ROBERT JORDAN e l’iperdescrittivismo di frontiera

Preambolo

Al secolo James Oliver Rigney Jr, nome in codice: Er Paroliere. L’uomo che cominciò a raccontare la banale quanto gradevole storia di tre giovani contadini baciati dal destino e finì per scrivere un’enciclopedia fantaepicomedioevale con tanto di appendici e in molteplici volumi.

A onore del vero, lo tsunami letterario chiamato Ruota del Tempo fu largamente preannunciato: fin dall’inizio la saga doveva essere composta da 12 libri (avete letto bene: dodici libri), le cui dimensioni e peso specifico variavano tra formati più o meno standardizzati e prevalentemente riferiti ai campi dell’industria agroalimentare e dell’edilizia. E con la medesima, implacabile efficienza produttiva il nostro Drago Rinato macinò volume dopo volume fino fino a quel triste 2005, anno di pubblicazione de “La lama dei sogni”, il libro n.11, quando prematuramente se ne andò lasciando al collega Brandon Sanderson l’onorevole compito di concludere gli ultimi 3 volumi della sua draconica saga (sì, lo so: undici più tre non fa 12, fa 14).

Il peso dell’autore

Una cosa è certa: la Ruota del Tempo è una di quelle letture che si amano o si odiano, difficile restarne indifferenti, non fosse altro che per la mole dei libri stessi. Credetemi, non vorreste mai farveli cadere in testa, e nemmeno su un piede. Questa saga ha, di certo, il merito di dare al possessore di anche solo uno dei volumi una sadica soddisfazione: quando qualcuno vi chiederà con quel sorriso gentile e un po’ imbarazzato “che cosa stai leggendo di bello in questo momento?” , voi potrete rispondere senza nemmeno aprir bocca, mostrando uno sguardo iconico, possibilmente di mezzo profilo, accompagnato da un sorrisetto saccente e lasciando semplicemente “cadere” il libro in questione su un qualunque ripiano orizzontale (si consiglia un’altezza di una decina di centimetri circa), godendovi poi l’effetto di imbarazzato stupore che si dipingerà sul volto dell’ignaro commensale al piacevole ma fragoroso tonfo che l’oggetto produrrà nell’impattare sulla liscia superficie.
Leggere la Ruota del Tempo, o quantomeno dire di farlo, conferisce un indubbio prestigio: la nomea di assiduo e coraggioso lettore temprato da mille battaglie notturne al lume di una bajour. È un riconoscimento di indubbio valore, quelle cose che lasciano il segno, come scalare il K2, fare il giro del mondo a vela, avere una relazione stabile con una donna normale… (questa era cattiva, fate finta di niente).
Insomma, per farla breve, il buon Robert era un autore di peso, nel vero senso del termine, di quelli che si scrivono con la A maiuscola (per sottolinearne la mole).
Ma era anche, a mio avviso (sono tornato parzialmente serio), un grande scrittore, capace di far proprie tutte le grandi qualità di tutti gli altri grandi scrittori, anche di quelli che vennero dopo…
Jordan ha la capacità di creare un mondo magico e infinitamente sfaccettato in cui ambientare le sue storie, proprio come Tolkien, è attento a ogni aspetto della narrazione al punto da dedicare pagine intere al più piccolo dei dettagli, proprio come Martin (di cui è appunto un predecessore), e ha l’estro per colorire e dare profondità alle sue trame dedicando lunghi capitoli a personaggi e avvenimenti che con la storia vera e propria non centrano un tubo, proprio come King (e spero che questa gli amanti del Re me la perdonino).
D’altronde in quei dodici libri (che alla fine furono quattordici) qualcosa doveva pur scrivere. La storia dei contadinelli predestinati che scoprono il mondo e diventano eroi stufa rapidamente (di fatti si esaurisce nelle prime settecento pagine) e da lì in poi non si può solo parlare di battaglie epiche contro mostri cornuti e graziose donzelle intrappolate in cima ad altrettanto graziose torri.
Ecco allora che arrivano i giganteschi e temibili Ogier che leggono libri e creano bellissime sculture, le viperesche Aes Sedai che tramano alle spalle e davanti e ai lati e sopra e sotto e in penetrazione del mondo intero il tutto guardandosi perennemente male tra di loro, i feroci Aiel del deserto che in teoria sono semplici esseri umani ma siccome vengono dal deserto dove fa caldo e non c’è da bere sono imbattibili e i Seanchan che da oltre il mare lanciano un’offensiva per conquistare il un continente intero. E poi i lupi e i loro mondo dei sogni, i Ta’veren che modellano a loro insaputa la trama del destino, i Reietti e le loro lotte intestine per essere graziati del Vero Potere, le Volpi e i Serpenti e il loro mondo parallelo nella torre di Ghenjei, l’Ajah Nera, i maestri spadaccini col marchio dell’airone, la spada di cristallo Callandor, i Malkieri dimenticati, il continente perduto di Sharan, la Torre Bianca, la città magica di Rhuidean nel deserto e tante, tante, tante, tante, tante, tante…
tante
tante
tante
tante
tante
tante
tante
tante
tante, tante, tante altre cose.
Parola chiave: tante.

