RACCONTO La figlia del Conte Burun (prima parte)

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Guardando giù dalle guglie in cima all’alta Rocca, sul pinnacolo più alto da dove perfino i monti sembravano bassi, si poteva vedere il mare, una volta.
Il conte Burun accarezzava con assente dolcezza la testa della sua figlioletta, Ina, ed era triste, come gli capitava sempre quando andavano insieme lassù. Erano entrambi protetti dallo schermo solare, che li riparava anche dal fortissimo vento che tirava lì in cima, e Ina guardava assorta la valle di nuvole fra le catene montuose, spoglie e fredde, dondolandosi piano sui piedi e mormorando le parole di una canzoncina che sua madre le cantava. Quando era più giovane gli chiedeva sempre se si potesse camminare su quelle nuvole e le prime volte il Conte le aveva risposto di sì, ma poi lei chiedeva se la mamma fosse lì a passeggiare, aspettando il loro arrivo, e il Conte dopo un po’ aveva cambiato la sua risposta. In fondo Ina stava crescendo, doveva imparare.
Almeno, si consolava il Conte, quando la portava lassù era tranquilla. Ina faticava ancora a lasciarsi alle spalle la fanciullezza, ad entrare in quella fase della vita che un tempo si aveva il lusso di chiamare adolescenza. Era una sognatrice, lui lo vedeva chiaramente, e aveva un grande cuore, anche questo vedeva, perché era uguale a sua madre. Lei si fidava di tutti, voleva bene a tutti, considerava tutti suoi pari, anche gli animali mutanti che ogni tanto risalivano il pinnacolo e poi le pareti della Rocca fino alle finestre e alle terrazze. Una volta l’aveva fermata mentre cercava di uscire all’esterno per andare a fare conoscenza con un mostruoso ragno a sette zampe che non poteva pesare meno di trenta chili, incollato alla paratia trasparente che faceva da finestra alla cameretta della piccola. A Ina piaceva parlare, come a Ylena d’altronde, parlava sempre e con qualunque interlocutore, anche la sua immagine riflessa, senza curarsi di essere vista o sentita.
Il Conte faticava ogni giorno per insegnarle il buon senso, e l’attenzione. Non era bene che uscisse senza essere accompagnata e senza chiedere il permesso, anche se era brava a spalmarsi il filtro solare e abile nel rimanere dietro agli schermi mobili, e non era bene che sgattaiolasse fino alle fondamenta della Rocca, che comunicavano necessariamente con le miniere, perché era curiosa di vedere come faceva l’acqua ad arrivare fino in cima per dissetarli e lavarli. Non erano cose che li riguardavano ed era giusto così. Un tempo era diverso, ma quel tempo Ina non l’aveva mai conosciuto, esattamente come non aveva mai visto il mare dalla cima della Rocca, quindi per lei quel mondo, come il mare, non esisteva e non doveva esistere. Ora c’era un nuovo ordine delle cose, necessario e immutabile, finalmente stabilito, inamovibile. Chi era così fortunato da non ricordare il passato, da non sapere cosa avevano perso, doveva essere grato per questo dono e farne tesoro, sempre.
Ina stava cercando di sporgersi e il Conte si trattenne dal tirarla indietro con uno strattone. «Ina…» disse invece, controllandosi.
La ragazzina si bloccò, colta in flagrante, e finse di guardare di nuovo verso le nuvole oltre lo schermo solare, di nuovo assorta. Il Conte non poté impedirsi di sospirare mentre incrociava le braccia sul petto e si preparava a riprenderla di nuovo. Lui era sempre stato convinto che i bambini andassero picchiati ogni tanto, anche le femmine, era necessario che imparassero il rispetto e che si abituassero al dolore, per non soffrirne troppo da adulti; ma Ylena non era mai stata di quell’avviso. Finché Ina era stata molto piccola, bambina di pochi anni, non gli aveva mai permesso di toccarla, prendendola e portandola nelle sue stanze private, chiudendo la porta a chiave dall’interno e ignorando le urla e le minacce del Conte.
