RACCONTO: Il Vuoto oltre Rianto (Strani Sogni #3)

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Collegamenti:

Racconto:

Kima respirava piano, cercando di misurare i movimenti del diaframma per trovare l’equilibrio e placare le farfalle che gli facevano formicolare lo stomaco e le orecchie, impedendogli una presa salda sui comandi della tuta e dandogli la perenne sensazione di essere sul punto di perdere l’equilibrio. Era il suo modo di affrontare la ronda esterna, che era capace di spezzarti i nervi come stecchini se non sapevi come prenderla.
La Faglia era placida quella sera, di un colore rosa acceso che illuminava le paratie quasi con dolcezza. Kima l’aveva vista di tanti colori: viola scuro, rossa, nera… ma anche verde o gialla, e quelle che adesso sembravano delle innocue emanazioni filiformi a volte sembravano i tentacoli rabbiosi di un qualche mostro marino, uscito dagli abissi per divorare il cielo. Durante quelle ronde si vedevano dei lampi bianchi, che saettavano e si perdevano nel buio dello spazio accecando momentaneamente la visione delle stelle. A volte, sempre più spesso a giudizio di Kima, venivano verso Rianto e cadevano paurosamente vicine ai campi esterni della base. I comandanti dicevano che si trattava di fenomeni casuali, privi di scopo, ma i soldati non se la bevevano: quei lampi sembravano avere un istinto malefico, erano sempre più frequenti quelli che venivano in direzione della luna, e cadevano sempre più vicini alle loro postazioni, sollevando polvere lunare che subito si depositava, mostrando i larghi crateri creati dagli impatti. A Kima quei lampi ricordavano gli artigli di un predatore cieco che raspa in cerca della preda, che non può vedere ma di cui ha fiutato l’odore anche se quella fa di tutto per nascondersi e rintanarsi.
«Tendono a venire di qua perché questo sasso del cazzo è l’unica fottuta cosa che c’è in questo fottuto sistema oltre alla fottutissima Faglia» aveva detto una volta il sergente. «Sentono i metalli sotto la superficie e vengono da questa parte, non fate le mammole!»
Per un po’ quelle sfuriate sortivano il loro effetto, ma era praticamente impossibile non pensare alla Faglia e ai lampi, infatti le ronde erano brevi e frequenti e i turni casuali perché le stesse persone non si ritrovassero sempre assieme.
Il trucco stava nel rimanere concentrati sui movimenti e sui cambi di postazione, sfruttando al massimo l’autocontrollo per il breve tempo necessario. Non un gran trucco, in effetti. Ma quando i confini del mondo ti hanno raggiunto, beh… non c’è molto altro a cui aggrapparsi.

La base di Rianto era, per ogni altro verso, un luogo divertente.
La sala mensa era sempre affollata e ricordava a Kima i saloon del suo pianeta, quelli che, si diceva, mimavano alcune usanze della Terra. Il cibo era buono, per essere una razione militare, e gli intrattenimenti non mancavano, soprattutto per i soldati che tornavano dalle ronde. Capitava almeno una volta ogni cinque giorni di dover andare fuori e il pensiero della baldoria al ritorno era un altro piccolo motivo per non farsi travolgere dall’angoscia.
Kima batté la mano sulle spalle dei commilitoni che erano appena tornati assieme a lui e andò a sedersi accanto a Jeden, che era uscito di fresco dall’infermeria per un incidente nel deposito combustibili.
«Ti hanno rimesso a posto?» gli urlò Kima sopra il frastuono della musica che era improvvisamente partita a bomba perché Judug si era di nuovo dimenticato gli smorzatori.
Jeden si alzò con una smorfia infastidita, Kima suppose per via del fracasso, e gli mostrò il braccio muovendo le dita, erano rosse e traslucide ed entrambi sapevano che non sarebbero mai tornate come prima, non nelle infermerie della base. Nei centri di cura di un grande pianeta forse… ma tanto che importava?
Passarono i vassoi con la cena, a giudicare dall’odore si trattava di razione alimentare n.4 arricchita con grumi di polvere di patate. Kima ne prese una porzione più che abbondante: era appena tornato dalla ronda e ne aveva diritto e poi quello era uno dei suoi piatti preferiti.