Sì, forse l’aggettivo che meglio descrive e racchiude in sé lo spirito di Robert Jordan e la sua Ruota del Tempo è proprio questa: tanto.

A volte, spesso anzi, si ha la sensazione che una saga sfinisca fin troppo presto, che non abbia dato tutto quello che aveva da dare, magari per un capriccio dell’editore che aveva paura di di un calo nelle vendite se l’autore l’avesse tirata troppo in lungo; non qui. A volte si pensa che gli spunti fossero buoni ma che magari si sarebbero potuti approfondire di più e meglio; sicuramente non qui. Di solito le saghe tendono a seguire uno schema canonico: cominciano in piccolo, si allargano fino al punto giusto, e poi si restringono nel momento in cui c’è bisogno di tirare le fila e arrivare a una conclusione; la grande sfida di ogni autore di saghe (me compreso) sta nel tarare al punto giusto questo meccanismo, per non “strabordare” scivolando nel noioso e nell’inutile e al contempo non “stagliuzzare” troppo, finendo per essere banali e poco interessanti. Non qui. Qui si comincia e poi si va. Si va, si va e si va…
Questo ora va detto, per onestà: il finale di questa saga è forse un po’ troppo sbrigativo. I tre libri finali di Sanderson non sono sufficienti a portare in porto tutte le soddisfazioni che ci si aspettano dopo quel po’ po’ di crociera. Pur vero che se il finale l’avesse scritto Jordan, come intendeva fare, forse i libri alla fine sarebbero stati 25, solo per il finale. Quindi Sanderson può essere stato un buon compromesso.

In conclusione, Jordan è un autore per chi ama leggere. Non “sapere come va a finire”, solo leggere, e rileggere, e rileggere ancora. C’è così tanto nei sui libri che l’immaginazione non trova freni.
Ah… e poi è un ottima lettura, assolutamente consigliatissima, per chi ama il vento.

Già… il vento

Ogni autore, piccolo o grande, conosciuto e sconosciuto, ha il suo marchio di fabbrica, o cerca di averlo: il suo era il vento.
Ogni libro di questa saga, dal primo all’ultimo, comincia nello stesso modo: vento.
Prima in realtà c’è un capitolo introduttivo, la cui lunghezza può variare dalle dieci alle ottanta pagine circa e che generalmente serve a reintrodurre il lettore alla storia. Ma fin qui nulla di strano: lo fanno in tanti, anche se non in ottanta pagine.
Poi, terminata la digressione, arriva il vento.

La Ruota del Tempo gira e le ere si susseguono, lasciando ricordi che diventano leggende. Poi le leggende diventano mito e anche il mito è da tempo dimenticato quando l’era che l’ha visto nascere giunge di nuovo. In un’era chiamata da alcuni la Terza Era, un’era che deve ancora venire e un’era da lungo tempo trascorsa, il vento si alzò attorno a alla guglia di alabastro nota come la Torre Bianca. Il vento non era l’inizio, non c’è inizio né fine al girare della Ruota del Tempo, ma fu un inizio.