Burun l’aveva amata, alla follia. Ylena era stata il suo fuoco caldo nelle notti fredde e il suo schermo davanti al sole cocente, insieme avevano superato la Catastrofe, si erano Elevati, e alla fine avevano dato alla luce una figlia stupenda, con i capelli verdi come l’erba che non esisteva più e gli occhi grandi e scuri. Quando era morta, quando il destino crudele gli aveva portato via la sua Ylena… No, non il destino. I loro padri, quelli che avevano distrutto tutto, avvelenato il mondo! Quando era successo al Conte era rimasta solo Ina, piccola e ancora incapace di capire, e dopo una delle tante e lunghe notti insonni passate a piangere in un letto vuoto e freddo, Burun aveva deciso che avrebbe allevato quella bambina esattamente come avrebbe fatto Ylena, rispettando le sue scelte e ciò in cui credeva, anche se non era d’accordo, anche se non era bene.
«So che stai per provarci di nuovo, Ina. Non farlo» le disse ancora, mettendo nella voce un pizzico di minaccia.
Fino a poco tempo fa quel tono sarebbe bastato, ma Ina stava diventando sempre più audace e indipendente. Avrebbe finto di non aver avuto nulla di strano in mente, sarebbe rimasta ancora a guardare da dietro lo schermo, ora le nuvole, ora le montagne, ora la sfera del sole (anche quello non andava fatto, ma Burun aveva rinunciato a impedirglielo da un pezzo), ma la sua mente e il suo intuito stavano ancora cercando una via d’uscita, un varco per sgattaiolare via dallo sguardo attento del Conte, anche solo per un attimo, per potersi sporgere, per provare l’ebbrezza di fare qualcosa che non andava fatto e che proprio per questo era molto eccitante.
«Ina, lo sai che non sei più una bambina» le disse mostrandosi paziente. La ragazzina si irrigidì un poco, ma non rispose e non si mosse. «Ricordati che hai dei compiti e delle grosse responsabilità che ti attendono nella tua vita e se vuoi…»
«E se io non volessi invece?» Il Conte rimase interdetto. «E se io non fossi d’accordo e non volessi le tue responsabilità?»
«Ina…» disse controllandosi a stento. «Non mettermi alla prova.»
Sua figlia sospirò cocciuta, un altro gesto di sfida che il Conte sapeva di non dover raccogliere.
“Parla con lei, Tribbo…” il Conte trattenne una lacrima. “Lei è come me, un raggio di sole, non capisce la violenza, non ti amerà se sarai severo con lei. Ti amo Tribbo, ti prego prenditi cura della nostra Ina.” Già… un raggio di sole. Ma il sole ora non era quello che lui e Ylena avevano conosciuto da bambini, era una torcia a raggi UV ad altissima frequenza, una doccia acida che ardeva la pelle e bruciava gli occhi.
“Parla con lei… ti amerà solo se le parlerai.” Erano state le ultime parole di Ylena, le ultime parole sane almeno, prima che la degenerazione la portasse via del tutto.
“Lo farò, Ylena. Dovessi morire bruciato dal sole, lo farò. Ti amo.”
Lasciare quei ricordi era doloroso, sempre, ma quando ne uscì il conte Burun era di nuovo calmo e posato. Disse: «Ina, ti prometto che quando sarai più grande potrai fare quello che desideri, ma per ora io devo proteggerti e tu devi fare quello che ti dico, per il tuo bene.»
Lo avrebbe sfidato ancora? Sarebbe stata così ardita? Non lo fu. Ina si lasciò condurre via, dopo un ultimo sguardo al sole dietro lo schermo, come a voler fare una linguaccia a suo padre, un modo per dirgli che lo stava assecondando di sua volontà e non perché lui la potesse comandare.
Burun si diceva che doveva essere fiero di lei, in un certo senso. Aveva un carattere molto forte, a dispetto di quello che Ylena aveva sempre pensato. Un carattere forte era indispensabile per essere Contessa. Ma era altrettanto indispensabile che imparasse ad accettare l’ordine delle cose, doveva perdere l’ingenuità della fanciullezza.
“Mi dispiace, Ylena” disse non per la prima volta alla sua defunta moglie. “Ma in questa Rocca non c’è posto per i sognatori, la nostra Ina dovrà farsene una ragione.”

