ANTEPRIMA: Generazione T

Romanzo integrale in esclusiva su Kindle Store e Kindle Unlimited

Indice:
Prologo
Capitolo 1 – parte I
Capitolo 1 – parte II
Capitolo 1 – parte III

PROLOGO

Era una giornata di sole e pioveva forte. Tutti giravano con quei nuovi ombrelli acido-repellenti che andavano di moda adesso, avevano avuto talmente tanto successo che almeno dieci grosse multinazionali li commercializzavano con dieci diversi brevetti. Dario aveva lavorato all’ufficio brevetti, uno stage di quattro mesi non pagato, e qualcosa ne sapeva. Forse avrebbero ritardato di qualche anno la calvizie agli uomini e mantenuto un po’ più a lungo la colorazione dei capelli delle donne, ma l’inquinamento che provocava le piogge acide e faceva morire sempre più raccolti se ne infischiava di quei ridicoli ombrellini, come se ne infischiava di molte altre cose.
Dario si avviò sotto la pioggia, che era in realtà una pioggerellina, a testa scoperta, lasciando che le gocce acide scompigliassero e arruffassero i suoi corti capelli biondi. Passò davanti all’entrata del locale dove era stato la sera prima, uno di quelli nuovi e pieni di gente, e che a vederla ora sembrava l’ingresso di un bunker anti-atomico. Vai tu a sapere che lì dentro si consumavano le migliori feste del circondario, in tutti i sensi.
Era consapevole delle persone che lo guardavano storto mentre camminava, indicandolo di nascosto. Perché lui non portava l’ombrello? Forse non poteva permetterselo? Come si può stare sotto la pioggia senza ombrello?? Tutti sanno che fa male! Doveva essere sicuramente un barbone, o uno con le rotelle fuori posto… Poco importa che noi stiamo per andare a casa a mangiarci una bel piatto di pasta fatta di grano acido, condita con pomodori abbeverati con acqua acida, o magari una bella bistecca di manzo allevato e nutrito con mangimi coltivati all’aperto e quindi ancora più acidi. Quello passi, lo fanno tutti. Ma la pioggia… tutti sanno che bisogna proteggersi dalla pioggia, fa male.
Dario finiva sempre per mettersi a ridere da solo, con l’effetto di sembrare ancora più svitato, ma non gliene importava nulla.
Dario aveva un problema, ben più grave e che non poteva essere risolto da un fottuto ombrello: era malato e stava per morire. Gli avevano diagnosticato il tumore un anno prima, uno di quelli di cui non si sa niente: poteva vivere ancora dieci anni o due mesi, tutto dipendeva dalla velocità di crescita di quella massa nera che avevano visto con la radiografia. Gli avevano proposto medicine ma lui le aveva rifiutate, non voleva perdere i capelli e vivere quello che gli restava da vivere come un moribondo, inchiodato a un letto con i suoi familiari che andavano in pellegrinaggio e sua madre a imboccargli il cibo.
Dario ce l’aveva su col mondo, questo mondo schifoso fatto di persone schifose e stupide che avevano rovinato il futuro con le loro macchine sportive e i loro indici di borsa. Ma per non dargliela vinta, Dario faceva finta di infischiarsene: beveva, si drogava, faceva festa in ogni momento possibile e accettava qualunque cosa gli venisse proposta, senza chiedere prima e senza riflettere dopo. Era reduce da una nottata particolarmente sovversiva e aveva deciso che quel locale era fantastico. Ci sarebbe tornato di sicuro, forse quella sera stessa.
Gli squillò il telefono e rispose con l’auricolare perché non sopportava quel gesto all’antica di portarsi l’aggeggio all’orecchio. Erano ancora quelle teste di…
«Buongiorno, Dario!»
«Questo lo vedremo. Chi sei?»
«Sono Giorgio della Neosonnia e so che posso aiutarti.»
«Aiutami non rompendomi i…»
«Posso fare di meglio, te l’assicuro! Dario, ascoltami. So che sai tutto sul programma, ma prima di compiere la tua scelta dovresti venirci a trovare al centro, abbiamo tantissime cose da mostrarti e sono sicuro che il progetto di recupero ti interesserebbe. Non ti costa nulla, giusto? A parte un paio d’ore passate qui con noi e in cui potrai fare tutte le domande che vorrai, i nostri ragazzi e ragazze saranno sempre a disposizione. Che ne dici? Possiamo fare domani alle due?»
Dario sospirò sonoramente. Quella gente lo infastidiva da morire, ma stavolta era di buon umore. In fondo, perché no? Era una buona occasione per dire in faccia a uno di quei mega gruppi aziendali quanto erano stronzi. Mal che andasse avrebbe passato un pomeriggio divertente…
«D’accordo, ci sto» disse meccanicamente.
«Splendido!» cinguettò Giorgio mentre Dario se ne stava già pentendo. «A presto, Dario. Ci vediamo domani!»
«A presto…»
Rimase cinque minuti fermo in mezzo alla strada, ripetendosi quanto fosse stato stupido a farsi abbindolare. Poi se ne fece una ragione.
Neosonnia… che nome del cazzo. Avrebbe spaventato chiunque sapesse di cosa si trattava, e gli altri pensavano sempre a una ditta di materassi.
Come il buon Giorgio del call-center aveva detto, Dario sapeva già tutto. Sapeva che la Neosonnia era un gruppo multinazionale (o ne faceva parte, non ne era sicuro…) che sosteneva di aver finalmente inventato la stasi cryostatica, per permettere ai ricconi e non solo a loro di farsi mettere in congelatore per essere risvegliati quando i problemi del mondo fossero stati risolti e la terra fosse diventata un paradiso. Lo avevano contattato circa un mese dopo la diagnosi, per altro senza dirgli come avessero fatto a sapere di lui visto che le cartelle cliniche dei pazienti, almeno in Italia, avrebbero dovuto essere confidenziali e riservate. Aveva personalmente telefonato in ospedale per chiedere spiegazioni, ma naturalmente erano caduti dalle nuvole.
