RACCONTO La figlia del Conte Burun (seconda parte)

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Scese nel buio più totale fino a toccare terra, tretasette pioli metallici più in basso (Ina li contava sempre per essere sicura che non cambiassero).
Nel mondo oltre il buco il terreno era duro e irregolare e le pareti erano deformi, piene di fenditure e sporgenze, e spesso erano umide. Non c’era luce, quasi mai, non si sentivano rumori e perfino i Servifissi avevano un aspetto diverso.
Ina, tastando la parete per non cadere, percorse una lunga strada tutta in discesa. Conosceva esattamente il numero di passi da percorrere e si fermò in un punto preciso. Appena più avanti c’era un Servofisso che di solito dormiva, tutto nero per non farsi vedere e intelligente, perché anche se era buio e Ina non aveva in mano niente di luminoso era comunque in grado di vederla. Si mosse lateralmente nell’oscurità fino alla parete opposta, dove c’era un anfratto che l’avrebbe riparata. Poi, rapida, mise un piede avanti e lo ritirò veloce, nascondendosi e restando rannicchiata.
Il Servofisso si svegliò subito e i suoi raggi rossi percorsero da destra a sinistra il cunicolo in cerca di intrusi. Ina rimase dov’era sapendo che in quel punto lui non la poteva vedere e quando le passò davanti ne vide la larga ombra metallica.
Sapeva di avere tempo, il Servofisso ci avrebbe impiegato parecchi minuti per finire di perlustrare il corridoio e Ina si mosse piano per non rischiare di farsi male. Arrivò fino a dove il cunicolo terminava su una spessa porta metallica che non si apriva (sapeva che era spessa perché aveva provato a batterci sopra e aveva sentito un suono molto sordo, sapeva che era una porta perché alla fine di un corridoio c’è sempre una porta). Dal centro della porta, sempre al buio, scivolò lateralmente fino a ritrovare il muro e lo percorse per alcuni passi all’indietro, finché non trovò il passaggio segreto. Dovette strisciare perché di volta in volta il passaggio era più piccolo (la cosa di per sé sarebbe risultata strana, ma Ina sapeva di essere in un altro mondo e l’accettava senza pensieri) ma alla fine sbucò in uno spazio più ampio, molto più ampio, dove si sentiva il rumore di tante gocce d’acqua che cadevano.
Quello che Ina vedeva era l’interno di una grandissima caverna con al centro un grande lago di acqua fredda, alimentato dalle tante piccole goccioline che cadevano costantemente dalle stalattiti del soffitto. Si trattava di una scoperta sensazionale, un modo in cui la natura aveva voluto, nel suo piccolo, prendersi una volta di più gioco dell’uomo che cercava ancora di imbrigliarla e controllarla, nonostante il passato avrebbe dovuto insegnargli altrimenti. Un lago naturale di grandissime dimensioni, proprio sotto le fondamenta di un rifugio costruito apposta per succhiare acqua pulita dai minerali e dalle rocce della montagna, a costo di immensa fatica e sacrifici. Era la grande differenza di temperatura a creare quella condensa: l’estrazione dell’acqua necessariamente non era perfetta e produceva grandi quantità di vapore di scarto che saliva verso l’alto e filtrava attraverso le cavità naturali della roccia e le imperfezioni nelle costruzioni umane, ma che per la maggior parte si condensava a contatto con il soffitto di quella caverna, che si trovava immediatamente sotto le fondamenta della Rocca, dove la temperatura del pavimento era sempre alta poiché lì veniva scaricata l’energia accumulata negli schermi solari che proteggevano l’esterno della costruzione dai raggi UV.
Ina, naturalmente, non sapeva nulla di tutto questo, ma le piaceva un sacco ascoltare il rumore dell’acqua che cadeva.
Seguì la strada che conosceva per scendere e si arrampicò giù per la parete fino al pavimento duro che era una delle sponde del grande lago sotterraneo, sedendosi sul bordo dell’acqua.
Si voltò quando sentì un rumore e anche se dietro era buio pesto e non si vedeva niente si alzò tutta eccitata, lisciandosi gli abiti ormai sporchi.
