centro, un punto scuro che si faceva più grande, come un buco nero. Mabel fu vagamente consapevole che l’accelerazione della nave era arrivata a limiti estremi, ancora un attimo e le cinture avrebbero tagliato ossa e carne e il sangue avrebbe inondato le arterie che portavano al cervello, facendolo esplodere. Forse stava gridando, ma probabilmente era la sua immaginazione: non è possibile gridare quando il tuo corpo viene accelerato a migliaia di chilometri al secondo nello spazio. I puntini giravano sempre più forte, sempre più frenetici attorno al centro scuro dell’immagine. La nave non esisteva più, il suo corpo non esisteva più; la voce del computer parlava ancora, ma Mabel non riusciva a sentirla. I punti giravano così veloci da essere invisibili finché non furono totalmente inghiottiti dal buco nero. Ci fu un salto in avanti, a cui non seguì alcun contraccolpo, e poi…
Poi erano di nuovo tutti nei loro sedili, centinaia di giovani ragazzi e ragazze, spaventati a morte, ma vivi. Gli ologrammi si riaccesero e iniziarono a mostrare immagini di mappe stellari, che si allargarono fino a mostrare la Via Lattea nella sua interezza e un puntino luminoso intermittente che indicava la loro posizione: non erano più nell’Ammasso di Sol.
Mabel sbatté gli occhi, stupito. Ce l’aveva fatta: era arrivato. L’avventura della sua vita, quella che aveva sempre sognato ma mai sperato di vivere, era arrivata.
«A tutti i passeggeri» disse il computer della nave. «Siete invitati a rimanere ai vostri posti durante le manovre di attracco. Funzionari dell’Esercito Federale Interstellare vi accoglieranno appena sbarcati e vi assegneranno ai vostre destinazioni. Benvenuti alla base stellare di Amèra.»

Pianeta Ber III, Ammasso del Cigno, anno stellare 12.490

«Corri! Corri! Corri, cazzooo!!»
Mabel stava correndo più veloce che poteva, ma Sig lo stava distanziando. Alle sue spalle sentiva un raspare frenetico, ma per quanto spaventato fosse non riusciva ad andare più veloce di così e la brulla steppa fuori dai campi di addestramento era un posto pericoloso anche quando non avevi un cinghiale beriano incazzato alle calcagna.
Mabel faceva del suo meglio, ma Sig correva come se avesse le ali, era il più veloce del plotone. E il cinghiale avrebbe raggiunto la preda più facile, più lenta.
Evitò un arbusto, strappandosi la manica della tuta, poi per poco non inciampò nelle radici sporgenti di un rampicante da roccia, del tipo velenoso, mentre alle sue spalle un grugnito rabbioso gli diceva che ormai era questione di pochi metri. Sig ormai era almeno venti passi davanti a lui, e volava.
Mabel non aveva scelta. Così imparava a seguire Sig nelle sue stupide scorrerie!
Puntò verso un masso e invece di aggirarlo lo saltò di pieno, atterrando pesantemente nella pozza che stava oltre, accucciandosi nell’acqua gelida a ridosso della superficie rocciosa, e puntò il fucile da addestramento. Il cinghiale avrebbe fatto il giro attorno e per un po’ non si sarebbe accorto del trucco di Mabel, c’era perfino una vaga possibilità che proseguisse dietro a Sig che era ancora visibile. In quel caso Mabel si sarebbe mosso nella direzione perpendicolare, come scappando da un tornado, per far perdere le sue tracce. In caso contrario sarebbe comunque stato in una posizione di vantaggio per sparare il primo colpo, almeno.
Un grugnito, uno scalpitio di piccoli zoccoli duri come pietre e una forma vagamente simile a quella dei maiali che venivano tenuti come animali da compagnia su Teodus; questa però era irta di peli ispidi e scuri e aveva zanne lunghe come coltelli. La forma del cinghiale planò a pochi centimetri dalla sua testa, oltre la pozza d’acqua.
“Lo ha saltato…” registrò incredulo il cervello di Mabel, prima che l’addestramento da solo muovesse i suoi muscoli, portandolo a imbracciare il fucile e puntare dritto al retto del mostro su quattro zampe.
Ancora un attimo…
Il cinghiale, come aveva sperato, non si era accorto del suo tranello. Proseguì per altri due balzi e stava per tuffarsi in una macchia di erba alta, ma poi si fermò.
Ora!
Mabel sparò. I fucili da addestramento non erano letali: sparavano una carica elettrica concentrata la cui potenza era studiata apposta per incapacitare un essere umano di media o larga corporatura; di certo non abbastanza per abbattere uno di quei cosi con un sol colpo. La bestiaccia, colpita in pieno, urlò indignata ma non scappò come Mabel aveva sperato, invece si girò e lo fissò, con due occhietti neri che sembrarono accigliarsi, prima che grugnisse di nuovo e si lanciasse alla carica.
Mabel sparò due volte in rapida successione ed entrambi i colpi presero la bestia sul muso, ma questo non ne arrestò l’inerzia e dovette buttarsi di lato con le ultime forze che gli rimanevano, mollando il fucile.