Finora aveva sempre rifiutato e aveva trattato in malo modo tutte le mediocri ragazzine che l’avevano ripetutamente chiamato, peggio di una compagnia telefonica. Ma questa volta l’avevano fatto chiamare da un maschio, con una voce un po’ più udibile e che aveva usato argomentazioni più serie e, forse per stupidità o forse per sfinimento, si era lasciato convincere.
Quella sera andò al locale come aveva deciso. Ballò, mandò giù un bel po’ di cocktail e si fece una striscia. Incontrò una ragazzetta carina con una dozzina piercing sulla faccia e passarono una decina di minuti a strusciarsi in pista, poi la perse di vista e ne trovò un’altra, biondina e con un culetto niente male, infine anche quella scomparve e tornò la prima, che doveva essersi fatta una striscia pure lei. La portò nei cessi puzzolenti e la mise con le mani al muro.
«Bello violento. Come se non ci fosse un domani!» gli ordinò.
«Sissignora!»
Il pomeriggio seguente si svegliò già in ritardo e non se ne curò affatto.
Arrivò all’appuntamento con una buona ora e mezza di ritardo, ma nessuno parve curarsene e una bella moretta gli disse di seguirla dopo soli cinque minuti di attesa. Lo fecero partecipare prima a una piccola riunione dove gli spiegarono per sommi capi in cosa consisteva la cryostasi, e dove scoprì che in fondo non sapeva ancora proprio tutto, poi lo condussero a visitare il centro: gli mostrarono le stanze per gli ospiti (perché, gli avevano spiegato, c’era bisogno di un periodo di preparazione di almeno due mesi prima della procedura), le palestre ben attrezzate, le sale ricreative, la mensa da cui provenivano odorini molto allettanti e infine gli fecero fare un giro nelle sale di controllo e monitoraggio dove tutti, probabilmente anche quelli che pulivano i cessi, sembravano dotati di un tablet. In tutto questo fu sempre trattato con garbo e nessuno sembrava notare il suo aspetto trasandato, i suoi occhi ancora arrossati e il cattivo odore che emanavano i suoi vestiti, gli stessi della sera prima. Tutte le persone che incontrò, belle o brutte, giovani o vecchie che fossero, si dimostrarono estremamente gentili e professionali, pronte a rispondere a ogni suo dubbio o domanda.
«E questo “programma di recupero”?» chiese una volta che furono di nuovo nella prima stanza, quella della riunione. Erano presenti lui, una bionda con due belle tette, un dottore brizzolato in camice bianco e un omone in giacca e cravatta che non avrebbe sfigurato come buttafuori di una discoteca. «Il tizio al telefono ha detto che l’avrei trovato interessante, ma a voi non l’ho ancora sentito nominare.»
«Qui viene il bello, Dario» disse il dottore col camice bianco. «Questa parte la lasciamo sempre per ultima perché è la più importante di tutte.»
Dario si fece attento.
«Come puoi ben immaginare» disse la bionda prendendo la parola «nessuno è davvero in grado di prevedere che cosa sarà il mondo fra venti, cinquanta o addirittura cento anni. Potrebbero esserci guerre, carestie, crisi economiche… una lunga serie di elementi imprevedibili che rendono gli altri programmi di riposo prolungato estremamente fallaci.»
«Ma il nostro programma è diverso» continuò il dottore in camice . «Il nostro programma ha un elemento in più che gli altri non hanno: la “curva di recupero”. Che cos’è la curva di recupero? È quello che ti permetterà, fra molti anni quando ti sveglierai, di riprendere a vivere.»
«Tutto l’utile creato da questa azienda» ripartì la bionda, «quello che gli altri usano per tenere buoni gli azionisti elargendo dividendi e organizzando cene di gala, viene prontamente reinvestito e convogliato nel sottoprogramma denominato “curva di recupero”. Un’assicurazione sulla vita, la tua, che verrà liquidata al momento del tuo risveglio compresa degli interessi maturati nel corso dei decenni del tuo sonno. Potrai cominciare una nuova vita, in un futuro migliore, senza preoccuparti di diventare un randagio o un barbone.»
«La Neosonnia è stata ideata e creata per sopravvivere e durare» disse con voce profonda e solenne il terzo uomo, quello che avrebbe fatto bella figura come buttafuori. «Qualunque cosa succeda al mondo in tua assenza, noi veglieremo sul tuo sonno e faremo in modo che nessuno venga a disturbarlo. È la nostra missione.»
Dario, per la prima volta dopo molto tempo, non sapeva che dire.
«Non devi decidere ora» disse tranquillamente la bionda. «Dalla data di questo incontro hai tre settimane di tempo per tornare qui e sbrigare la burocrazia necessaria al tuo inserimento nel programma, prima che l’offerta scada.»
«Tre settimane?»
«Adottiamo questa politica per venire incontro alle numerose richieste» disse il dottore stringendosi nelle spalle. «E perché sappiamo per esperienza che queste decisioni diventano via via più difficili col passare del tempo. Inoltre esiste la seria possibilità che alcuni non facciano in tempo a riflettere quanto vorrebbero prima che… mi capisci, no?»
«Capisco.»
«È stato un piacere, Dario» disse l’omone in giacca e cravatta alzandosi. «E grazie per la fiducia che ci hai accordato.»
Dario non se ne rese conto subito, ma nel momento stesso in cui mise piede fuori da quella stanza aveva deciso: si sarebbe fatto congelare.
Seguirono settimane difficili. Sua madre pianse a dirotto e per giorni interi non volle uscire dalla sua stanza, suo padre passava dall’andare su tutte le furie e urlare come un gorilla a inventarsi inutili parabole logiche per convincerlo che stava facendo la più grande stupidaggine, ma più di tutto, e questo gli costò davvero uno sforzo immane, Dario decise di rimanere pulito, perché gli avevano spiegato che doveva esserlo nei mesi di preparazione e allora forse era meglio cominciare subito. Le crisi d’astinenza furono lunghe e intense.
