RACCONTO: La figlia del Conte Burun – parte 3

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«Padre, perché tu ti chiami Conte?»
Erano nella stanza delle tante luci dove suo padre passava la maggior parte del suo tempo, Ina si chiedeva sempre come facesse a non morire di noia. Il conte Burun era in una delle sue giornate migliori quella mattina, tanto che tollerava la presenza di Asterotrax.
«Vuol dire che sono il capo della Rocca» le spiegò paziente.
«Ma perché si dice così?» insisté Ina.
«Perché questo è il nome che mi sono dato quando ho stabilito il nuovo ordine. Ed è il nome che avrai anche tu, quando io non ci sarò più.»
Ina lo guardò meravigliata. «Andrai dalla mamma?»
Sulle labbra del Conte si disegnò, per un attimo, un lievissimo sorriso. Disse semplicemente: «Sì, forse sì.»
«E io posso venire? Solo a salutarla?»
Il Conte tornò serio e la guardò con i suoi occhi penetranti, Ina era indecisa se scappare o rimanere. «Non è ancora il tuo momento, piccola Ina» disse infine suo padre, addolcendosi un pochino. «Verrà, te lo prometto. Ma non ancora.»
Ina se ne andò soddisfatta e allegra: un giorno avrebbe rivisto la mamma e loro due e il papà sarebbero stati di nuovo tutti assieme. Pazienza se c’era da aspettare, Ina nel frattempo avrebbe giocato con i suoi amici, finché non fosse venuto “il suo tempo”.
«Asterotrax, cosa dovevamo fare oggi?» Il cagnotto la guardò e Ina si chinò per pulirgli uno spurgo dall’occhio, come se non fosse stata già tutta la mattina a togliergli le croste. «Sei peggio di un ragno mutante!» lo rimproverò.
E in quel momento le venne in mente: Bubbo! Oggi erano passati quindici giorni da quando gli aveva dato appuntamento e doveva sbrigarsi.
Lei e Asterotrax scesero di nuovo alle fondamenta e alla loro aria umida e ritrovarono l’angolo da cui Ina solitamente scendeva, quello con la mattonella dissestata.
«Aspettami qui, io torno con un amico, vedrai che ti piacerà.»
Il cagnotto la guardò ma non sembrava intenzionato a obbedirle. Mugolava e cercava di tirarle la maglietta.
«Su dai, non fare così. Torno presto te lo prometto.»
Ina riuscì finalmente a convincerlo a mettersi a terra e a fare la guardia, poi prese a scendere in tutta fretta nel buio. Superò agevolmente il Servofisso che faceva la guardia alla porta metallica e prese il cunicolo laterale, arrivando in breve nella grande caverna con il lago.
Lì l’acqua non aveva smesso di gocciolare dalle stalattiti, anche se le sembrava di ricordare che la sponda rocciosa fosse un po’ più larga l’ultima volta.
Dall’alto non vide Bubbo, ma non si scoraggiò e scese con la sua solita agilità. Fatti pochi passi in piano sentì una voce che la chiamava.
«Ina… Ina di qua.»
Si sentì improvvisamente emozionata e si lisciò il vestito. Bubbo l’aspettava in un angolo buio e lei dovette cercarlo col tatto. Lui le prese le mani per guidarla e lei sentì il cuore battere forte forte. Non capiva cosa stava succedendo: si sentiva a metà fra il terrore e la contentezza.
«Scusa, non volevo spaventarti.»
«N-non mi hai spaventata, sono…»
«Vieni, andiamo di qua.»
Ina lo seguì senza pensare, tenendogli la mano.
«Non dovevamo salire alla Rocca?» chiese con poca convinzione.
«Infatti. Si va di qua.»
Ina sapeva che quella non era la strada, ma non riusciva a dire niente. Lei e Bubbo salirono per una parete, anche se lui era molto più agile e molto più veloce e doveva aspettarla, e presero in cunicoli stretti che Ina non conosceva.
«Sei sicuro?» gli chiese.
Bubbo non rispose e lei decise di non insistere, anche se cominciava ad avere un po’ di paura.
All’improvviso Bubbo si fermò. «Non ce la faccio» disse respirando forte.
«Stai male? Cosa succede?»
«Ina ascoltami, ti devo dire una cosa.»
Ina sentì che le mani di lui stavano tremando e per riflesso cominciarono a tremare anche le sue. Avvertì una sensazione strana e sconosciuta che la pervadeva tutta, aveva voglia di toccarlo.
«Devi andartene e non devi più tornare, la Famiglia vuole ucciderti.»