Per un attimo sembrò che avesse evitato il colpo, ma poi un dolore lancinante alla gamba sinistra provò il contrario. Si trascinò di peso fuori dalla pozza fangosa, arrancando perché la gamba non poteva sostenerlo. La guardò per un secondo e occhi ormai allenati gli dissero che la tibia era spezzata. Poi un grugnito basso, un ringhio quasi felino, lo costrinse a rialzare gli occhi.
Il cinghiale beriano era lì, immerso fino alla pancia nell’acqua torbida. Doveva aver battuto la testa sul masso perché una delle due zanne era spezzata e dal muso perdeva sangue, sangue nero. Lo fissava, quasi a volergli portare un ultimo cenno di rispetto, un piccolo riconoscimento per una caccia non facile.
«E va bene» sospirò Mabel, tentando di ignorare il dolore e il freddo. «Questo è quello che mi merito. Bravo, Mab, bravo cretino.»
Alle reclute non veniva mai ordinato di non allontanarsi dai campi di addestramento, né veniva loro detto che potevano farlo. Erano consapevoli dei pericoli, punto. Ber era un pianeta parzialmente terraformato (un pianeta Aborto, come lo chiamavano nelle basse sfere), dove a un certo punto del processo qualcosa era andato storto o il progetto era stato abbandonato per mancanza di fondi. Aveva un’atmosfera respirabile, anche se il contenuto di ossigeno non superava mai il 18%, c’erano piante e animali, quelli sopravvissuti all’importazione, ma erano cambiati in modi imprevedibili e nessuno si era mai preso la briga di catalogarli. I cinghiali, per esempio, erano carnivori.
Era una prova, naturalmente, e forse anche il miglior modo per limitare le perdite: se i sergenti avessero ordinato loro di non uscire, probabilmente ci sarebbero state molte più defezioni, poiché il brivido del rischio e dell’insubordinazione rende ogni cosa allettante; non dicendo nulla invece limitavano il numero di incaute reclute che si avventuravano nei territori ostili, disarmati e inesperti, e contemporaneamente valutavano la presenza di spirito e la capacità di eseguire anche gli ordini non espressi. Chi usciva e si faceva fottere, in pratica, era un idiota, quindi tanto valeva lasciare che la natura se lo prendesse.
Mabel rise alla sua stessa idiozia e si alzò su una gamba sola, col braccio sinistro allargato per stare in equilibrio mentre col destro estraeva il coltello dallo stivale, l’unica arma letale che gli fosse mai stata concessa. Poi si preparò all’inevitabile.
«Beh» constatò, «almeno nessuno mi vedrà in questa posizione…»
Quella sera un uomo solo, stremato e zoppo, quasi dissanguato, si presentò al posto di blocco nord del campo di addestramento 41, situato nella cintura equatoriale del pianeta Ber. Si doveva praticamente trascinare avanti e ogni tre passi sbandava da un lato o dall’altro. Aveva i vestiti strappati e la gamba sinistra malamente fasciata, oltre a essere sporco dalla testa ai piedi di sangue incrostato. In una mano stringeva un coltello e nell’altra una lunga zanna, tipica dei cinghiali beriani di media taglia.
Arrivò a venti passi di distanza dalle cancellate prima di cadere. Si trascinò fino a entrare nel cono di luce dei fari che illuminavano il terreno immediatamente circostante e sentì che dalle torri di guardia qualcuno stava dando l’allarme, poi svenne.

I campi di addestramento erano un bel posto, pensava Mabel. Duro forse e sicuramente pericoloso (c’erano almeno dieci morti all’anno), ma su Teodus, dove aveva condotto una vita semplice e prevedibile, non aveva mai avvertito quel senso di appartenenza, quel qualcosa che gli diceva “sei nel posto giusto”.
Quattro anni su Ber lo avevano cambiato. Ora sapeva combattere, poteva correre per chilometri senza pausa e sopportare il dolore fisico a un livello che non avrebbe mai creduto possibile. Sapeva sopravvivere, cacciare e riparare equipaggiamenti. Soprattutto sapeva essere parte di una squadra e sapeva che avrebbe dato la vita per proteggerla e preservarla, come tutti i suoi compagni.
Gli avevano detto che i legami creati nei primi plotoni di addestramento non si spezzavano mai, e lui ci credeva.
«Cosa pensi allora» gli chiese Sig mentre sbranava il suo pasto, come al solito, «unità automatizzate d’assalto o supporto mobile per fanteria?»
Sig, Sigismund Coparwak, di un pianeta nell’ammasso del Centauro di cui nessuno ricordava mai il nome, era un bestione di centodieci chilogrammi terrestri, il che significava che qui su Ber ne pesava centoquarantacinque.
«Spererei nel supporto mobile» rispose Mabel tra una cucchiaiata e l’altra di minestra addensata.
«Saresti migliore come pilota. Sei quello che se la cava meglio di tutti.»
«Cavarsela non vuol dire essere bravi. Quando ho fatto gli esami di ammissione non avevo il punteggio, e quei cosi ci azzeccano secondo me.»