A me è sempre piaciuto questo incipit, come il fatto che si ripeta invariato in ogni capitolo della storia (a parte il luogo in cui il vento si alza, che cambia sempre). Ve lo riporto così come lo troverete nei libri, traducendo a braccio dall’inglese perché ho quella versione. Siamo al primo capitolo ufficiale del libro n.12, “The Gathering Storm”.

Il vento piegò attorno alla magnifica Torre, spolverando pietre perfettamente allineate e sventolando maestose bandiere. In qualche modo quella struttura appariva aggraziata e potente allo stesso tempo, forse metafora di coloro che l’avevano abitata per oltre tremila anni. …

In pratica inizia un viaggio panoramico in cui il vento ci porta alla scoperta di territori, persone, avvenimenti… tutto visto da lontano, di sfuggita, senza soffermarsi sui singoli eventi ma solo su come appaiono. Come visti, appunto, dal vento…

Il vento soffiò, passando attraverso una città che sembrava più un’opera d’arte che un’ordinaria capitale. Ogni edificio era un incanto: perfino le facciate dei negozi in granito erano state scolpite, dalle meticolose mani degli Ogier, per evocare stupore e bellezza. …

È uno stile facile da prendere in giro, col senno di poi, ma leggendolo una volta che si è immersi nella saga evoca un profondissimo senso coinvolgimento che ci catapulta (no, non è corretto), che ci soffia dolcemente attraverso il mondo immaginario di Jordan mostrandocelo in tutta la sua inebriante grandezza.

Il vento soffiò attraverso il porto, dove facchini disoccupati osservavano gli operai che stavano scalpellando via le pietre, una per una, mandando fiocchi di polvere grigio-bianca a galleggiare nell’acqua. Quelli troppo accorti, o forse tropo poco, bisbigliavano che portenti del genere potessero significare una cosa sola: Taramon Gaidon, l’Ultima Battaglia, era alle porte. …

Ho riportato giusto qualche assaggio, penso possa bastare a dare l’idea. Oltretutto non sappiamo se questo incipit particolare sia opera della penna di Jordan o di Sanderson, anche se io propendo per la prima poiché è probabile che larghe parti del volume n.12 fossero già state scritte al momento della sua dipartita.
E per fortuna… come potrebbe mai un libro della Ruota del Tempo iniziare senza parlare del vento?

Perché “iperdescrittivismo di frontiera”

Tutto va a mode, anche la scrittura.
Oggi ci troviamo nell’era del iperrealismo inaugurata (almeno nel fantasy) da George Martin, poi seguito a ruota da tanti altri. L’iperrealismo lo conosciamo, è quel gusto per il realismo assoluto, fin nei minimi dettagli: la credibilità totale dell’opera sotto ogni punto di vista, e guai a sgarrare o a inciampare. Guai!
L’iperdescrittivismo invece è la corrente precedente, il predecessore che nasce nel lontano 1989 con Dan Simmons e i Canti di Hyperion (di cui parleremo in un altro articolo) e termina, è proprio il caso di dirlo, con Jordan che lo porta al suo punto più alto e meglio riuscito. È la cura meticolosa di tutti i più piccoli dettagli che riguardano, in primis, l’ambientazione. Un concetto che mette lo sfondo in primo piano, che dà colore e profondità alla trama della storia allo stesso modo in cui lo fanno le palline e le luci sull’albero di natale: decorazioni al fine di allietare e più ce ne sono meglio è.
Servono a qualcosa le palline sull’albero di natale? No. O almeno non più delle ripetute descrizioni architettoniche del palazzo di Cairhien, del carattere petulante delle Aes Sedai o del colore dei capelli del Drago Rinato. Ma potreste immaginare un albero di natale spoglio? Non credo…

Jordan, in breve, è questo: un bellissimo albero di natale, che dura quattordici volumi. Cimentatevi, se la sfida non vi spaventa.

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