Ina si sentì mancare. Perché voleva mandarla via? Cos’aveva fatto di male?
«Mi senti Ina? Hai capito quello che ho detto?»
«Perché non vuoi stare con me?» disse lei scoppiando a piangere.
Le gambe non la ressero e cadde. Bubbo fu subito in ginocchio accanto a lei, col suo strano odore che l’attirava sempre più forte.
«Ina… vogliono ucciderti, te e tuo padre, hai capito?» disse lui con la voce alterata.
«E cosa vuol dire?» chiese Ina fra i singhiozzi. «A me non interessa io voglio stare qui e giocare con te. Perché non mi vuoi?»
In quel momento sentirono entrambi un rumore e Bubbo si alzò di scatto. Rimase fermo e si vedeva che cercava di non fare rumore, ma il suo respiro era pesantissimo e tremava tutto. Poi la prese per mano: «Vvieni, ti riporto alla caverna. Sbrigati.»
Ma Ina si divincolò dalla sua presa. «Non voglio andare alla caverna, voglio stare qui.»
«Ina.»
«Lasciami!»
Ina si divincolò e si mise a correre. Bubbo la seguì ma lei trovò un pertugio attraverso cui lui non riusciva a passare e poté sfuggirgli. Sbucò in un ambiente quasi completamente buio, sola, e si inginocchiò per terra piangendo. Non era andata come si era aspettata e quello che le faceva più male era il fatto che Bubbo avesse cercato di mandarla via, facendole capire che la sua presenza non gli era più gradita.
Sentì un movimento e capì che Bubbo l’aveva ritrovata.
«Lasciami stare!» disse senza alzare la testa.
Il rumore però le sembrava strano, come di tante piccole gambe che si muovevano tutte assieme, invece di un passo cadenzato. Alzò lo sguardo e si trovò davanti un gigantesco ragno mutante, con le sue otto zampe pelose e i suoi sei occhi tutti vicini che la guardavano freddi.
Seppe di essere in pericolo. Non era come vederli attraverso il vetro della finestra, alla luce del sole che li faceva fumare in quel modo divertente che lei si era sempre divertita a guardare, questa cosa le faceva una grandissima paura. Cercò di allontanarsi ma il ragno si mosse velocissimo. Si sentì stringere un piede e fu trascinata indietro.
Urlò terrorizzata sbattendo le gambe e chiamò sia Bubbo che suo padre, ma non le rispose nessuno e le zampe del ragno cominciarono a farle male. Poi un’ombra si abbatté ringhiando sulla creatura. Asterotrax e il ragno si azzuffarono davanti agli occhi terrorizzati di Ina, che ora era libera ma non pensava affatto alla fuga. Il ragno emise dei viscidi versi di rabbia e dalla bocca gli uscì una bava bianca, Ina sentì un guaito.
«Asterotrax stai attento!» gridò disperata.
Asterotrax ringhiava e abbaiava mentre il ragno gli si faceva sopra e iniziava a muovergli rapidamente le zampe attorno al corpo mentre lui tentava ancora di mordere e di graffiare.
Ina vide il suo amico in pericolo e urlò al ragno di lasciarlo stare, dimentica della paura, ma quello non mollava la presa e ormai del cagnotto rimaneva solo un bozzolo indistinto che si dimenava ferocemente ma senza riuscire a liberarsi. Poi il ragno cominciò a trascinarlo via e Ina gridò ancora, questa volta sentendo una voce molto più forte uscirle dalla bocca, quasi non fosse la sua.
Il ragno fu colpito violentemente alla testa da un sasso e sibilò il suo disappunto, ma non era stata Ina a tirarlo. All’improvviso altre figure apparvero dal nulla, urlando e attaccando la bestia tutti insieme. Le spezzarono le gambe e le batterono il corpo finché un colpo non la centrò proprio in mezzo agli occhi, che esplosero in uno schizzo di pus. Ci vollero parecchi istanti perché il corpo smettesse di agitarsi, ma alla fine tornò il silenzio.
Qualcuno raggiunse Ina e le si parò davanti, era Bubbo. I suoi amici liberarono Asterotrax, che una volta fuori dal bozzolo andò ad affondare il musone asimmetrico in grembo alla sua amica, mugolando e leccandosi via gli ultimi rimasugli della bava del ragno. Ina era così felice e così spaventata che lo abbracciò forte e pianse fra i suoi peli ispidi e sozzi.