Infine, accompagnato dalla sua sorellina (ormai sorellona in verità, aveva finito da poco gli studi e si preparava alla convivenza col suo nuovo ragazzo) che gli stringeva il braccio mentre firmava con mano tremante (e per una volta non erano le droghe) i numerosi fogli di carta che gli venivano propinati dalla segreteria del centro, andò a suggellare l’accordo con la Neosonnia e mise un timbro sul suo futuro.
Dario scoprì che il suo tempo di preparazione non sarebbe stato lungo come pensava. Appena un mese e cinque giorni dopo essere diventato ospite del centro (si mangiava davvero bene e si dormiva ancora meglio) gli dissero che era pronto per la procedura (e mai troppo presto, poiché Dario cominciava a sentire le prime avvisaglie del peggioramento del suo tumore e non erano belle sensazioni).
Vennero a trovarlo in molti, parenti vicini e lontani, amici di vecchia data, perfino qualcuna delle persone che aveva conosciuto nei locali e nei bar nella sua vita recente e di cui non ricordava nemmeno i nomi.
Suo padre, sua madre e sua sorella, la sua unica vera famiglia, rimasero con lui fino alla fine, fino a quando non entrò nella camera di decompressione e fu fatto accomodare nel modulo cryostatico. Era comodo, leggermente inclinato in modo che potesse vedere fuori dal vetro dove i suoi cari lo stavano ancora guardando, piangendo e salutandolo. Riuscì a sorridere un’ultima volta, come non faceva da molto tempo, e cercò di imprimere in quel semplice sorriso tutto l’affetto che non aveva mai smesso di provare per loro nonostante il distacco degli ultimi tempi. Poi sentì un odore, capì che erano gli anestetici ed ebbe paura. Sentì le palpebre chiudersi e desiderò poterle riaprire, voleva vedere i suoi cari, alzarsi e andare da loro, salutarli almeno un’ultima volta. Non aveva nemmeno chiesto a sua sorella chi tra lei e Mauro avesse vinto la discussione sul colore delle pareti della nuova casa… Ma non c’era più tempo, era troppo tardi. Dario chiuse gli occhi e dormì.

CAPITOLO 1

27 Novembre, ore 03:00, seconda fascia oraria del continente Europa
controllo periodico programmato n.1’657 dell’anno solare 2285, quinta sezione, ventitreesimo magazzino
N. protocolli controllati: 3’423
N. protocolli confermati: 3’422
ELEMENTO MANCANTE
descrizione: capsula cryostatica N.66’785, contenuto umano, genere maschile, livello fertilità 54 su 60
stato: emergenza
azioni consigliate: impiego squadre di recupero e soppressione, ricerca estesa a perimetri sotterranei, massima priorità

I.

«Piano. Piano… Piano!!»
«Ahi! Non ce la faccio!»
«Finiscila!»
«Mi fa male!!»
«Smettetela voi due manca poco!»
«Non lo reggo!»
«Sì che lo reggi.»
«No. Mi fa m… ahia!!»
Tutti sentirono lo stridio della catena e il tonfo che seguì da vicino (molto vicino, per fortuna).
Poi Guill, che era il più coraggioso del gruppo e anche il più grosso, azzardò un commento: «Secondo me si è rotta.»
«Non credo» disse però Firro, che portava gli occhiali e se li aggiustava sempre in modo ostentatamente odioso. «È fatta di super-metallo, non può rompersi.»
Firro non diceva mai le cose, Firro credeva e non credeva, sempre. Per questo Guill lo trovava odioso e antipatico e avrebbe voluto sbarazzarsene. Per contro, Firro pensava che Guill fosse solo un ciccione senza cervello, buono per portare in giro le cose pesanti ma poco altro, e il fatto che si credesse il preferito di Elanona la diceva lunga su quanto era stupido.
«Secondo voi ci hanno sentiti?» squittì Pungolo, che era il più piccolo e combinava sempre guai.
«Se ci hanno sentiti è solo colpa tua, culo di topo!»
«Culo di topo a chi
«Stai zitto.»
«Tu non mi chiami “culo di topo”!»
«Finiscila, sei un moccioso e ti chiamo come voglio.»
«E tu sei uno stupido ciccione!»
«Se non la smetti…»
«I tuoi antenati bevevano petrolio!»
«Basta!!»
Si zittirono tutti e tre, anche Firro che era già zitto, mentre Elanona si calava agilmente nel buco che costituiva l’entrata del Rifugio e ordinava a Guill di chiuderlo. Guill obbedì senza esitare.
Prontamente Firro accese una stecca luminosa e si fece strada fino al quadro elettrico, che solo lui sapeva usare, e diede tre tacche di potenza. Una soffusa luce verdognola si diffuse nella spaziosa alcova, illuminando le tubature coperte di muschio e i muri spessi (Firro sapeva che erano spessi perché quando li batteva col dito sentiva un suono molto sordo, Guill probabilmente non sapeva neanche di cosa erano fatti).
«Se ci avessero sentiti, adesso sarebbero già qui» disse Elanona con la sua voce dolce ma ferma, abituata a dare ordini.
«Gillo e Mitta sono ancora fuori» ricordò Pungolo.
«Sanno come entrare» ribadì Elanona. «È più importante tenere al sicuro il tesoro.»
Batté un colpo sullo strano e molto pesante (come Pungolo aveva scoperto a sue spese) oggetto che avevano trascinato a fatica fin lì e che costituiva il risultato di lunghissime fatiche (almeno due cicli interi dell’aria, secondo la memoria di Firro che aveva più memoria di tutti). Era metallico e a forma di tubo schiacciato, e da una parte aveva una copertura di vetro molto spesso grazie alla quale si poteva vedere all’interno.