«Tu parli troppo» si intromise Bera, che gli sedeva affianco, dandogli una cucchiaiata sulla testa. «E non ti dai da fare abbastanza.»
Mabel si lasciò colpire. Di solito quando reagiva alle sue provocazioni finivano prima in una zuffa furibonda e poi sulle brande a scopare come… beh, come cinghiali beriani nel periodo dell’accoppiamento. Bera era una che bisognava saper prendere, perfino per una donna.
Era un’indigena (sì, su Ber c’erano degli esseri umani indigeni, discendenti dai primi coloni e regrediti poi allo stato di cavernicoli). Era stata trovata da una spedizione, sola e morta di freddo quando era solo una bambina, ed era stata spedita in una colonia civile da una famiglia adottiva; diceva di essere voluta diventare un soldato in segno di ringraziamento verso quelli che l’avevano salvata. Era una donna perfettamente civilizzata, ma conservava degli istinti primordiali che a volte potevano metterti la pelle d’oca, se non te lo aspettavi.
«Certo che mi do da fare» disse Mabel, prendendo un altro sorso di minestra (quella roba cominciava a stomacarlo). «Ma non voglio essere un pilota di droni, preferisco il supporto mobile.»
«Gli piace troppo sparacchiare» rise Bera, ammiccando a Sig che le sedeva di fronte.
«E tu lo sai meglio di tutti» rispose lui con la bocca piena.
Quello era il genere di cose che non bisognava dire a Bera, almeno non quando poteva sentirti. Non era cattiva o permalosa, semplicemente faticava a controllarsi quando subiva certi tipi di provocazioni, per quanto bonarie e cameratistiche. Mabel la sentì subito irrigidirsi e le posò una mano sulla gamba, con fermezza, trattenendola finché non la sentì rilassarsi. La sala mensa non era il posto giusto per una zuffa.
«Non so come fai a mangiare quella roba, comunque» disse Sig, capendo l’errore. «Una bella coscia di cinghiale non la batte nessuno, men che meno quella brodaglia.»
Sig era lo stesso con cui Mabel era uscito in “esplorazione” due anni prima, quando aveva rimediato la cicatrice alla gamba. Era scappato distanziando Mabel e poi il Sergente gli aveva proibito di tornare a cercarlo. Diceva di sentirsi ancora in colpa e la battuta sul cibo era un modo per fingere che non fosse mai successo: Mabel si era ristabilito perfettamente, cicatrice a parte, ma non aveva mai più mangiato carne di cinghiale.
«È calda e nutriente» aggiunse il ragazzone, tastandosi la pancia muscolosa.
A quel commento Bera sogghignò e Mabel sentì una mano farsi strada fra le sue gambe, mentre Sig scuoteva la testa. Di solito non gli piaceva dare spettacolo, ma il periodo dell’addestramento stava finendo e presto sarebbero stati tutti riassegnati; probabilmente non si sarebbero rivisti per molto tempo. Era un ottimo motivo per godersi ciò che gli restava dei suoi anni felici, anche se era costretto a sopportare le occhiate di quattro interi plotoni.
«E tu che intenzioni hai, Bera?» chiese Donaug, seduto di fronte a Mabel. «Vuoi sempre puntare alle Forze Speciali?»§
«Sicuro!» affermò lei, dando una stretta che fece strizzare gli occhi a Mabel, cosa che gli altri finsero di non notare.
«Non ti spaventa neanche un po’?»
Ce n’era motivo. Le Forze Speciali entravano in azione quando la fanteria regolare era in ripiegamento o in rotta, la percentuale di perdite era altissima. Ma quando glielo chiedevano, Bera alzava spalle e mento e ripeteva: «Neanche un po’!»
Mabel fece del suo meglio per non ridere, non era proprio il momento giusto per farla arrabbiare.
Più pensava alla fine dell’addestramento, più sentiva crescergli dentro una nervosa aspettativa, proprio come quando, su Teodus, attendeva il giorno in cui sarebbe partito per lo spazioporto per arruolarsi. Era in egual parte eccitato e spaventato, anche se questa volta c’era una terza sensazione, che a casa non era mai stata cosi forte: non voleva lasciare i suoi amici.

Gli ultimi mesi volarono. L’addestramento era quasi concluso e il numero di schermaglie era aumentato sempre di più, praticamente non c’era giorno in cui non si partecipasse ad almeno una contesa, solitamente contro uno degli altri plotoni di veterani. C’era addirittura un tabellone, nascosto naturalmente, che teneva conto delle vittorie e dei punti per ciascun plotone e loro, il Plotone 9, erano al secondo posto.
«Dobbiamo fottere i bastardi del Plotone 7» diceva Yowa battendosi il pugno nel palmo dell’altra mano (lo faceva praticamente sempre, quando parlava).
«Abbiamo un’altra schermaglia con loro fra due giorni, se li battiamo abbiamo buone probabilità di arrivare primi» gli fece notare Alanna.
Erano nella camerata, dopo le esercitazioni serali, e stavano studiando la copia del tabellone che il Plotone 4 aveva fornito con gli ultimi aggiornamenti sulla classifica.