Quando si riprese, almeno un pochino, si guardò attorno e trovò un gruppo di individui, tutti omotti a giudicare dalle fattezze, che la guardavano in silenzio. Uno le venne vicino, era più basso di Bubbo ma era grosso, quasi quando il Conte, e allungò un braccio tozzo verso il suo viso, solo per saltare indietro quando Asterotrax ringhiò e cercò di morderlo. L’omottone sembrò volerci riprovare, poi gli altri lo trattennero e insieme cominciarono una fitta discussione di cui Ina non capiva una parola.
«Cosa dicono i tuoi amici?» chiese a Bubbo che era in piedi accanto a lei.
«Stanno decidendo cosa fare.»
«Tu non vai?»
«Io non sono abbastanza Grande per partecipare.»
«Grazie» disse abbracciandogli la gamba, sentendo che era magra e robusta. «Puoi dirlo anche agli altri: grazie per aver salvato me e Asterotrax.»
Bubbo però non rispose, sembrava concentrato su quello che dicevano i suoi amici più grossi. Ina si chiese perché non gli permettessero di partecipare alla conversazione se tanto gli permettevano di sentirla.
Alla fine quello che le si era avvicinato per primo disse qualcosa a Bubbo e lui poi parlò a Ina, con un tono di voce che esprimeva un grande sollievo.
«Questo è Mono» le spiegò emozionato, «la Famiglia ha deciso di non ucciderti.» Ina suppose di dover dire grazie, ma non ne ebbe il tempo. «Vorrebbero poter parlare con il Conte, credono che ora che ti hanno aiutata lui li vorrà incontrare. Chiedono se sei disposta ad aiutarci.»
«A mio padre di solito non piacciono i miei amici» disse Ina accarezzando la fronte di Asterotrax, che ora si era calmato e si era adagiato col testone sulle sue ginocchia. «Lui sopporta Asterotrax perché glielo chiedo io, ma se vedesse tutti voi non so…»
«Mono e gli altri sono sicuri che sapendo che ti abbiamo salvata per questa volta accetterà di vederci» insisté Bubbo senza scomporsi, poi si chinò per parlarle all’orecchio. «Ti prometto che poi ci vedremo per giocare tutte le volte che vorrai, ma ora abbiamo bisogno del tuo aiuto.»
«Che cosa devo fare?»
«Aprire la Porta.»
«Quale porta? Io non conosco nessuna porta» protestò Ina.
Bubbo disse questo a Mono e agli altri.
«Dicono che la Porta si aprirà per te, ne sono sicuri. Non dovrai fare niente.»
Ina ci pensò. Suo padre non sarebbe stato felice di vederla arrivare con tutti quegli omotti al seguito, in effetti non sarebbe stato felice di vederla arrivare da lì sotto in generale, l’avrebbe punita di sicuro. Però questi omotti l’avevano aiutata, avevano salvato lei e Asterotrax dal ragno mutante cattivo, e ora volevano in cambio il suo aiuto. Sua madre le aveva insegnato che bisogna sempre ricambiare un favore per mantenere gli amici.
«D’accordo.»
«Grazie Ina» disse Bubbo con evidente sollievo. E poi parlandole all’orecchio «Ti voglio bene.»
Il gruppo si mise in cammino e in breve tempo la strada che imboccarono li portò tutti davanti a un grande muro di metallo che sbarrava la strada. A Ina sembrava di riconoscerlo ma non capiva come avessero fatto a raggiungerlo, e dov’era il Servofisso che lei si divertiva sempre a evitare?
«Qui siamo dall’altra parte» le spiegò Bubbo.
«Quindi è questa la Porta di cui parlavi?» chiese incredula Ina.
«Sì, proprio così. Vedi quei piccoli occhi?» Le indicò due coppie di puntini rossi appena visibili ai lati. «Se noi ci avviciniamo veniamo inceneriti all’istante, ma per te la Porta si aprirà, così dice Giro e io gli credo.»
Giro era quello che aveva convinto Mono a non… non ricordava la parola. Ina disse ad Asterotrax di rimanere seduto e lui obbedì, quindi avanzò lentamente verso quei piccoli occhietti rossi. Quando ebbe fatto pochi passi gli occhi si svegliarono e le puntarono addosso dei raggi simili a quelli dei Servifissi, emettendo dei brevi suoni acuti. Ina aveva paura, ma cercò di non farlo vedere, non ai Servifissi! Quando l’esame terminò ci fu silenzio, tanto che Ina sentì i respiri degli omotti dietro di lei, poi con un rumore assordante il muro di metallo, la Porta, scivolò rapida verso l’alto e scomparve.
Oltre era quasi buio completo, ma Ina riconobbe ugualmente la salita che l’avrebbe riportata alla Rocca e si meravigliò di esserci arrivata da questa parte. Mono avanzò guardingo fino a lei e le mise una mano sulla spalla (sembrava fatta di pietra, la mano), poi con l’altra estrasse uno strano aggeggio, che sembrava quasi la mano di un Servofisso.