Elanona, ignorando la mano che Guill le porgeva, spiccò un balzo e vi si mise sopra a cavalcioni, appoggiando il mento sulle braccia e guardando nel vetro con occhi scintillanti.
Guill, Firro e Pungolo sapevano che quando Elanona faceva così non voleva essere disturbata, perciò attesero in rispettoso silenzio. Guill pensava che sicuramente sarebbe stato premiato, poiché se avevano portato lì quel coso era tutto merito suo, Firro e Pungolo non sarebbero mai riusciti a spostarlo perché erano due pappe molli. Firro pensava che Elanona avrebbe premiato lui, perché senza la sua intelligenza Guill e Pungolo non sarebbero mai riusciti a rubare una capsula cryostatica (non sapevano neanche cos’era una capsula cryostatica!).
Pungolo invece se ne stava imbambolato a guardare gli spacchi sui pantaloni scuri di Elanona che mostravano le gambe rosee e si diceva che in quella posizione, a cavalcioni sulla capsula, era proprio bella e che forse ora si sarebbe meritato quello che a volte lei faceva con Guill e Firro dentro i sacchi per dormire. Non aveva ancora capito esattamente cosa facessero, ma sia Guill che Firro sembravano vivere solo per quello, quindi doveva essere una cosa molto importante. Pungolo era nella banda già da quattro cicli e aveva già fatto un sacco di cose utili, anche se era piccolo, ed era sicuro che Elanona ne tenesse conto. La loro banda era piccola, ma sapevano sopravvivere molto meglio delle altre, anche di quelle che avevano più di una Ragazza. E poi Elanona valeva per dieci!
Elanona dal canto suo non stava pensando affatto ai suoi compagni ed era completamente rapita da ciò che vedeva al di là di quel vetro trasparente, e quasi non stava nella pelle al pensiero che ce l’avevano fatta: avevano rubato una capsula da un magazzino, un’impresa da tutti ritenuta impossibile. Aveva provato a convincere le Ragazze di altre bande a unirsi all’impresa, ma l’avevano derisa, dicendole che era pazza e che aveva la testa e le tette piene di petrolio. E ora quelle stupide non avrebbero potuto condividere il suo tesoro, povere sceme.
Guardò ancora più da vicino. Al di là della barriera trasparente c’era un volto dai lineamenti duri, molto diversi da quelli di Guill e di Firro, per non parlare di Pungolo, e dalla carnagione chiara quasi quanto la sua. Aveva dei capelli, ma erano tanto chiari che sembravano gialli, quasi bianchi. Si chiese se quello fosse un segno di fertilità, cercando di ricordare se avesse mai incontrato dei maschi dalla fertilità comprovata e di che colore fossero i loro capelli, e concluse che doveva essere così, perché lei non aveva mai incontrato maschi fertili e tutti i maschi che aveva incontrato avevano i capelli scuri.
Baciò il vetro e ne accarezzò la superficie con la punta dell’unghia; per l’occasione aveva messo lo smalto, come se dovesse trovarsi con altre Ragazze a discutere di cose importanti, le era sembrato appropriato. Sussultò per l’emozione: presto sarebbe stata Mamma e avrebbe comandato un Clan, non più una semplice banda. Le servivano altri maschi però, per proteggere il tesoro e anche lei, una volta che fosse stata ingravidata (tutte le Ragazze sapevano, anche se non condividevano questa informazione con i maschi, che una volta ingravidate si diventava deboli e lente e perciò c’era bisogno di protezione). Perciò doveva darsi da fare, attirarne altri a sé, portarli via da altre bande piccole e magari anche qualcuno da quelle più grandi.
Sì, avrebbe funzionato. Avrebbe creato un Clan, il primo dopo tantissimi cicli, uno così grande che sarebbe finalmente potuta uscire al Sole, sulla superficie che a quelli come lei era negata. Avrebbe trionfato!
Si riscosse da quei sogni quando percepì il tremolio…
Era debole e ancora quasi impercettibile, ma qualunque abitante del Mondo Sotterraneo lo sapeva riconoscere e ne aveva una paura tremenda. In un lampo saltò giù dalla capsula. «Presto. Via!» Ordinò perentoria.
Ma non ce n’era bisogno: Firro stava già correndo al quadro con la stecca luminosa accesa e Guill aveva già aperto il passaggio secondario, quello sotto le tubature scoppiate.
Quando le tubature tremavano significava una sola cosa: Mosche. Erano macchine-mostro che perlustravano il Mondo Sotterraneo e portavano via tutti quelli che trovavano. Tutti le avevano viste almeno una volta ed Elanona aveva visto le persone portate via, aveva sentito le loro urla…
«Ma la lasciamo qui?» chiese tremante Pungolo indicando la capsula, era l’unico a non essersi mosso.
Elanona sentì l’impulso di picchiarlo, un bel pugno in faccia di quelli che spaccano la mascella per fargli muovere quel suo culo di topo rammollito, qualunque altra Ragazza lo avrebbe fatto e molte lo avrebbero addirittura ucciso sul posto. Quando arrivavano le Mosche tutti dovevano muoversi, eseguire gli ordini e aiutare la banda a scappare, se non lo facevi eri un pericolo per tutti e andavi corretto o eliminato, subito.
Ma Elanona non colpì Pungolo, Elanona non aveva mai colpito nessuno. Si avvicinò a lui, conscia del pericolo che si avvicinava, delle tubature che tremavano sempre più forte, e lo prese per le spalle guardandolo negli occhi. «Le Mosche sentono la nostra presenza» gli disse. «Se ce ne andiamo in tempo non avvertiranno nulla e non perlustreranno il nostro Rifugio. Hai capito?»