«Dicono che le stanno per finire» gli disse Jeden.
«Cosa?» chiese Kima con la bocca piena.
«Le polveri. Dicono che tra poco saremo alle razioni base, niente più gusti esotici.»
«Lo dicono sempre.»
«Questa volta sembra vero.»
«Chi lo ha detto?»
La musica ebbe un’altra impennata improvvisa e si levò un coro di proteste, ma Judug non lo sentì. Era collassato sui comandi del volume e dovettero andare in quattro a spostarlo per riportare la calma.
«Lo dicono tutti» gli disse Jeden quando il baccano fu di nuovo accettabile.
«Ci crederò quando lo vedrò» sentenziò Kima, che in quel momento non aveva voglia di pensarci e voleva solo godersi la sua razione n.4 con quei pochi granuli di patata e immaginarsi di essere ancora a casa a mangiare il purè della madre di sua madre, quando era ancora viva.
Per la verità Kima non aveva mai voglia di pensare a queste cose, e di fatto le veniva a sapere solo perché Jeden non sapeva parlare d’altro. Che senso aveva pensare alle scorte in esaurimento, all’energia che veniva meno, ai sistemi che si guastavano? Si trovavano ai confini di quello che era rimasto dell’universo conosciuto, soli nell’ultima base fortificata, su di una luna già orfana del suo sole e delle stelle vicine. Davanti a loro c’era la bocca dell’inferno e stavano solo aspettando che si aprisse per consumare il loro ultimo atto, per dare il tempo a ciò che rimaneva del genere umano di cercare la salvezza da qualche altra parte. Quindi perché preoccuparsi?
Ma a Jeden, Kima non aveva mai posto questi interrogativi. Perdersi in quelle scemenze era il modo in cui Jeden sopportava la loro situazione e saperlo era sufficiente: ognuno aveva il suo modo di mantenere intatti in nervi e non ce n’era uno migliore degli altri.

Più tardi, disteso sulla branda, Kima ascoltava Jeden russare, assieme a Gufo, chiamato così perché la notte non dormiva.
«È perché su Turi siamo fatti tutti così» diceva questi, «dormiamo pochissimo. Dipende dalla rotazione del pianeta e dall’inclinazione dell’asse, la notte dura pochissimo lì.»
Non era vero naturalmente. Turi, il pianeta di Gufo se davvero esisteva o era esistito, era sicuramente un pianeta come tutti gli altri. Gufo non dormiva la notte perché non sopportava il magone e perché non voleva morire. Kima non lo biasimava per questo e, come gli altri, non infieriva quando Gufo raccontava le sue scemenze: ognuno aveva il suo modo di mantenere intatti in nervi e non ce n’era uno migliore degli altri.
Questa sera però anche Kima faticava ad addormentarsi, gli piaceva pensare per via della cena troppo abbondante, ma in realtà sapeva che era il pensiero della Faglia. Non l’aveva mai vista di quel colore, così tranquilla… tanto strana che in alcuni momenti gli aveva ricordato la bocca carnosa di una donna. Era stata una visione inquietante e si stava dimostrando capace di tormentarlo anche adesso che non la poteva più vedere, e non l’avrebbe vista fino alla prossima ronda.
«È questo il nuovo trucco, quindi?» disse a voce bassa, parlando da solo. «Fai finta di essere nostra amica? Ci vuoi sedurre?»
Gufo lo aveva sentito, ovviamente. E come sempre non vi aveva badato perché sapeva, tutti sapevano, che Kima parlava da solo quando non riusciva a dormire o era preoccupato: ognuno aveva il suo modo di mantenere intatti in nervi e non ce n’era uno migliore degli altri.

Le partite a carte e a dadi erano lo sport preferito dei soldati della base, a parte l’occasionale zuffa con annesse scommesse. Erano uno strano miscuglio di tantissimi giochi distinti, provenienti da tantissimi pianeti e tantissime culture. Le carte soprattutto erano diventate un’autentica merce di scambio: le si barattava per razioni aggiuntive, minuti di palestra, addirittura cambi di ronda (quei pochi che era concesso fare). Era una delle poche cose che collegava i soldati semplici con gli ufficiali superiori, poiché, dopo i primi tentennamenti, anche loro si erano lasciati trasportare e partecipavano agli scambi per completare la loro personale collezione.