«Andiamo» disse.
Gli omotti avanzarono tutti assieme, con Ina e Mono davanti a tutti e la mano dell’anziano sempre ferma sulla spalla della bambina. Salirono lentamente, guardandosi attorno come se temessero che i muri potessero saltar loro addosso, tanto che Ina cominciò a divertirsi. Poi, quando la galleria stava per finire e Ina stava per mostrar loro il passaggio che conosceva, si accese una luce.
Gli omotti saltarono tutti indietro, tranne Mono che rimase al finaco di Ina, stringendo la presa tanto che le fece male. La luce, di un viola intenso, illuminava un vano cilindrico che le ricordava la Rocca, le pareti erano fatte di lamiere e al centro c’era un gradino rotondo. Il gruppetto avanzò, gli omotti sempre più cauti, Ina sempre più curiosa, tanto che Mono dovette trattenerla a forza e farle di nuovo male. Quando tutti furono nel cerchio di luce le lamiere dei muri scivolarono rapidamente con un rumore grattante e si chiusero alle loro spalle con un botto.
Tutti saltarono sul posto, anche Ina, e i più si precipitarono ai muri e presero a spingerli e a battere con i pugni urlando cose che Ina non comprese. Mono si girò prima verso di lei (aveva una faccia che le ricordava stranamente il Conte, gli stessi occhi penetranti, ma era molto più brutto) e poi verso quello che doveva essere Giro e i due presero a urlarsi contro. Poi una voce li bloccò tutti quanti.
«Ina! Che cosa stai facendo??»
Ina si sentì rimpicciolire. Era un sacco di tempo che il Conte non usava quella voce con lei, così tanto che credeva di averla dimenticata. Però non voleva fare una figuraccia con i suoi nuovi amici e decise di mostrarsi risoluta anche se aveva un sacco di paura.
«Ho portato con me degli amici, padre» disse, e le sembrò che la sua voce fosse abbastanza frema. «Mi hanno salvata da un ragno mutante che voleva mangiarmi, possono restare?»
Il silenzio che seguì fu pesante, tanto che Ina decise che era il momento di aggiungere qualcosa, una frase speciale che le aveva insegnato la mamma prima di andare via e che serviva a rabbonire il Conte. «Per piacere.»
Ancora silenzio, poi una delle lamiere scivolò verso l’alto abbastanza perché una piccola come lei ci potesse passare sotto. La voce del Conte si udì di nuovo: «Ina, esci. Vai nelle tue stanze.»
Ina era talmente sollevata che stava per dimenticarsi degli altri. «E i miei amici?» chiese cercando di nascondere il sollievo.
«Parlerò con loro» disse il Conte, «ora vai.»
«E Asterotrax?»
Ci fu una pausa. «Asterotrax può venire con te.»
Ina sapeva di non poter fare altro e di aver ottenuto il massimo possibile. Si girò di nuovo a guardare Bubbo e lo salutò con la mano. «Ci vediamo presto, cercate di non farlo arrabbiare.» Detto quello se ne andò.
Percorse una strada che non conosceva ma che la portò dritta nelle sue stanze. Lì l’aspettavano tre Tate, due per lei e una per Asterotrax. Ora che era tornata si sentiva stanchissima, tanto da non riuscire a reggersi in piedi: aveva una gran voglia di dormire. Fu lavata e rivestita dalle Tate che con le loro sei braccia la ebbero sotto le coperte in un battibaleno. Ina si lavava e vestiva da sola da un pezzo ormai, ma questa volta pensò che l’eccezione fosse giustificata.
Con la testa adagiata sul cuscino chiuse gli occhi e una delle due Tate le si adagiò sulla fronte per conciliarle il sonno. Fece sogni che non aveva mai fatto in cui vide cose che fino ad allora le erano solo state raccontate, dal Conte e dalla mamma. Vide un mondo dove c’erano tantissime persone e tantissimi animali, ma nessun ragno mutante e nessun cagnotto. Seppe che a quel mondo era successa una cosa molto brutta e che era colpa delle persone. Fu grata di essere una delle poche ad essersela cavata…

Il conte Burun osservò Ina che usciva seguita da quel cagnaccio orripilante e sospirò di sollievo mentre la paratia si richiudeva alle sue spalle. Questa volta l’aveva fatto sudare freddo, non era mai stato così spaventato. Come aveva fatto a non accorgersi che la ragazzina aveva trovato una falla nella pavimentazione delle fondamenta? Possibile che i droni Sentinella non l’avessero vista? E come aveva passato i cancelli meccanici che isolavano la Rocca? I cavernicoli l’avevano trovata e per fortuna non le avevano fatto del male, probabilmente sperando che riconsegnandola viva avrebbero potuto ottenere qualcosa.