Pungolo stava tremando da capo a piedi, ma tirò su col naso e annuì vigorosamente. «E Gillo e Mitta?» squittì. «Loro sono ancora fuori. Se le Mosche arrivano…»
«Se la dovranno cavare da soli» gli rispose Elanona, lottando contro il proprio istinto e la paura. «Queste sono le regole della banda, la banda viene prima di tutto. Adesso muoviti!»
Ormai si udiva il ronzio inconfondibile delle Mosche in arrivo, un suono vibrante e monotono che si faceva sempre più forte. Pungolo scattò dietro a Firro, che li aveva appena superati con la stecca luminosa in mano, ed Elanona li seguì di corsa. Guill stava tenendo aperta la botola di metallo che dava nelle condotte di fuga, la loro ritirata segreta. Elanona entrò dietro a Pungolo, ebbe solo un attimo di esitazione quando gli occhi le si posarono di nuovo sulla capsula, il tesoro che era già costretta ad abbandonare… poi saltò nel buio.

II.

Frankhuf Kalamann era arrabbiato e non era un’arrabbiatura di quelle leggere. Se avesse potuto avrebbe preso a pugni la prima persona che gli fosse capitata a tiro, rotto qualunque oggetto e gridato a squarciagola ogni ingiuria a lui conosciuta. Ma Frankhuf Kalamann non poteva fare nulla di tutto ciò. Perché Frankhuf Kalamann era da solo, in una stanza.
Era successo nel momento più impensabile, a metà del turno serale e proprio sotto il suo naso.
Aveva visto quella ragazzina. I randagi erano sempre tutti uguali: sporchi. Ma questa risaltava perché aveva i capelli neri ed era indubbiamente femmina, una di quelle che ti facevano venir voglia di frequentare i bordelli della Bassa da cui Frankhuf si era sempre tenuto alla larga per una questione di pudore, almeno secondo lui.
Si erano guardati per un attimo, lui incredulo, lei ridendo. Poi lei era scappata via e lui l’aveva inseguita, ma era talmente agile e magra che era passata attraverso la grata che divideva le sezioni, dove lui si sarebbe incastrato. Aveva cercato di fare il giro, si era arrampicato, era finalmente riuscito ad arrivare dall’altra parte solo per scoprire che quella si era già dileguata.
Borbottando imprecazioni era tornato indietro e aveva chiamato l’ufficio Sicurezza per segnalare l’irruzione, da lì gli avevano chiesto com’era andata e poi l’avevano lasciato tornare al suo lavoro.
Non era la prima volta che scovava un randagio. Da procedura sarebbe dovuto rimanere al suo posto e fare subito la segnalazione, aspettando l’intervento della Sicurezza, ma nessuno seguiva la procedura (molti non la conoscevano neppure, per la verità) perché si sapeva che la Sicurezza era troppo lenta a reagire e in soli cinque minuti un randagio poteva mettere sottosopra un’intera area e rubare metà delle scorte di batterie. Quindi l’unica cosa da fare era inseguirli per fare in modo che scappassero e non facessero danni, se ne prendevi uno c’erano addirittura dei modi per farsi pagare la consegna (non convenzionali, naturalmente).
Frank non era riuscito a prendere la ragazza, non ci era andato neanche vicino, ma era comunque riuscito a farla sloggiare alla svelta e per fortuna non era stata rubata alcuna batteria e nessuno dei cavi e delle tubature di collegamento aveva subito tentativi di manomissione (quei bastardi andavano matti per i pezzi di tubatura, cosa ci facessero nei loro nascondigli sotterranei era un mistero anche se Frank aveva dei sospetti, e generalmente era la prima cosa che attaccavano). Soddisfatto di come aveva gestito la situazione aveva fatto la segnalazione ed era tornato al monitoraggio delle temperature, fino all’ora del cambio turno.
Ma quando era tornato la mattina successiva (ed era stato lui stesso a chiedere quello stramaledetto cambio turno) aveva trovato un gran trambusto e ne aveva presto scoperto il motivo: era sparita una capsula. Nessuno avrebbe dovuto saperlo, ovviamente, ma tutti lo sapevano, in barba alle procedure.
Ora Frank era in quella stanza da solo ed era incazzato come una iena (anche se non sapeva cosa fossero le iene e quella era solo un’espressione tramandata in famiglia) perché sapeva che in quella stanza ci sarebbe dovuto essere chiunque ma non lui. Lui era quello che risolveva i problemi quando gli altri usavano le procedure come scusa per non sporcarsi le mani, lui non andava mai a piagnucolare dai capi perché gli altri “bambini” gli facevano i dispetti, lui portava a termine il suo lavoro in metà del tempo e passava il resto a correggere gli errori degli altri, anche se non era previsto dal contratto e non gli davano mai un fottuto credito in più. Lui mandava avanti quel maledetto magazzino praticamente da solo e meritava ben di meglio che essere rinchiuso lì dentro ed essere trattato come un ladro!
Si aprì finalmente la porta e due della Sicurezza gli fecero cenno di alzarsi
Fu condotto in una stanza dalle pareti chiare con al centro un tavolo bianco, la stanza delle riunioni dei capi, e lì cominciò l’inferno.
«Sig. Kalamann, può ripeterci cos’è successo?»
«Ve l’ho detto» disse Frank. «Ho visto una randagia e…»
«Come sapeva che era una lei?»
«Cristo Santo l’ho vista!!»
«Stia calmo e non alzi la voce, per favore.»
«Aiuterebbe se non mi faceste delle domande idiote, non crede?»
«Qui le domande le facciamo noi e lei è tenuto a rispondere Sig. Kalamann, altrimenti la manderemo al Tribunale e se ne occuperanno loro. Chiaro?»
Frank incrociò le braccia e respirò a fondo stringendo i pugni. «Chiarissimo.»
«Quando l’ha vista ha fatto la segnalazione?»
«Sì.»
«L’ha fatta subito?»
«…»
«Risponda per favore.»
«Praticamente subito.»