Kima stesso, in quanto unico Badosiano, aveva introdotto due dei suoi tre mazzi di carte da Sciuffolo e attualmente solo otto di quelle quarantadue carte erano in suo possesso, assieme ad almeno una sessantina di altri elementi, dalle forme e dalle figure più diverse. Il terzo mazzo lo teneva nascosto in un posto dove nessuno l’avrebbe cercato: uno dei comparti della tuta da battaglia dedicato alle riserve di munizioni. Molti avevano osservato che la sua collezione non era vasta come quella di molti altri Primati (quelli che avevano inizialmente introdotto le carte), ma la verità era che Kima aveva dato via il suo primo mazzo molto rapidamente apposta, per vedere quali carte sarebbero risultate più pregiate e più costose, e di tanto in tanto ne tirava fuori alcune dal terzo, quello nascosto, e concludeva affari da urlo; la sua collezione si stava lentamente ingrossando ed era potenzialmente più pregiata di quelle di molti ufficiali e veterani del gioco.
«Vuoi darmi quel Drone crociato o no? Io ho quasi finito e non resto qui ad aspettare te.»
«Te lo do per quelle tre Dame blu
«Nossignore! Stai barando di nuovo, per i tacchi del sergente! Mettici almeno dentro un paio d’ore di branda.»
Didu non diceva mai parolacce, non alzava la voce e non s’incazzava neanche se gli sparavi su un piede o nelle palle, apposta. Diceva che gli serviva per ricordare sua madre e nessuno lo contraddiceva, perché ognuno aveva il suo modo di mantenere intatti in nervi e non ce n’era uno migliore degli altri. Ma due ore di branda erano fuori discussione, Kima aveva deciso da tempo che non avrebbe mai scambiato ore di branda con niente.
Mentre puliva l’interno del guanto pressurizzato, fingendo di doversi distendere perché non c’arrivava, sfilò l’oggetto che si era preparato, già fuori dal comparto segreto.
«Facciamo così» disse alzandosi. «Alziamo la posta.»
Buttò giù la carta, un Fante di draghi a doppia lancia, sotto il naso di Didu che rimase di sasso.
«E questa dove l’hai rimediata? Senti, non cercare di fregarmi, sai!»
Didu probabilmente non ricordava che quelle carte originariamente erano state introdotte da Kima stesso nel mercato, o forse lo ignorava del tutto; in genere si sapeva chi erano i Primati, ma non sempre quali carte avessero introdotto e questo giocava a vantaggio dei più scaltri.
«Nessuna fregatura» lo rassicurò Kima, «per questo però devi aggiungere allo scambio il tuo Asso di corone numiano.»
L’Asso di corone era sempre stato il suo obbiettivo, dall’inizio. Le Dame blu erano carte pregiate, ma Kima le aveva già, anche se Didu non lo sapeva; e se disgraziatamente l’affare avesse preso un’altra piega avrebbe sempre potuto scambiarle con qualcun altro. Le Dame gli erano servite per sviare l’attenzione, per far apparire la sua ultima proposta come il vero obbiettivo.
Didu, come Kima sapeva che avrebbe fatto, si rigirò le sue tre carte fra le mani, voltandole a faccia in giù e rigirandole una a una. Erano solo una piccola parte del gioco originale da cui provenivano, di cui Kima ignorava le regole e la provenienza, ma all’interno di quel gioco costituivano da sole un’importante combinazione e questo aumentava di molto il loro valore. Mai però quanto un Asso di corone, combinato con l’Occhio spento che lui già possedeva. La combinazione era una di quelle nate lì a Rianto, perché a qualcuno un giorno era sembrato un accostamento carino, ed essendo una delle prime era anche una delle più pregiate in assoluto. Naturalmente Didu non aveva bisogno di sapere tutto ciò.
«L’Asso e anche le Dame sono troppo» decretò Didu dopo un attimo di tesa riflessione.