La cosa che venne avanti, guardinga ma molto più sicura della prima volta che si erano visti, non aveva l’aspetto di un Servofisso e nemmeno di un’Infermiera o di una Tata, non era peloso e non stava su quattro zampe come Asterotrax e non aveva nemmeno la forma dei ragni che si arrampicavano sulle pareti della Rocca e con cui lei non aveva mai potuto fare conoscenza. Era su due gambe come lei, aveva due occhi un naso e una bocca simili ai suoi e aveva i capelli in testa. Aveva anche delle cose che potevano passare per vestiti, nel senso che era capace di metterli e toglierli senza farsi male, camminava e muoveva le braccia come lei e il Conte, e parlava.
Aveva una voce strana, diversa sia da quella di Ina che da quella di suo padre, forse un po’ più simile a quella di lui in effetti, anche se la prima volta che si erano incontrati non l’aveva usata.
«Ciao!» esclamò Ina contenta.
«Sshhh!» le intimò lui portandosi un dito alla bocca (significava che dovevano parlare piano). «Ti ho detto di non parlare così forte.»
«Scusa…» disse Ina imbarazzata, se lo dimenticava sempre. Poi tornando allegra: «Sono dodici giorni che non ci vediamo, mi sei mancato.»
Aveva tenuto la voce abbastanza bassa e l’omotto non la sgridò (omotto era una parola che si era inventata lei, un incrocio fra uomo, come erano lei e il Conte, e cagnotto, che era il suo migliore amico).
«Ti hanno vista?» le chiese lui, come faceva sempre.
«No, non preoccuparti» rispose lei divertita, anche questa una frase detta tutte le volte. «I Servifissi sono stupidi, non mi vedono mai.»
«Bene… sono contento che sei venuta. È vero, è tanto che non ci vediamo.»
Quelle parole le fecero piacere e cercò di avvicinarsi.
«No, ferma» la bloccò lui.
«Scusa.» Ma era troppo presa dal fatto che lui fosse contento di vederla per prendersela di nuovo. «Giochiamo?»
Lui non rispose, come se non avesse capito.
«Possiamo giocare a quello che vuoi» insisté lei. «Io non conosco bene questo posto, non so che giochi si possono fare qui. Se tu venissi a trovarmi alla Rocca potrei mostrarti i miei, ma qui devi decidere tu.»
Lui esitò. «Mi piacerebbe» disse, «venire alla Rocca intendo. Ma lo sai che non potrei mai passare. I tuoi… Serfvifissi mi fermerebbero e mi… rimanderebbero indietro.»
«I Servifissi non sono miei, sono di mio padre il Conte. Ma non ti devi preoccupare di loro, sono stupidi, basta sapere come ingannarli e ti lasciano fare quello che vuoi.»
«E tu… pensi davvero che io potrei seguirti lassù.»
«Ma certo!» esclamò Ina eccitata, ricordandosi poi di abbassare la voce. «Dobbiamo solo stare attenti a non farci vedere dal Conte, lui sì che è intelligente e se ci scopre ci punisce, non vuole che si giochi troppo nella Rocca.» Ci pensò. «Però forse potrei parlargli di te. In fondo ho già Asterotrax e…»
«No!» disse lui, improvvisamente allarmato e senza badare a tenere la voce bassa come diceva sempre di volere da lei. «Non lo devi fare!»
Ina rimase come schiaffeggiata, e soprattutto impaurita: quel tono di voce era lo stesso che usava il Conte quando lo faceva arrabbiare. D’istinto chiuse gli occhi e si accucciò a terra.
«Ehi…. Ehi! Scusami, non volevo trattarti male.»
Si accorse che l’omotto era accanto a lei adesso e le stava parlando con dolcezza, come faceva la mamma quando lei era piccola. Improvvisamente fu imbarazzatissima.
«Mi dispiace, non volevo spaventarti.»
Aveva uno strano odore, per certi versi simile a quello di Asterotrax ma più pungente, più familiare…
«Non mi hai spaventata» disse risoluta alzandosi in piedi, ora che la paura stava scemando si diede della stupida per come si era comportata. Che figuraccia!
«Scusami lo stesso. Però ti prego, non dire nulla al Conte, non voglio che sappia che ci vediamo, se lo sapesse ce lo impedirebbe, ne sono sicuro.»
«Sì, forse hai ragione» ammise Ina. «Non era una buona idea. Tu come ti chiami?»