«Che significa “praticamente”? L’ha fatta immediatamente come prevede la procedura Q.12.7.6_rev03 oppure no?»
«Ho dovuto prima allontanarla.»
«Chi?»
«La randagia.»
«Perciò non ha seguito la procedura.»
«Quelli fanno festa se non li mandi via. Sa quante batterie sono capaci di rubare in un solo minuto?»
«Quindi lei ha ignorato la procedura per salvare le batterie?»
«Non ho ignorato la procedura, ho fatto quello che bisognava fare.»
«Le batterie sono di sua proprietà?»
«Prego?»
«Le batterie… sono sue? Ne è il proprietario?»
«Ma che cazzo…?»
«Allora non era lei che se ne doveva preoccupare Sig. Kalamann, lei doveva solo seguire la procedura e rimanere al suo posto.»
«La cazzo di procedura…»
«Silenzio prego. Un’altra parola scurrile e verrà multato. Ora mi dica: la porta stagna n.639, quando lei ha lasciato la sua postazione, era chiusa?»
«Sì.»
«Chiusa da algoritmo blindato?»
«…»
«Sig. Kalamann?»
«Era chiusa ma non con il codice.»
«E per quale motivo?»
«Non sono mai chiuse.»
«Sta dicendo che tutti i dipendenti le lasciano aperte?»
«Io non so cosa fanno gli altri, io…»
«Allora come fa a dire che sono tutte aperte? Forse le controlla personalmente tutte?»
«Cazzo! So che sono tutte aperte perché ci si deve entrare e uscire continuamente per prendere le letture, se si dovessero aprire col codice ogni volta ci vorrebbe il doppio, non finiremmo mai entro la chiusura del turno.»
«Quindi la porta era aperta.»
«Era chiusa, ma non col codice.»
«Quindi era aperta. Lei è consapevole che con una porta stagna aperta e senza nessuno a controllarla, chiunque potrebbe inserirsi nelle stanze di controllo e trafugare una o più delle capsule cryostatiche?»
«Sì, ma noi siamo sempre lì.»
«Ma lei ieri non lo era, giusto?»
«Ho fatto scappare la randagia. Se li lasci liberi quelli portano via i tubi, le batterie…»
«Abbiamo già stabilito che quello non è affar suo.»
«Lo è quando me le mettete in conto dopo che le hanno rubate perché dovevo seguire la fottuta procedura!!»
Era furibondo e aveva appena sbattuto le mani sul tavolo. Il suo interrogatore, un uomo snello e ben vestito, con i capelli grigi, gli occhiali e tutte le caratteristiche di uno stra-fottuto nebulare, alzò per la prima volta la testa dal palmare su cui aveva scribacchiato fino a quel momento e guardò Frank. Non sembrava impressionato.
«Se le procedure esistono c’è una ragione e non sta a lei o a quelli come lei metterle in discussione, Sig. Kalamann. Lei è sospeso dal lavoro a tempo indefinito e sarà sottoposto a ulteriori verifiche da parte della Sicurezza, le consiglio di mantenersi reperibile. Arrivederci.»
«Ma…»
«Arrivederci.»
Frank fu condotto fuori dall’ufficio. In quel momento tutte le luci dell’impianto erano accese e c’era Sicurezza dappertutto, intenta a interrogare gli altri dipendenti. “Alla buon’ora!” pensò, scuotendo la testa e domandandosi ancora una volta come fosse potuto succedere quel casino.
Era ancora incazzato, ma adesso aveva soprattutto paura. Una paura folle di perdere il suo lavoro e vedersi costretto a migrare sotto la superficie, nella Bassa.
«Ragazzina… randagia di merda! Se le metto le mani addosso la scuoio. Brutta figlia di topo sotto petrolio!»
Le guardie che lo accompagnavano non diedero peso ai suoi sfoghi e lo scortarono fino alla stazione di trasporto. E Frank sapeva che quello era solo l’inizio dei suoi guai.

III.

Erkmal Esté Sastatòs, un nome che nessuno aveva mai pronunciato per intero, si alzò sbuffando e prese a girare in tondo con le mani dietro la schiena. La comunità scientifica aveva di nuovo rifiutato i suoi articoli e non gli aveva permesso di tenere la conferenza dove avrebbe esposto i risultati delle sue ricerche, quelli in cui dimostrava, oltre ogni dubbio, che la propensione alla forza T aumentava gradualmente nelle giovani generazioni di un fattore costante dello 0,03% e che questo fattore, se computato su una base campionata molto più ampia, ed estesa agli abitanti della fascia nebulare, saliva addirittura a uno straordinario 0,08%.
Si era convinto che questa volta lo avrebbero ascoltato. L’aumento era così significativo che doveva aver destato la loro attenzione. Era evidente che la forza T era una realtà e che la capacità della mente umana di sfruttarla direttamente e inconsapevolmente cresceva di continuo. A giudizio di Erkmal avrebbero potuto esserci già degli autentici telèpati sparsi fra la popolazione, persone capaci di parlare ad altri usando solo il pensiero, magari anche di percepire e decodificare i pensieri altrui, leggere nella mente! Bastava aumentare la basa campionata, uscire dal guscio ristretto della fascia soleggiata, e tutto risultava chiaro.
Ma Erkmal capiva che non li avrebbe mai convinti. Le persone credevano solo a quello che avevano sotto gli occhi e il fenomeno era troppo sporadico e limitato per destare attenzione. Alcuni bambini capaci di azionare i comandi del forno di casa senza toccarli o di interferire con la sincronia delle letture degli orologi non erano sufficienti a convincere la comunità, e gli organi che la regolavano, a investire le proprie risorse in un progetto di ricerca così ambizioso. Inoltre le “anomalie” (come ora venivano chiamate), ammesso che si manifestassero, non duravano mai oltre i cinque o sei anni di età, dopodiché i bambini tornavano a essere perfettamente “normali”. Erkmal aveva parlato con tantissime persone e sapeva che molti rifiutavano perfino di accettare la spiegazione che queste presunte anomalie fossero provocate dalla forza T, arrivando addirittura a discuterne l’esistenza! L’idea poi che nelle fasce inferiori a quella soleggiata potesse esserci del potenziale umano di alta qualità, tanto alta da essere degno di considerazione, veniva aggredita con ferocia e bollata come sovversiva o addirittura immorale.