Questo era il momento più difficile della trattativa, se avesse fatto lui la proposta l’altro avrebbe potuto rischiare un ribasso ma se non l’avesse fatta avrebbe forse perso l’attimo, l’attimo in cui Didu era più vulnerabile. Tacere o parlare, quello era il dilemma! Kima decise di tacere.
«Se vuoi facciamo l’Asso per il Fante, uno per uno, e la chiudiamo.»
Kima non sorrise, non mostrò in alcun modo che quello era esattamente il risultato che voleva ottenere fin dall’inizio. Finse di pensarci, passò un paio di minuti col rifibratore a ricucire le microlesioni interne della tuta, poi alzò di nuovo la testa e spinse il suo Fante verso Didu.
«Ci sto» disse atono.
«Bene!» esclamò Didu. «Proprio quello che ci vuole dopo la ronda.»
«E prima» disse Kima con un piccolo sorriso.
«È stato un piacere fare affari, collega.»
«Come sempre.»
Didu risistemò rapidamente la tuta sul supporto nello scomparto e si allontanò con il suo nuovo gioiello, non sapendo quanto fosse inflazionato proprio per il fatto che lui ora lo possedeva, e Kima poté finalmente sorridere.

La ronda quella sera (Kima si divertiva a chiamarla sera, ma in realtà lì era sempre tutto uguale, non essendoci più un sole) gli rivelò una Faglia nuova e inquietante. Era blu elettrico, e sembrava placida come quando l’aveva vista di colore rosa, ma i tentacoli però sembravano più lunghi, come le zampe lente e letali di una medusa.
Ultimamente qualcosa stava cambiando, lo sentivano tutti e lo vedevano. Era come se la Faglia si fosse svegliata e avesse deciso di cominciare a divertirsi con loro, come se avesse acquisito un senso dell’umorismo che prima non aveva. Una volta era tranquilla e mostrava colori caldi, quasi ti invitasse a farti avanti e fare la pace, ma i soldati della ronda successiva la trovavano nera e infuriata, o rosso sangue e lamentosa (sì, perfino nello spazio si potevano udire dei rumori, se erano i suoi). Kima aveva addirittura udito due soldati tornati dalla stessa ronda raccontare due Faglie completamente diverse. Stava succedendo qualcosa, o stava per succedere…
Non ce ne andremo mai da qui. Che importa?
Kima si era già dimenticato del suo Asso di corone, si era dimenticato di Didu e di tutto il resto, compreso il banchetto del rientro che lo aspettava.
Noi siamo destinati a perire, ad essere inghiottiti. Perché ci facciamo tante domande? Cosa stiamo facendo?
Rmnnnnnnnnn
I vibratori a spalla trasmisero l’ordine di cambio posizione. Kima si girò, mosse dieci passi, e tornò a guardare fuori.
Gli scossoni delle tute si erano fatti più intensi, gli pareva, probabilmente perché quelli più deboli cominciavano a diventare inutili. Kima una volta aveva visto un giovane, Galli, bloccato subito dopo la vibrazione. Quando succedeva non si poteva fare niente, a parte aspettare che la ronda finisse e portare il malcapitato in infermeria, con ancora la tuta addosso. Veniva sottoposto a iper-stimolazione corticale e se il blocco era avvenuto verso la fine c’era la possibilità che se la cavasse con tutti i neuroni a posto, altrimenti…
Rmnnnnnnnnn
Altri dieci passi e di nuovo a guardare oltre le paratie, verso la Faglia.
Questa volta Kima si sentiva un po’ peggio. Di solito se la scossa interrompeva pensieri normali, quelli terra a terra (o luna a luna, ah-ah) che riguardavano avvenimenti legati alla base, misurabili e riducibili a semplici discorsi, allora durante la guardia successiva era più suscettibile a subire gli effetti ansio-paralizzanti della Faglia.
Anche per altri era così, ne avevano parlato spesso. Alcuni invece tendevano ad alternare, una scossa li risollevava, una li deprimeva e via così. Altri, i più sfortunati, erano costretti a farsi aumentare di volta in volta l’energia della vibrazione perché dicevano di non sentire più gli effetti di quelle precedenti; c’era addirittura chi aveva sviluppato una dipendenza e ne aveva bisogno anche al di fuori dei periodi di ronda, quando uno prendeva quella strada in genere non lo vedevi più.