Lui la guardò. Ina scoprì che le piaceva un sacco guardare i suoi occhi da così vicino, e quell’odore in fondo era buono. «Bubbo…» disse lui un po’ imbarazzato, tastandosi un punto della testa disomogenea, un po’ come quella di Asterotrax…
«Io sono Ina, molto piacere» disse lei gioiosa.
«Ina… che bel nome.»
Quel complimento la sciolse del tutto e si mise a sedere sul pavimento roccioso, sperando che lui si sedesse accanto a lei pronta a fargli un sacco di domande.
«Devo andare» disse dopo un sacco di tempo, «ma la prossima volta ti porto con me alla Rocca, d’accordo?»
Lui le sorrise: «D’accordo.»
«Fra quindici giorni tornerò qui, ti va bene? Preparati perché dovremo evitare i Servifissi, sarà divertente. Mi raccomando non mancare.»
«Non mancherò. E Ina… attenta ai ragni!»
«Non ho paura dei ragni, ma grazie.»
Detto quello si girò, anche se avrebbe tanto voluto poter rimanere lì (e l’avrebbe fatto se non avesse avuto paura di lasciare Asterotrax ancora da solo, se il Conte l’avesse scoperto…), e si avviò per tornare alla Rocca, con un ultimo sguardo al lago su cui l’acqua non aveva smesso di gocciolare.
«Ci vediamo» gli disse non riuscendo a trattenersi, ma quando si girò per salutarlo scoprì che lui non c’era più.

Bubbo si allontanò velocissimo, aveva perso troppo tempo e doveva fare in fretta, altrimenti non sarebbe tornato in tempo al suo posto e gli altri sarebbero stati inceneriti per colpa sua. Non era mai stato così sbadato, non aveva mai perso il conto del tempo così. In fondo era per quello che i Grandi gli affidavano quei compiti: perché lui non sbagliava, perché lui sapeva contare il tempo ed era velocissimo a muoversi. Però questa volta i Grandi avevano sbagliato, o si erano sbagliati… comunque la prima volta non gli avevano detto che avrebbe incontrato una femmina, lui che non aveva ancora trivellato abbastanza da potersi guadagnare di possederne una.
Ina aveva la pelle bianca, quasi come la neve che ogni tanto trovavano incastrata fra le rocce, e trovare neve era un segno di fortuna. Era… non conosceva una parola che potesse descrivere il suo modo di fare: non si arrabbiava, non piangeva, non rimproverava, non cercava di dargli ordini e si preoccupava per lui e lo aveva perfino ringraziato quando le aveva detto di stare attenta. Nella Famiglia non c’era nessuno come lei e lui doveva smettere di pensarci prima di tornare nelle zone pattugliate dagli Occhi Rossi, perché gli Occhi Rossi potevano leggere i tuoi pensieri e decidere di incenerirti sul posto se quello che pensavi non era di loro gradimento. E Bubbo non voleva essere incenerito, almeno finché non l’avesse vista un’altra volta.
Questi pensieri lo avevano accompagnato lungo la salita che lo aveva portato al cunicolo da cui era arrivato, un cunicolo attraverso cui soltanto lui e gli altri piccoli sarebbero potuti passare (e i ragni… mai dimenticarsi dei ragni!). Quello che per Ina sarebbe stato buio pesto, per Bubbo era a malapena penombra, la fluorescenza (anche se lui non sapeva che cosa fosse) delle rocce della caverna illuminava abbastanza da permettergli di orientarsi col solo uso degli occhi.
Sbucò dal soffitto di uno dei corridoi di scavo (gli Occhi Rossi non guardavano mai in alto, quindi non sapevano che c’era quell’apertura) e si calò silenziosamente. Mudo non si girò quando scese, anche se l’aveva sentito, e Bubbo riprese possesso della sua trivella proprio mentre l’Occhio faceva la sua comparsa dall’angolo del tunnel.
Bubbo sapeva di dover occupare la propria mente per sfuggire all’attenzione dell’Occhio. Focalizzò tutti i suoi pensieri sulla roccia che aveva ripreso a incidere, sulla pressione del dito sul meccanismo che azionava la trivella e sui tanti piccoli pistoncini che spingevano le punte a percussione. Pensò alla roccia che piano piano si sgretolava, in profondità dove c’era l’acqua sotto forma di ghiaccio e vapore, immaginò le piccole molecole di scarto salire attraverso le infinitesime crepe e liberarsi nell’aria del tunnel, entrando nelle sue narici e occludendole, piano piano, finché un giorno non fosse arrivato all’età dell’incenerimento, con i capelli bianchi e le braccia cadenti, troppo stanco e per lavorare e quindi inutile.