Erkmal aveva lottato per anni, per tutta la sua vita in effetti, contro quell’ottusità, invano.
«È permesso?»
«Certo Bastia, entra pure.»
Bastia era l’assistente di Erkmal e naturalmente era al corrente di tutti i suoi studi e le sue teorie, oltre alla frustrazione che ne derivava. Erkmal era abituato ad affidarsi a lui per qualunque necessità.
«Nessuna risposta al suo ultimo sollecito, professore. Come lei si aspettava.»
«Già.»
«Posso esserle utile in qualcosa?»
Erkmal fu colto da ispirazione: «Tu cosa ne pensi?»
Bastia parve genuinamente perplesso. «Professore…?»
«Dei miei studi, delle mie ricerche. Delle conclusioni e della teoria sulla forza T applicata al ricambio generazionale.»
«Non mi aveva mai fatto una domanda simile.»
«La sto facendo ora» disse bonario Erkmal, invitando Bastia a sedersi su una delle poltrone che arredavano il suo salotto. Era un salotto ampio e arioso, con un’alta vetrata di vetro quarzo-filtrato che impediva ai raggi del Sole di mezzogiorno di incenerire i loro occhi e ricoprire di pustole la loro pelle; visto da dietro quel vetro era uno splendido Sole.
Bastia si sedette, evidentemente a disagio, ed Erkmal gli si accomodò di fronte.
«Devo dirle, professore…» cominciò il giovane «che l’ho sempre ammirata.
«Non cerco conforto, Bastia» lo interruppe Erkmal con un sorriso. «Sono solo curioso di sentire il tuo parere.»
«Perché? Se posso chiederlo.»
«Perché, come hai detto tu, non te lo avevo mai chiesto.»
Bastia allora fece un bel respiro e si sistemò meglio, si capiva che quello era un momento molto importante per lui. Disse: «Quando dico che l’ho sempre ammirata non lo dico per compiacerla, mi creda. Io credo che lei sia un uomo molto coraggioso e molto forte.» Erkmal alzò un sopracciglio divertito, ma Bastia, che si stava ancora guardando i piedi, non se ne accorse. «Lei non ha paura di esporre teorie e ricerche che vanno completamente controcorrente. E soprattutto che risultano sgradite all’opinione generale della società.» Aveva finalmente alzato gli occhi.
«E cosa esattamente delle mie teorie risulta scomodo alla società?» gli chiese Erkmal per metterlo alla prova.
«In una parola, professore?»
«Se così ti è gradito.»
«Sovversione. Non esiste elemento nelle sue ricerche, e io lo saprei visto che ho collaborato con lei ad ogni progetto…»
«E conosci alla perfezione i mie metodi di campionamento e le mie analisi.»
«Anche questo, sì… ma volevo dire: ogni elemento nelle sue ricerche ha un qualche collegamento, o spinge verso un collegamento, al di sotto della fascia soleggiata. Lei non esegue mai alcuna ricerca sulla base di un campionamento limitato a questo livello.»
«È naturale. Il campionamento, per essere rilevante, non deve essere limitato dalle disparità sociali ed economiche.»
«Perdonatemi, professore.» Bastia aveva preso coraggio. «Ma non è affatto naturale come credete. La soleggiata è un ambiente chiuso, elitario. Una specie di nobiltà all’antica…»
«Hai studiato la storia, vedo.»
«Mi affascinava quando ero piccolo. A casa avevo un vecchio libro, ma i miei lo vendettero per potermi pagare gli studi.»
«Tu vieni dalla sub-nebulare, giusto?»
«Sono cresciuto in quella fascia, sì. Ma sono nato nella Bassa.»
«Non lo sapevo.» Ora toccava ad Erkmal essere stupito.
Bastia arrossì. «È qualcosa che non rivelo con leggerezza.»
«Sono contento che tu l’abbia fatto con me, allora. Mi sento lusingato.»
«Grazie, professore. Anch’io sono molto contento.»
E quel sorriso disse a Erkmal che lo era veramente. «Tornando a noi…» disse accomodandosi meglio.
«Certo. Come le dicevo, la fascia soleggiata sta alla cima di una piramide sociale. La occupano persone ricche, ben nutrite e che non devono mai occuparsi di lavori manuali o pericolosi.»
«Questo è ovvio. Le risorse limitate lo impongono. Se dovessimo garantire lo stesso tenore di vita a tutti quanti, compresi gli abitanti delle fasce più basse, arriveremmo alle stesse fatali contraddizioni che caratterizzarono i decenni bui del tardo ventunesimo secolo. E quello è un errore che non vogliamo commettere di nuovo.»
«Ma non si tratta solo di questo, professore!»
«E di cosa, allora? Se posso chiederlo» chiese tranquillo Erkmal.
«Questa piramide… non esiste solo sul piano economico e fisico, ma anche su quello sociale e mentale. Chi sta in cima alla piramide ritiene di essere migliore, in tutto; e fa di tutto per dimostrarlo agli altri e a se stesso. Non accetteranno mai di essere accomunati a quelli della fascia nebulare, nemmeno all’interno di una ricerca scientifica all’avanguardia.»
«E perché non lo faranno?»
«Beh…» improvvisamente Bastia era di nuovo incerto.
«Su, avanti» lo incoraggiò Erkmal. «Sei arrivato fino a qui… manca solo un ultimo passo.»
Bastia, che preso dal suo discorso si era quasi alzato in piedi, si riaccasciò pesantemente sulla poltrona. «Perché hanno paura.»