Rmnnnnnnnnn
Coraggio. Era quasi finita. Alla gente sarebbero caduti gli occhi vedendolo con la sua nuova coppia di carte, e non vedeva l’ora di arrivare in mensa e vedere cosa c’era di buono da mangiare.

La sala per le comunicazioni a lungo raggio non era mai stata così affollata. La lista d’attesa ora era di una settimana, ma Kima aveva avuto la fortuna di prenotarsi in anticipo. Con la Faglia così strana tutti avevano sentito l’impellente bisogno di comunicare con casa propria, poiché sarebbe potuta essere l’ultima occasione.
Vide Ride uscire da una delle stanze con un’espressione soddisfatta e questi col pollice gli fece cenno che era libero. Kima entrò in un ovoide di plastica e vetro e si sedette sulla poltroncina blu scuro, azionando manualmente i comandi per stabilire la comunicazione.
«Identificazione prego» disse il computer con una tranquilla voce femminile.
«Kima, quinta sezione Badosiana.»
«Accolto. Benvenuto, Kima! Lei è l’unico membro della quinta sezione Badosiana alla base di Rianto, avrà diritto a tre minuti di comunicazione aggiuntivi.»
Kima avrebbe preferito che quello strafottutissimo computer smettesse di ricordarglielo, anche a costo di rinunciare ai tre minuti. Si trattava di una programmazione obsoleta, una delle tante cose che nessuno aveva mai avuto né il tempo né le competenze per aggiornare, pensata da qualche tecnico un po’ distratto quando ancora le galassie non erano state mezze inghiottite dal Vuoto e ce lo si poteva permettere. Probabilmente, nella mente del programmatore, questo tipo di avviso non sarebbe mai dovuto essere stato ascoltato, o alla meglio una volta su un triliardo; ma chissà quanto tempo era passato…
«Nome del contatto» chiese ancora il computer.
«Marìka» disse Kima senza esitare.
Anche quella domanda era un retaggio della vecchia e obsoleta programmazione, a ciascun soldato era stato concesso un singolo nominativo da inserire nella banca dati, perciò quella domanda era inutile. Ma nessuno aveva mai pensato di risolvere quel piccolo problema, o nessuno ne era capace.
Kima dovette aspettare alcuni minuti perché l’impulso iper-luce arrivasse dall’altra parte dell’Universo e tornasse indietro, stabilizzando il contatto.
«Ciao Marìka…» disse Kima quando l’immagine sfocata e disturbata della sua fidanzata comparve sullo schermo.
«Ciao Kima, quanto mi sei mancato!»
La voce si udiva bene, come sempre. Tra una linea nera e un’altra si potevano intravvedere i capelli lisci e biondi di Marìka, e le sue mani chiare che tamburellavano sulla console dall’altro lato.
«Ti penso sempre un sacco lo sai?»
Una pausa di qualche secondo.
«Sì che lo so, Kima. Anch’io ti penso tantissimo.»
«Sai, la mia collezione aumenta, ormai vado a ritmo costante.»
«Mi fa molto piacere» disse Marìka con una risatina.
Kima le raccontò tutto quello che gli era successo dall’ultima volta che si era sentiti, dai suoi scambi di carte e dadi alle serate in sala mensa dopo le ronde. Le raccontò dei suoi amici e compagni e delle loro questioni, di come si sentisse più vicino ad alcuni e meno ad altri, della velocità con cui aveva imparato a pulire le microfibre interne della tuta e delle gare che aveva vinto. Le parlò di tutto, nei minimi dettagli, e lei lo ascoltò con pazienza e comprensione, commentando ogni tanto e ridendo insieme a lui delle cose divertenti. Le parlò anche della Faglia e dei cambiamenti che aveva visto negli ultimi tempi, la maggior parte dei ragazzi non ne parlava quando chiamava a casa, perché non volevano spaventare i loro cari e perché non volevano proprio pensarci, ma Kima lo trovava liberatorio.
Dopo esattamente trentadue minuti suonò la spia gialla che diceva a entrambi che tra un minuto esatto il collegamento si sarebbe interrotto.
«Bene» disse Kima. «Anche per questa volta il tempo è scaduto. Grazie per avermi ascoltato Marìka.»