«Buone probabilità di arrivare primi…» intimò Yowa.
«… razza di idiota che non sa contare» concluse Alanna sogghignando.
Mabel sorrise. Yowa era il loro caporale, una recluta proveniente dalla Nebulosa del Cancro che era rientrato nei limiti di età solo per pochi mesi, anche se molti di loro sospettavano che avesse più anni di quelli che aveva dichiarato, anche se lui stesso aveva sempre negato qualunque forma di trattamento ringiovanente. Alanna invece era uno dei tre capisquadra, che Yowa aveva scelto personalmente. Gli altri due erano Sig e Mina, una delle più giovani del loro gruppo, proveniente da una base stellare in un sistema remoto che Mabel non ricordava.
Yowa a volte si montava la testa, pretendendo che tutti loro lo chiamassero “signore!”, ma ci pensavano Alanna e Mina a farlo tornare coi piedi per terra.
«Qual è l’obbiettivo?» chiese Bera.
«Conquistare e difendere.»
«Bene.»
Era la sua schermaglia preferita. Cominciava con una corsa frenetica verso il luogo dell’obbiettivo, che cambiava sempre. I primi a raggiungerlo dovevano trincerarsi al meglio che potevano e difenderlo dai secondi; al termine di trenta minuti avrebbe vinto la squadra che lo aveva controllato per più tempo.
«Forse ci conviene aggirare questa volta» suggerì Mabel, guadagnandosi un’occhiataccia. Bera non voleva mai aggirare un bel niente, voleva sempre arrivare prima.
«È una posizione difendibile, mi pare» disse Alanna. «Non è meglio puntare alla corsa?»
«Ci sono trincee naturali» puntualizzò Donaug.
«È difendibile ma facilmente accerchiabile» disse Mabel, studiando la mappa. «Vedete? Può essere attaccata da tre punti contemporaneamente. Se riusciamo a espugnare entro il primo quarto d’ora abbiamo praticamente vinto.»
C’erano delle regole che permettevano ai “colpiti” di tornare in gioco finché la schermaglia era in corso, ma richiedevano di tornare al campo base e attendere almeno tre minuti prima di uscirne di nuovo. L’area però era vasta, questa volta, e se una squadra fosse stata annientata completamente non avrebbe avuto il tempo di montare un nuovo assalto.
«Può funzionare, ma è rischioso» disse Alanna. «Se sbagliamo è finita.»
«Quelli del 7 sono più veloci» disse Mina.
«Parla per te!» le soffiò Bera.
«A parte la nostra lupacchiotta» concesse l’altra. «Che però non può difendere l’obbiettivo tutta da sola contro quattro o cinque dei loro.»
Mina non si scaldava mai, ed era praticamente impossibile farle perdere la calma. Gli uomini degli altri plotoni la chiamavano “stecca fredda”. Perfino Bera si calmava quando parlava con lei.
«E poi dal nostro lato non è facile attaccare» commentò Turru, uno dei due gemelli badosiani. «C’è la salita e non ci sono ripari.»
«Quindi è meglio arrivare prima» protestò Bera.
«No, è meglio fare come dice Mabel» disse Sig. «È praticamente impossibile arrivare primi e anche se ci riusciamo arriveremo lì stremati, ci farebbero fuori subito.»
«Li accerchiamo, come dice Mab» sentenziò Yowa. «Tre squadre e andiamo nei punti che ha indicato, al mio segnale attacchiamo.»
Semplice e pulito, come se avesse pensato lui a tutto. Mabel trattenne uno sbuffo.
«Dovremmo almeno fare finta che qualcuno stia caricando però» disse Madru, l’altro gemello.
«Faccio io da esca» disse Bera.
Yowa la guardò storto.
«Tanto non ascolto mai le stronzate che dite voi altri» disse lei alzando le spalle, «meglio se vado da sola.»
«Può funzionare» disse Sig.
«Funzionerà eccome!» esclamò eccitato Donaug.
Funzionò. In parte.
L’accerchiamento era stato una buona idea e Bera aveva fatto uno splendido lavoro, facendo credere al nemico che l’obbiettivo fosse sotto attacco da almeno dieci persone, ma Yowa tardò a dare il segnale e l’effetto sorpresa del loro attacco fu solo parziale.
Sig prese il primo colpo in piena faccia, le scariche dei fucili incapacitavano senza causare danni ma se le prendevi lì facevano un male cane, anche con il casco e la maschera. La sua squadra esitò e i ragazzi del Plotone 7 la presero di mira, falciandone metà prima che i superstiti riuscissero a mettersi al riparo.
La squadra di Alanna fu più cauta e riuscì a conquistare una posizione di vantaggio, sparando all’impazzata sui nemici trincerati che non riuscivano a rispondere efficacemente, ma era uno stallo.
Per fortuna tutto ciò diede il tempo alla squadra di Mabel, quella guidata da Mina, di mettere a segno una carica efficace sulla prima linea di difesa a sud dell’obbiettivo. «Fai quello che sai fare, noi andiamo!» gli disse la caposquadra correndo assieme agli altri.