Erkmal lasciò passare qualche istante, poi riprese sorridendo. «Già. Ma paura di che cosa?»
«Di perdere le loro certezze. Credo.»
«Hai perfettamente ragione.» Erkmal si alzò mentre Bastia lo guardava incredulo, difficile capire se per quello che il professore aveva appena detto o per aver appena sostenuto quell’incredibile conversazione con tanta sicurezza. «E la paura genera ignoranza, bigottismo e rabbia. Questo è quello con cui io ho dovuto convivere per tutta la mia carriera. Ma ora dimmi» e dicendolo andò verso la sua lucida scrivania, che si colorava sotto i raggi del Sole che solo in pochi potevano ammirare: «cosa pensi della mia teoria sulla forza T.»
«La trovo geniale e sono certo che lei abbia ragione, su tutto.»
«Ritieni quindi che il campione sia valido e che le conclusioni che ne abbiamo tratto possano essere corrette?»
«La teoria è solida e l’evidenza la sostiene. Non mi serve altro.»
Erkmal ridacchiò tristemente fra sé. Fosse stato così facile con tutti… «Quindi» proseguì «ammetti la possibilità che la telepatia, per come è descritta nella mia teoria… no, nella nostra teoria… possa essersi già manifestata nel genere umano?»
«Sì.»
«E condividi la mia ipotesi, basata su evidenza statistica, che più lontano la si cerchi dalla fascia soleggiata, dalla cima di questa nostra piramide sociale ed economica, più probabile sia trovarla?»
«Sì, professore. Ma dove vuole arrivare?»
Erkmal sorrise, per la prima volta dopo tanto tempo. «Voglio arrivare a questo: se la paura impedisce ai miei amati colleghi, e a tutti gli altri se è per quello, di vedere e accettare la verità che emerge dalle mie ricerche, verità sostenuta da un indiscutibile rigore scientifico, vuol dire che il rigore scientifico non ci può aiutare.»
«Non la seguo, professore.»
«Vedi, Bastia. Io credo a un’altra cosa, un’ipotesi forse pazza. Credo che l’aumento dell’affinità biologica con la forza T, riscontrata sempre più spesso nelle giovani generazioni, aumenti di frequenza e di intensità a mano a mano che si scende la piramide… con un fattore esponenziale.»
«Esponenziale dice?»
«Sono convinto che lì sotto, nel mondo che abbiamo scelto di dimenticare, l’umanità covi un potenziale enorme. Un potenziale che, se lasciato libero di evolversi incontrollato, un giorno potrebbe essere la nostra rovina.»
Bastia ora non replicava più, forse troppo stupito o troppo preoccupato dalle implicazioni di quanto aveva appena sentito per proferire parola.
«Ho un compito per te, mio giovane e brillante assistente» continuò Erkmal. «Se il rigore scientifico non può convincere questa manica di imbecilli, allora la nostra unica possibilità è quella di sbattere la verità sotto i loro nasi. Voglio dar loro prova evidente che quello che dico da anni, da tutta la mia vita in effetti, è vero. E per farlo mi serve un Telèpate, uno autentico.»
«E dove intende trovarlo? Se davvero è come dite e l’affinità cresce esponenzialmente con la discesa, allora dovremmo cercare dei campioni sotto la fascia nebulare, nella sub-nebulare… o ancora più sotto, nella Bassa. Posso provare…»
«No, Bastia» lo interruppe però Erkmal. «Non credo che la Bassa sarà sufficiente.»
«Professore?»
«Quella che tu chiami la Bassa è comunque un mondo ancora estremamente affine al nostro, tu stesso hai detto di provenire da lì. No, ci servono campioni puri, non contaminati dalle nostre inutili leggi sulla convivenza e l’accoppiamento. Ci servono campioni, come li avrebbe chiamati l’esimio professor Charles Darwin, prelevati allo stato di natura
«Conosco la teoria evolutiva. Ma si tratta di uno stato che non esiste più da secoli ormai, non per gli esseri umani.»
«Esiste eccome, invece. E si trova proprio sotto i nostri piedi.»
«Professore…» disse Bastia scuotendo piano la testa. «Se lei intende dire… Ma non c’è modo di…»
«C’è eccome, Bastia. I rastrellamenti vengono eseguiti di continuo.»
«Ma le Talpe…»
«Non sono talpe, Bastia! Le talpe erano mammiferi roditori che vivevano sulla Terra quasi duecento anni fa. Quelli di cui parli sono esseri umani, esattamente come noi, salvo per il potenziale T, che io ritengo possa essere infinitamente maggiore del nostro.»
«Le credo professore. Ma lei dovrebbe sapere che dopo i rastrellamenti le Tal… voglio dire quelle persone… vengono Automizzate.»
«Ma non immediatamente.»
«Vuole prelevarle prima del processo? Vuole che io rubi un campione per lei?»
«So che troverai il modo di farlo, sei sveglio e hai moltissimi contatti che a me mancano. Sì, Bastia, so delle amicizie che hai conservato, non te ne stupire. Allora, mi aiuterai quest’ultima volta? Se lo farai prometto che trasmetterò immediatamente la tua richiesta d’ingresso all’Accademia come titolare di cattedra e posso garantirti che la accetteranno, mi devono ancora molti favori da quelle parti. Mi basta un singolo campione che risponda alle specifiche.»
«E quali sarebbero queste specifiche?»
«Giovane, femmina, in età da riproduzione.»
«Una capobanda quindi… non sarà facile: i randagi proteggono le donne a costo della vita ed è molto difficile che una si lasci catturare.»
«Non ho detto che devi riuscirci domattina.»
«Lo so professore.»
«Allora accetti?»
Bastia fece un altro lungo respiro ed Erkmal seppe cosa avrebbe detto, e ne fu immensamente soddisfatto.
«Sì, professore. Accetto!»

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