«Grazie per avermi chiamata, Kima. Ti voglio un bene dell’anima, stai attento.»
«Anch’io te ne voglio, riguardati mi raccomando. Ti amo.»
«Anch’io ti amo.»
Kima uscì dalla stanza camminando piano, assaporando i momenti di leggerezza che gli dava parlare con Marìka. Ovviamente… Marìka non lo aveva mai chiamato Kima, né erano mai stati fidanzati. Quando erano amici da bambini lei lo chiamava Kiko e lui si arrabbiava un sacco, poi lei era sbocciata in una giovane donna di accecante bellezza e lui se n’era subito innamorato, ed era bellissima specialmente quelle volte in cui si assolava i capelli, che altrimenti erano neri come il mare di notte.
Non c’era nessun collegamento iper-luce tra Rianto e i settori ancora intoccati, quella con cui lui aveva parlato era un’immagine generata dal computer della base, un segreto che Kima sapeva ben custodire, anche se probabilmente non ne era l’unico custode. Chissà se erano stati gli ufficiali a decidere per quella farsa, probabilmente sì, in fondo era uno dei tanti modi per tenere i nervi saldi, e non ce n’era uno migliore degli altri.
Kima perse un passo, per fortuna senza esser visto da nessuno, e sentì di dover piangere, subito. Perciò si precipitò nella cabina che divideva con altri quattro, sulla sua branda dove nascose la testa sotto la coperta sintetica, cercando di non singhiozzare.
Cosa gli stava succedendo adesso? Gli era venuta in mente la vera Marìka per troppo a lungo? Non la vedeva da quando era partito, almeno dieci anni galattici prima e il doppio secondo il periodo di rivoluzione del loro pianeta natale. Kima non sapeva se quel pianeta esisteva ancora, né dove o cosa fosse ora Marìka o se fosse viva. Gli era sembrato di averla vista fra la folla alla sua partenza, che salutava con la mano, ma non ne era mai stato sicuro. Allora la cosa non gli aveva dato gran peso, perché il mondo era diverso, esisteva ancora la speranza e l’Universo era rischiarato da miriadi di miliardi di soli. Ora il suo ricordo, aiutato dall’immagine fittizia del computer della base, lo aiutava a tenere in nervi saldi, fino alla fine.
Decise di smettere di piangere, perché sentiva che stava scivolando. E lui non voleva cadere, non ancora, non prima dell’ultimo atto, non prima della fine.

«Trentasei e quattro!»
«Trentasette e sette!»
«Bastardo!»
Jeden si accaparrò il gruzzoletto ridendosela e rimise in bocca il sigaro.
«Da dove esce quello?» chiese Kima entrando.
«Lo stavo tenendo da parte.»
«Per che cosa?»
«Per oggi, suppongo.»
Nessuno degli altri quattro presenti disse una parola, probabilmente perché avevano già affrontato quella discussione.
Kima si sedette e osservò la partita a dadi, a cui non aveva voglia di partecipare perché doveva ancora riprendersi dall’ultima: gli riuscivano molto meglio gli scambi con le carte.
«Tanto bene che le mie le ho nascoste» gli disse Rodena battendogli sulla spalla, facendogli capire di aver parlato di nuovo ad alta voce.
Kima avrebbe voluto rispondergli che per le quattro cartacce che aveva, non si sarebbe nemmeno scomodato a tirar fuori le sue; sarebbe stata una risposta tipica di Kima. Ma quel giorno sentiva uno strano magone, che gli toglieva la voglia di socializzare.
Guardò distrattamente la partita ascoltando le imprecazioni degli altri, e guardando Jeden fumare il suo bel sigaro come se non avesse fatto altro per tutta la vita.
Improvvisamente Rodena batté il suo pugno pesante sul tavolo da gioco e rovesciò tutto.
«Oggi non è giornata, io mollo» decretò.
«Oggi non è giornata per nessuno» gli rispose Finna.
«Taci tu, che hai solo vinto!»
Finna mise via i dadi e la vincita, ma non sembrava contento, anzi. Non rispose.