Ina si chiuse nelle sue stanze con la scusa di guardare un po’ di figure. A suo padre piaceva vederla guardare figure e quando gli diceva così la lasciava sempre in pace.
Asterotrax l’aspettava ai piedi del letto, che era stato rifatto dalla Tata, una delle tante, mentre loro erano fuori. Il cagnotto le andò incontro trotterellando, annusandola come sempre e poi leccandole le dita. Ina non aveva mai capito cosa ci fosse di così buono sulle sue dita e lo chiedeva spesso al suo amico, ma lui non sapeva parlare e quindi lei non poteva capire le sue risposte.
Asterotrax era sempre nelle stanze di Ina quando lei non c’era, perché il Conte non voleva vederlo camminare in giro per la Rocca da solo. Il Conte diceva anche che Asterotrax era brutto come un culo peloso e puzzava altrettanto (Ina glielo aveva sentito borbottare più volte ma probabilmente lui non sapeva che lei lo aveva sentito).
«Tu non sei un culo peloso vero?» gli disse prendendogli il muso asimmetrico fra le mani e baciandogli la punta del naso umido, grattandolo sotto i peli ispidi. «Tu sei un cagnotto, l’unico esistente al mondo!»
Asterotrax borbottò qualcosa nella sua lingua da cagnotto e Ina come al solito non capì. Il Conte diceva anche che Asterotrax era stupido, ma se lui riusciva a capire la lingua di Ina e del Conte mentre loro non riuscivano a capire la sua, non erano forse loro gli stupidi?
L’unica volta che aveva provato a fare quella domanda a suo padre era dovuta scappare in camera. Lei una volta aveva anche una madre e si ricordava che quando il Conte le guardava così scappavano sempre in camera insieme, e chiudevano la porta mentre lui rimaneva fuori a urlare. Adesso il Conte non urlava più, non da quando la Contessa era andata via, ma Ina pensava che fosse saggio scappare in camera lo stesso, ogni tanto. Si era spesso chiesta se fosse per quello che sua madre se n’era andata, perché aveva paura di suo padre quando urlava, e forse il Conte non urlava più perché sperava che lei tornasse. Ina non aveva mai avuto il coraggio di chiederlo, ma era sicura che fosse così.
Anche oggi erano saliti fuori, sulla cima della Rocca, e avevano guardato le nuvole. Ina era sicura che sua madre fosse andata lì, ma sapeva che finché fosse salita col Conte lei non si sarebbe fatta vedere. Aveva cercato più volte di uscire da sola, ma i Servifissi l’avevano sempre fermata.
«Asterotrax, vieni!»
Assicuratasi che il Conte non fosse nei paraggi, Ina uscì dalle sue stanze col suo inseparabile amico al seguito. Le sue pantofole producevano un suono soffice sui pavimenti lucidi e spogli, che si intonava bene con il ticchettio delle zampe del cagnotto, che si guardava attorno circospetto, anche lui preoccupato dell’arrivo improvviso del Conte.
Aveva detto a suo padre che avrebbe guardato figure nelle sue stanze, quindi i Servifissi lo sapevano (non sapeva come facesse il Conte a comunicare con loro, visto che non parlavano mai e lei non l’ascoltavano, ma sapeva che era così) e si sarebbero opposti se si fosse fatta vedere mentre cercava di allontanarsi con Asterotrax al seguito. Ma Ina sapeva che i Servifissi erano stupidi ed era bravissima a eluderli, almeno quando non cercava di uscire in cima.
Ina e Asterotrax si divertirono a giocare un po’ nei corridoi delle bocce, erano stretti e illuminati di blu, e nei muri erano incastrate tantissime bocce di vetro. Dentro le bocce c’erano un sacco di cose strane, animali di cui Ina aveva visto le figure, e cose più piccole dalle forme indefinita, che galleggiavano inerti e poi facevano dei movimenti rapidi verso di lei quando si avvicinava. Asterotrax annusava sempre un sacco quando erano lì, probabilmente perché sentiva qualcosa che a Ina sfuggiva col suo naso super-sensibile (un’altra dimostrazione del fatto che Asterotrax era più intelligente di lei).
Dopo un po’ decisero di cambiare aria e finirono nell’infermeria della Rocca. Lì c’erano le Infermiere, che però, a differenza dei Servifissi, non si curavano mai di Ina e Asterotrax quando entravano. Avevano corpi sottili e occhietti gialli, e facevano pochissimo rumore. A Ina piaceva un sacco mettersi dietro di loro e seguirle, perché quando si spostavano emettevano un getto di aria calda da sotto, anche ad Asterotrax piaceva. Lui però doveva stare attento: se si avvicinava troppo le infermiere cercavano di prenderlo e tagliargli via tutto il pelo, una volta gli avevano fatto molto male e Ina era stata costretta a chiamare suo padre perché non riusciva a fermarle da sola. Da quella volta le era stato proibito di entrare in quella stanza, ma lei e Asterotrax adesso sapevano come comportarsi e non era più pericoloso.
Infine scesero nelle fondamenta. Lì c’era poca luce e l’aria era umida e calda. A Ina piaceva un sacco l’aria umida, più che ad Asterotrax, e le piaceva aprire le braccia a occhi chiusi e giocare a nuotarci dentro; non aveva paura di farsi male perché c’era Asterotrax con lei, che la fermava sempre prima che andasse a sbattere. Vagarono per un po’ nel largo ambiente, dove c’era pochissima luce e quella poca derivava dalle luci a muro, rosse e verticali, che erano presenti anche sulle spesse colonne che reggevano il soffitto. Ina vagò finché non raggiunse un angolo più scuro degli altri, dove una finta mattonella dissestata copriva un buco scuro abbastanza grande perché lei ci potesse passare, un buco che portava in un altro mondo.
Ina si girò verso Asterotrax, che era troppo grosso per seguirla, e gli disse: «Aspettami qui, Asterotrax.» Il cagnotto si guardò attorno, poi si adagiò a terra con la coda giù perché non gli piaceva lasciare Ina da sola. «Torno fra poco, va bene?» lo rassicurò. «Tu fai la guardia.»
Detto quello si girò e, senza un briciolo di paura, s’infilò nel cunicolo buio.

Un pensiero riguardo “RACCONTO La figlia del Conte Burun (prima parte)”

  1. Cosa ci sarà dentro il buco scuro in cui si è infilata Ina? Intrigante la prima parte di questo racconto. Ci sono diversi aspetti che mi piacciono: l’ambientazione fantascientifica, presentata un po’ alla volta, la caratterizzazione dei personaggi, la relazione tra il conte Burun e la figlia, il cagnotto Asterotrax, “unico esistente al mondo” e per niente stupido “se riusciva a capire la lingua di Ina e del Conte mentre loro non riuscivano a capire la sua”, l’atmosfera sinistra e la tensione che aumentano di paragrafo in paragrafo e fanno presagire una qualche catastrofe imminente.
    Complimenti all’autore. Resto in attesa della seconda parte.

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