Mabel non se lo fece ripetere. Studiando le mappe aveva individuato il punto perfetto per il suo ruolo, una banale conca che però aveva il vantaggio di essere leggermente sopraelevata e di dare contemporaneamente un’ottima copertura, da una posizione in cui poteva fiancheggiare il nemico da due diverse angolazioni. Approfittò dell’avanzata dei suoi, che attirarono il fuoco del Plotone 7, e si diede alla scalata in quattro rapidi balzi, che lo portarono a scivolare dritto nella conca… esattamente accanto a uno dei soldati dell’altro plotone.
Il tizio e Mabel si fissarono, increduli, poi lui premette il grilletto, giusto un secondo prima dell’altro, a bruciapelo.
«Scusa, amico» disse Mabel.
«Fan… culo!» rantolò l’altro.
«Lo so, lo so… cerca di non muoverti, ok?»
«Altroché se mi muovo! Torno alla base e poi vengo qua a farti il culo!»
Non avrebbe fatto in tempo. Mabel lo ignorò e alzò la testa, fucile puntato. «Adesso ci divertiamo…»
Riuscì a colpirne tre prima che si accorgessero di lui e gli facessero fuoco di sbarramento. Grazie al suo aiuto però la squadra arrivò proprio sotto le ultime protezioni e liquidò gli ultimi difensori su quel lato, senza perdite. Poi però furono ingaggiati da quelli che avevano finito di liquidare la squadra di Sig e contemporaneamente metà dei difensori sul lato nord, quello di Alanna, si sganciarono per accerchiarli. Mabel tentò di aiutarli ma ogni volta che alzava un capello arrivava una scarica a farglielo abbassare. «Maledetti cecchini!» E questo doveva essere uno bravo, con lo specifico ordine di abbatterlo o quantomeno di impedirgli di supportare i suoi.
Riuscì a sbirciare con lo specchietto. Quelli di Mina si battevano come leoni ma avrebbero avuto la peggio; ne erano già caduti metà, e sul lato di Alanna la situazione non cambiava. Cazzo!
Poi un uragano si abbatté sull’obbiettivo e sui poveretti del Plotone 7: Bera si catapultò in mezzo a loro dall’alto sparando all’impazzata, cominciarono a volare perfino pugni e calci. Mina fu colpita, ma la sua squadra respinse i primi assalitori. Alanna prese coraggio e assaltò a testa bassa. Il risultato fu che vennero colpiti praticamente tutti, amici e nemici. D’un tratto Mabel sentì un’imprecazione particolarmente acuta. Il cecchino? Si alzò di scatto, puntò il fucile. Ma in quel momento suonò la sirena: tutto finito.
Il risultato della schermaglia fu un pareggio: il Plotone 7 aveva tenuto l’obbiettivo nel tempo prestabilito, ma era stato completamente annientato pochi attimi prima che scadessero i trenta minuti. Nel plotone 9 c’erano stati solo 6 superstiti, tra cui Alanna, Mabel e, incredibilmente, Bera.
«Secondi… ma li abbiamo presi a calci nel culo!» diceva Danaug. Lui era stato fra gli ultimi a cadere nella squadra di Alanna e stava cercando di consolare Sig, che camminava con le spalle curve. Essere il primo a cadere non era mai bello, tutti lo sapevano.
«Non sarò più caposquadra…» diceva scuotendo la testa. «Ma come si fa… neanche un cazzo di cinghiale si prende un colpo del genere!»
Da quello che Mabel aveva capito non era stata colpa sua: aveva ricevuto l’ordine di attaccare a testa bassa assieme a tutta la squadra e lo aveva fatto senza esitare, ma il segnale di Yowa era arrivato tardi. Tutto perché era il fottuto caporale e doveva dare lui il fottuto segnale!
Yowa era l’unico membro del plotone a non avere la simpatia di tutti, specialmente di persone come Sig o Mabel. Era un “primo della classe”, uno che non sgarrava mai, discretamente colto per essere un soldato, abbastanza abile in tutti i tipi di esercitazioni e bravissimo nell’unica abilità che contava davvero: prendersi il merito. Chissà che cosa avrebbe scritto nel rapporto ai sergenti? Avrebbe dato la colpa a Sig? Forse no, ma sicuramente avrebbe lasciato intendere che l’idea dell’accerchiamento era stata sua e poi forse, ma forse, avrebbe parlato di un ritardo nelle comunicazioni.
Mabel scosse la testa e si impose di non pensarci: quando partiva per quella tangente le cose rischiavano di finire male.
Quella sera in mensa era seduto affianco a Mina, che gli diede di gomito e indicò Yowa con la testa. «Quello ha l’aria di uno che ci vuole lasciare indietro» gli disse, in uno dei suoi rari momenti di socievolezza.
«Crede di averlo già fatto, secondo me» rispose Mabel fra i denti. L’idea di non sapere cosa Yowa avesse scritto nel rapporto lo faceva impazzire.
«Avrebbero dovuto fare te caporale, secondo me.»
Questa poi… «Cosa c’è in quella minestra?» chiese ridacchiando.