Kima guardò ancora Jeden che li osservava con poco interesse, in un altro momento sarebbe di certo intervenuto col suo proverbiale sarcasmo ma ora sembrava come assopito, la sua mente e i suoi organi sensitivi intenti a rimirare l’oggetto esotico che teneva in mano e che, a detta sua, aveva conservato per tutto questo tempo per una buona occasione.
Kima chiuse gli occhi, si sentiva stanco e non prestava attenzione alla lite nascente fra Rodena e Finna. Nonostante le urla riusciva a sentire chiaramente il battito del suo cuore, lento e regolare, tranquillo come… non lo sapeva e non era importante.
«Jeden?» chiese riaprendo gli occhi.
L’altro lo guardò languido.
«Tu pensi…»
Rrrrrmmmmmmmmmnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn…
Tutti e quattro si bloccarono, nessuno fiatava. Rimasero in ascolto con le orecchie tese, l’unico movimento era prodotto dalle spirali di fumo del sigaro di Jeden, che salivano lentamente al basso soffitto e si disperdevano nei condotti di risucchio.
Rrrrrmmmmmmmmmnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn…
Si guardarono. Rodena fu l’unico che riuscì a parlare: «È ora.»
Quasi lo avessero sentito le sirene intermittenti entrarono in funzione, unitamente agli altoparlanti della base: «Chiamata alle armi! Chiamata alle armi! Tutti gli effettivi ai posti di combattimento! Nemico in arrivo! Nemico in arrivo! Tutti gli effettivi ai posti di combattimento!»
Nessuna esitazione.
Kima, Jeden, Finna, Rodena e altri ottomila come loro si mossero tutti insieme, in ogni angolo della base, precipitandosi ai comparti dove stavano le tute da combattimento. Ognuno sapeva dove doveva andare, senza bisogno di ordini o istruzioni.
Kima raggiunse la sua tuta. Non pensò ad effetti personali, né ad andare in bagno un’ultima volta. Si infilò nelle calzature in microfibra che lo separavano dalle parti metalliche e composite, più dure e molto meno sensibili ai comandi. Azionò la chiusura ermetica del casco, controllò le munizioni, fece scattare una volta la lama Inferno sul braccio sinistro per controllare che funzionasse e all’interno del casco sotto l’occhio destro fissò una vecchia foto di carta colorata protetta da cera sintetica, in maniera che non intralciasse la strumentazione. La foto ritraeva una giovane donna assieme a una più anziana che teneva per mano una bambina: l’unica famiglia che Kima avesse mai avuto, a parte i suoi compagni. Diede il comando e in un lampo fu proiettato fuori insieme agli altri.
La Faglia era diventata enorme, tanto grande da oscurare tutto ciò che era rimasto del cielo, ma Kima non aveva mai visto i camminamenti così affollati, i bastioni di Rianto così imponenti. A casa, su Bados 5, c’era stato un periodo in cui era andata di moda una citazione, che si diceva provenisse da una proiezione dell’antica Terra. Non la ricordava bene, ma sapeva che parlava di occhi, che avevano visto cose che non si potevano immaginare… navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di un qualche posto molto lontano che forse non esisteva più…
Qui non c’erano navi da combattimento. Ma Kima in quel momento decise, lo decisero tutti, che quegli occhi, i suoi occhi, non avrebbero smesso di vedere, non oggi e non ancora…
Gli ordini dei sergenti trapanarono i caschi e la rabbia degli esseri umani si levò come un uragano dai bastioni di Rianto. Poi la bocca dell’Inferno si aprì come aveva promesso… e anche quella piccola scheggia di Universo fu inghiottita dal Vuoto.

Un pensiero riguardo “RACCONTO: Il Vuoto oltre Rianto (Strani Sogni #3)”

  1. Molto bello. La fine di un mondo raccontata in modo asciutto e essenziale senza rimpianto per ciò che è stato o che sarebbe potuto essere: ‘ognuno aveva il suo modo di sopravvivere e non c’è n’era uno migliore degli altri’. Quel che resta di un universo che viene poco a poco risucchiato nel vuoto si è adattato all’inadattabile, nonostante tutto continua a rispettare procedure e rituali, a credere nell’amore per quanto virtuale, e va stoicamente e serenamente incontro al nulla. Complimenti all’autore!

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