Sarebbe stato fortunato ad arrivare a quell’età, naturalmente. Era molto più probabile che prima o poi, trivellando, trovasse una sacca di vapore, o che la trovasse qualcuno che trivellava vicino a lui. Il cunicolo sarebbe esploso e li avrebbe seppelliti vivi, tranne quello che aveva trovato la sacca, che sarebbe morto bruciato dalla fuoriuscita (lo aveva visto succedere una volta, quando era più piccolo, e si era salvato solo perché la sacca era piccola e non aveva fatto crollare le pareti).
Aprì gli occhi e si accorse con sollievo che il momento era passato: l’Occhio era passato oltre, assieme ai suoi raggi rossi che scandagliavano ogni angolo, su e giù e poi destra e sinistra in una ripetizione infinita. Solo se avesse scorto qualcosa fuori posto si sarebbe fermato, e allora sarebbero stati guai.
Quando finì il suo turno, Bubbo mollò la trivella e si avviò a passi lenti lungo il cunicolo, nella stessa direzione in cui era andato l’Occhio. Lo seguì in lieve discesa, poi svoltò a sinistra in un altro che andava in leggera salita e poi ancora in un terzo che scendeva. All’angolo del quarto vide dei resti cenerificati e si preoccupò, ma si accorse subito che si trattava di un ragno mutante. Passò oltre e si arrampicò sulla parete di destra, issandosi poi su una stretta sporgenza che lo portò ad un buco da cui, ancora per poco, poteva passare per entrare più velocemente nella Casa.
Mono e Giro lo stavano già aspettando, naturalmente. C’era anche Unghiaccia in un angolo, talmente sporco da sembrare un mutante, e Trivo Quattro e Trivo Sei a fargli la guardia (non erano gemelli né fratelli, erano semplicemente in tanti nella Famiglia a chiamarsi Trivo), e c’erano anche Pasto, Mammola e Crimi.
«Sei andato?» gli domandò Mono.
La Casa era una caverna artificiale di piccole dimensioni, scavata a mano con le trivelle tanto tempo prima dai Nonni dei Nonni dei Nonni e forse ancora più indietro, Bubbo lo aveva dedotto dalle storie che i Grandi raccontavano. C’erano le fosse per dormire e lo spazio per stare in piedi e parlare, a bassa voce perché gli Occhi Rossi potevano sentire, e quello che avrebbero detto di lì a breve nessun Occhio Rosso lo sarebbe mai dovuto venire a sapere.
«Sì» rispose Bubbo cercando di non drizzare troppo la sua giovane schiena per non offendere i Nonni.
«E la cosa è venuta?»
«Non è una cosa, si chiama Ina.» Si accorse troppo tardi di averlo detto e la botta che gli arrivò da Giro fu talmente forte da mandarlo a sbattere contro il muro. «P-perdono Nonno» balbettò per scusarsi, domandandosi come avesse fatto a lasciarsi sfuggire una frase così insolente. Leccò con la lingua il sangue che gli scendeva dalla fronte.
«Racconta.»
Bubbo raccontò nel dettaglio il suo incontro con Ina, cercando di non far capire ai più anziani che la desiderava, perché non gli avrebbero permesso di rivederla. Quando ebbe finito seguì una lunga e accesa discussione fra i capi della Famiglia, Mono e Giro sopra tutti, mentre Bubbo rimaneva in rispettosa attesa.
Alla fine Mono si rivolse di nuovo a lui: «Incontrerai di nuovo la cosa che vive nella Rocca, ti farai accompagnare fino alla Porta e ti farai dire come aprirla.»
«E la devo aprire?»
Una botta ancora più forte di quella di prima gli disse che non era stata la domanda giusta.
«Aprirai la porta, poi verrai e ci chiamerai. Noi entreremo e invaderemo la Rocca che diventerà nostra. E uccideremo le cose che ci abitano dentro.»

Un pensiero riguardo “RACCONTO La figlia del Conte Burun (seconda parte)”

  1. La curiosità, l’ingenuità e la fiducia nel prossimo della figlia del Conte Burun sembra porteranno funeste disgrazie alla Rocca dove padre e figlia vivono. Resto in attesa del proseguo.

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