«La stessa cosa che c’è nella tua. Dico sul serio, Mabel. Sei l’unico di noi capace di fare strategia, le idee sono sempre tue e, anche se non sembra, molti qui ti seguirebbero volentieri.»
Mabel non sapeva cosa dire, sopraffatto da quella sfilza di complimenti. «G-grazie…» farfugliò. «Ma ho combinato i miei guai.»
«Tipo ammazzare un cinghiale beriano a coltellate?»
«Fortuna.»
«Io sarei morta.»
La guardò. «Non dire cazzate. Se dovessi fare a botte con te me la farei addosso. Se ci sono riuscito io può riuscirci chiunque di noi, soprattutto tu.»
«Ecco vedi!» rispose lei con un accenno di sorriso. «È così che si comporta un capo. Se quei cretini non se ne accorgono sono dei… dei…»
«Cretini?» suggerì Mabel.
«Già» concluse Mina, smettendo di gesticolare.
Non parlarono per un po’. Mabel colse Bera che lo guardava dall’altro capo del tavolo, accanto ad Alanna.
«E poi» continuò d’un tratto Mina, «come tu abbia fatto a portarti a letto quella lì, io lo devo ancora capire.»
«Facile» disse Mabel, a disagio (lo era sempre quando parlava con qualcun altro di Bera). «È stata lei a portare a letto me.»
Era vero. Perfino quando era nel campo ospedale con la gamba steccata (non gliel’avevano riparata artificialmente perché imparasse la lezione) lei era riuscita a intrufolarsi dentro e a strapazzarlo per benino. «Non so cosa veda in me.»
«Maschio alpha?»
«Non è una cavernicola.»
«Ma tu sei uno dei pochi che riesce a capirlo.»
Lui la guardò e stava per rimproverarla, ma lei lo prevenne. «Per favore! Tutti qui la accettano e si fidano di lei, ma non la capiscono. Solo tu ci riesci.»
«E da dove viene tutta questa saggezza?»
A quello Mina scelse di non rispondere e Mabel dopo un po’ si rassegnò. Mina era fatta così.
«Ammetto di essere un po’ gelosa, sai» gli confidò però mentre si alzavano. Lui la guardò stupito e, suo malgrado, molto arrapato prima che lei aggiungesse: «Anch’io me la sbatterei volentieri, la tua cavernicola!»

Appena un paio di mesi dopo Mabel era nel gabinetto, ritto davanti allo specchio, e si stava sistemando per la decima volta i bottoni dell’uniforme. Era l’uniforme ufficiale, gliel’avevano data quando era arrivato e in quei quattro anni doveva averla indossata sì e no quattro volte, contando questa. Era il grande giorno, l’ultimo. Domani sarebbe partito, per dove ancora non lo sapeva.
Essere uno degli ultimi lo rendeva nervoso. A mano a mano che i suoi compagni di plotone entravano e uscivano dall’edificio a tre piani al centro del Campo 41, chi con espressioni palesemente stupite chi con cipigli delusi, si sentiva sempre più come qualcuno che sta per essere lasciato indietro perché alla fine si erano dimenticati di lui. Il peggio era che non esisteva una lista di nomi e gli ufficiali sceglievano di volta in volta chi convocare. Quasi tutti erano già entrati e usciti, a parte Yowa, che era stato convocato per primo e non era mai venuto fuori.
Sig era stato selezionato per il Betazur, un programma di addestramento dei reparti scelti della fanteria di cui perfino Mabel, quando ancora viveva su Teodus, aveva sentito parlare; il suo amico era uscito dalla stazione di comando che sembrava ingrassato di dieci chili. Bera aveva chiesto e ottenuto le Forze Speciali ed era venuta fuori quasi saltellando. Alanna e Mina erano state assegnate ai reparti tecnici, la prima alle telecomunicazioni e la seconda alle ricerche sugli armamenti; erano le uniche due del Plotone 9 ad aver studiato nei programmi universitari interplanetari e l’esercito sapeva come prendersi cura delle sue menti più brillanti: non avrebbero più dovuto sgobbare a pulire latrine o mense e non sarebbero mai scese sul campo di battaglia. Degli altri, quasi tutti erano stati divisi fra la fanteria regolare, il supporto logistico e quello pesante; nessuno ancora era stato preso per il supporto leggero, come Mabel aveva sperato.
In quel momento entrò il Sergente: «Recluta 55784, è il tuo turno.»
Finalmente!
Uscì al freddo di mezzogiorno. Ber aveva un asse di rotazione molto più inclinato rispetto alla maggior parte dei pianeti di classe A o T e anche se la fascia equatoriale era stata resa abitabile si subivano delle forti escursioni termiche nel corso dell’anno, che durava solo 134 giorni standard. In quel momento era pieno inverno.
Bera gli fece l’occhiolino dall’angolo della caserma. Lo aveva aspettato?
«Chi è rimasto ancora?» le chiese.
«Solo tu, bello.»
«Stai scherzando?»
«Per niente. Sbrigati! E non stringere troppo il sedere.»
Mabel si avviò costringendosi a controllare il passo, si sentiva come al primo giorno di scuola e sentire lo sguardo di Bera sul suo di dietro non aiutava. L’ufficiale scrutinatore era un Tenente di mezza età (quindi, se aveva fatto i trattamenti ringiovanenti, poteva avere qualunque età) e quando Mabel entrò stava tamburellando degli appunti su un piccolo palmare. Passò qualche attimo di assoluto silenzio, poi il Tenente alzò gli occhi dal suo lavoro per un istante e disse: «Riposo, soldato.»
Mabel fu colto alla sprovvista. Per lui “riposo” era quando i sergenti uscivano dalle stanze e si poteva rompere le righe, lasciando il peso su un solo piede o appoggiandosi a un muro, magari sedendosi o sdraiandosi addirittura; non gli sembrava il caso di fare nulla di tutto ciò in quel momento. Perciò si limitò a spostare le mani dietro la schiena e a spostare il peso da un tallone all’altro, a disagio.
Il Tenente scrisse un altro po’, poi sembrò soddisfatto e lo guardò veramente per la prima volta. «Avanti, siediti» gli disse. «Levati pure quella scopa dal culo.»
«Signore?»
«Smettila di stare in piedi come uno stoccafisso, cazzo! C’è una sedia e serve a metterci le chiappe sopra. Usala, è un ordine.»
«Sì, signore.» Agli ordini, almeno, sapeva obbedire.
«Venga anche lei, caporale.»
Solo allora Mabel notò che nella stanza c’era anche Yowa. Questi si accomodò affianco a lui, guardando avanti e senza dire niente.
«Vedo che lei ha richiesto di essere trasferito al supporto leggero» disse il Tenente consultando i registri. «Vuole dirmi perché?»
«Mi piace il ruolo, signore» disse sinceramente Mabel. «Nelle esercitazioni risulto portato per il supporto a breve distanza e devo dire che mi ci trovo.»
«Capisco. Sappia che questo è esattamente il motivo per cui non dovrebbe essere mandato lì.»
«Signore?» Gli parve di sentire Yowa che rideva sotto i baffi, ma doveva esserselo immaginato per forza. Mabel si sentì sprofondare nella sedia. Dove lo avrebbero trasferito allora?
«Ho letto con attenzione i rapporti degli ufficiali su di lei» continuò il Tenente imperterrito. «Come va la gamba?»
«Bene, signore. Completamente ristabilita» rispose Mabel prima di rendersi conto di cosa gli era stato chiesto. Questa volta ne fu sicuro, Yowa stava ridendo, lo vedeva con la coda dell’occhio e percepiva i rapidi movimenti delle sue spalle e braccia conserte. Bastardo!
«Quei cosi fanno paura, vero?» chiese però il Tenente con una mezza risata.
«Signore?»
«Dillo un’altra volta e ti faccio congedare!»
«Sì, signore.»
«Bene. Allora?»
«Sign…» Mabel stava per cascarci di nuovo ma si trattenne in tempo. «Sì, signore. Può ben dirlo.»
«Conserva ancora quella zanna?»
«L’ho buttata via tempo fa, signore. Mi inquietava.»
«Ha fatto bene. È sbagliato conservare cimeli, un soldato deve avere sempre a mente il qui e l’adesso e, se Dio lo ha graziato con le capacità per fare l’ufficiale, il futuro. Ma mai il passato… il passato uccide.»
Aveva detto l’ultima parte con una certa solennità. Mabel continuava a non capire cosa stesse succedendo, ma sentì che accanto a sé Yowa era irrequieto.
«Come le dicevo» continuò il Tenente, «non intendo trasferirla al supporto mobile.»
«Posso chiedere perché, signore?»
«Lei non è adatto, a causa di quello che ha dichiarato e che traspare chiaramente anche dal suo fascicolo. Il lavoro del soldato non deve piacere, non è un gioco. La guerra fa schifo e quelli che cominciano a provarci gusto vengono congedati più velocemente che in un salto subspaziale, e generalmente dopo finiscono rinchiusi in qualche istituto, di solito non sul loro pianeta di origine. No, io per lei ho in mente ben altro.»
Mabel si preparò. Era arrivato fin qui, era diventato un soldato, poteva accettare le conseguenze della sua scelta. Accanto a lui, Yowa se la rideva di gusto. Doveva ricordarsi di conciarlo per le feste, prima di partire.
Il Tenente fece una breve pausa, consultò ancora il suo terminale e scribacchiò qualcos’altro, poi guardò Mabel negli occhi. «Sono positivamente colpito dai suoi risultati» disse. «Lei è un giovane sveglio, come mi hanno confermato tutti i suoi compagni di plotone.» Mabel tratteneva il fiato. «Per non parlare del fatto che ha affrontato e ucciso un cinghiale beriano praticamente a mani nude.»
«Fortuna…» biascicò Mabel.
«Sia come sia. Io da questo momento la promuovo al grado di caporal maggiore e la assegno al programma di addestramento Midas. Il trasporto la attende alla base spaziale di Amèra fra esattamente sei giorni standard. Veda di non tardare.»
Midas… il programma di addestramento degli ufficiali… Mabel era così sconvolto che non riusciva a parlare.
«Questo è un oltraggio!» esplose però Yowa accanto a lui, scattando in piedi. «Esigo subito una spiegazione!»
«Nessuna spiegazione per lei, caporale. E se non vuole che la faccia rimuovere da questo edificio con la forza le consiglio di calmarsi.»
«Ma è un inetto!»
Mabel si sentì offeso. Da quando Yowa lo considerava così? Certo era un tipo un po’ difficile ma…
«Ora basta, caporale!» tuonò il Tenente. «Esca immediatamente da questa stanza prima di costringermi a fare qualcosa di cui lei si pentirebbe amaramente!»
Yowa era furibondo. Rosso in viso e con in pugni serrati sembrava… beh, un cinghiale beriano molto incazzato. Mabel, per un istante, fu sicuro che si sarebbe lanciato addosso al Tenente e fu altrettanto sicuro che lui sarebbe intervenuto per fermarlo, provocando un incidente senza precedenti. Ma Yowa non aggredì il Tenente, non disse più una parola. Si rimise dritto, salutò e uscì dalla stanza.
«Forse per quello c’è ancora speranza» commentò il Tenente, ora assolutamente calmo. Tamburellò ancora sul suo infallibile palmare e poi alzò di nuovo gli occhi su Mabel. «Non mi guardi così, caporale. Noi ufficiali scrutinatori non siamo degli imbecilli.»
«Lo so, signore.»
«No, non lo sa. Ma è molto importante che lo capisca. Nell’esercito è pieno di piccoli rampolli come il suo amico. Le loro famiglie finanziano le federazioni perciò dobbiamo sopportarli, alcuni di loro stranamente si dimostrano perfino dei discreti ufficiali… Non che il gioco valga la candela, ci mancherebbe! Ma quei finanziamenti ci servono.»
Mabel non aveva idea che Yowa provenisse da una famiglia ricca. Era esterrefatto.
«Vedo che lei non ne aveva la minima idea» continuò il Tenente. «Questo è un bene. Rafforza la mia ipotesi che il suo ex caporale si possa ancora dimostrare utile. Beh… dica qualcosa, dannazione! Non mi faccia parlare da solo.»
Mabel deglutì. «Ammetto, signore» disse, «che non lo avrei mai sospettato.»
«Opinioni, ora che lo sa?»
«Credo che sia stato molto bravo a nasconderlo. Lo consideravamo tutti un po’ sopra le righe, ma era uno di noi.»
«Mi fa piacere saperlo. Molto piacere davvero.»
«Che ne sarà di lui? Se posso chiederlo.»
«Nota di ammonimento per aver perso le staffe in presenza di un superiore. Eviterò di dire che la sua rabbia era rivolta a me, per il suo bene. È possibile che vi incontriate di nuovo, anche se ne dubito, sono pochissimi i rampolli che finiscono nel programma Midas.»
«Ammetto la mia ignoranza, Tenente. Conosco il Midas solo di nome.»
«È relativamente nuovo, nato quando è stato fondato l’EFI. È una nicchia in cui addestriamo i nostri cadetti più promettenti e per ora siamo riusciti a tenerlo fuori dalle grinfie degli sponsor, che non vedono l’ora di ficcare i loro troppi figli nella carriera militare, per levarseli dalle scatole e contemporaneamente portare prestigio alla famiglia.»
«Una situazione non facile per voi» commentò Mabel.
Il Tenente lo guardò storto, per un attimo.
«Intendevo dire… per noi, signore.»
A quello il Tenente annuì, e si rimise a scrivere.
Mabel non era stato congedato, quindi rimase. Dopo un po’ prese coraggio e chiese: «Posso chiedere… perché io, signore? So che ha letto il fascicolo, ma ci sono altri ottimi elementi nel mio plotone, persone che hanno studiato più di me e hanno vissuto su più mondi.»
«Ti consideri ancora un contadino, vero?»
«Ammetto che è così.»
«Fai bene, perché lo sei. Hai ancora anni luce da percorrere prima di essere un ufficiale dell’EFI, e per inciso non è detto che tu lo diventi affatto. Sappi che la percentuale di esclusione del corso Midas è del trentacinque per cento.»
Stranamente, quel numero non diede a Mabel alcuna preoccupazione. Forse era il modo familiare con cui il Tenente si rivolgeva a lui, le confidenze che gli aveva fatto, ma improvvisamente Mabel si sentiva parte di qualcosa, e sapeva che avrebbe continuato a farne parte ancora per molto, molto tempo. «Non la deluderò, signore» disse alzandosi, per una volta sicuro di sé.
«Lo spero proprio, caporale. Ora, se vuole scusarmi…»
«Signore.»
Mabel salutò e uscì. Si sentiva una persona nuova, un uomo rinato. Sarebbe diventato un ufficiale, avrebbe fatto carriera nell’esercito, avrebbe combattuto contro i nemici della galassia! E mentre tornava verso la caserma dove aveva vissuto negli ultimi quattro anni aveva il sorriso sulle labbra.

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