Osservò i monitor che mostravano le stanze di sua figlia. I tre droni Tata si stavano prendendo cura di lei e di Asterotrax e le stavano somministrando l’anestetico e il neurosoppressore, non avrebbe ricordato nulla per fortuna, qualunque cosa le fosse successa laggiù. Il cane mutante abbaiava inferocito e al Conte, in fondo, dispiaceva quello che stava per fare, ma ormai la bestia aveva svolto la sua funzione e non era più necessario: Ina era cresciuta e non aveva più bisogno di lui. Inserì i comandi con fare quasi distratto e la Tata che lo tratteneva gli iniettò le tossine, Ina non ne avrebbe avuto memoria e perciò non ne avrebbe sofferto.
Il Conte riportò la sua attenzione sui poveri malcapitati che occupavano quella vecchia camera di decompressione.
Quello che sembrava il più anziano di tutti stava dicendo qualcosa guardando una delle paratie ma il Conte non poteva capire. Il modo di parlare di quegli uomini era cambiato così tanto che non sembravano più esseri umani.
Come capitava a volte, gli sembrò quasi che i droni si fossero attivati un attimo prima che lui sfiorasse il pannello col dito, era abituato ormai a quella sensazione ma ogni tanto se ne stupiva lo stesso. Osservò il tutto seduto sulla comoda poltrona da cui poteva facilmente azionare i comandi che controllavano l’intera Rocca e guardò i futili tentativi dei cavernicoli di salvarsi la vita. Alcuni cercarono di scappare attraverso le solide paratie, altri di contrattaccare con piccoli sassi o randelli di fortuna mentre le scariche dei droni friggevano i loro cervelli producendo silenziosi sbuffi di fumo. Il più anziano in qualche modo era riuscito a procurarsi il braccio di un drone sotterraneo e cercava inutilmente di azionarne il meccanismo che sparava il raggio laser. Il Conte non provò piacere nell’osservare quella carneficina, la guardò con semplice distacco. Capitava che i cavernicoli cercassero di raggiungere la Rocca: era l’eterna falla dell’essere umano quella che lo spingeva a non rispettare l’ordine prestabilito, a costo della propria incolumità e di quella degli altri. Solo alcuni, purtroppo, avevano avuto il privilegio di imparare dagli errori del passato, ma grazie a loro era nato un nuovo ordine e quell’ordine andava mantenuto, per il bene dell’umanità tutta.
Quando ebbero terminato, i droni Sentinella si ritirarono, lasciando il posto ai più vecchi ma ancora efficaci droni Infermiera, che trascinarono via i cadaveri per compostarli ed estrarre la loro acqua. Prima di alzarsi però, Burun si accorse che uno dei cavernicoli respirava ancora, era quello più giovane e sarebbe rimasto vivo ancora per poco a giudicare dall’aspetto, ma il Conte si chiese comunque come fosse possibile che i droni non se ne fossero accorti. Ripensò a Ina e a come era sgattaiolata via senza che lui lo sapesse o fosse allertato, anche quella era una falla nei sistemi della Rocca e ben più grave.
Si guardò attorno come colto da una nuova consapevolezza, che gli faceva dubitare di tutto ciò che vedeva, tutti i pannelli di comando e gli schermi di cui si era sempre fidato e che aveva con tanta pazienza mantenuto e riparato in tutti quegli anni avevano un aspetto diverso, più… umano.
Improvvisamente capì tutto, ricordò tutto, cercò di fare qualcosa…
Le Infermiere si stavano avvicinando al ragazzo che era sopravvissuto, erano in tre e con loro c’era anche un drone Tata. Burun raggiunse il pannello comandi ma i tasti non gli risposero. Ina…
Capì quello che aveva fatto mandandola nelle sue stanze e cancellandole la memoria, capì cosa aveva fatto uccidendo il suo unico amico, soprattutto capì che era successo di nuovo e che di nuovo lui aveva capito troppo tardi.
Il corpo del giovane fu trascinato via e scomparve dallo schermo, che divenne nero, per la prima volta. Bloccato sulla poltrona il Conte cercò almeno di ricordare il suo nome, quello vero, quello che aveva avuto prima che tutto questo cominciasse prima che… ma il sonno lo prese prima che ci riuscisse e ancora una volta si addormentò, ancora sconfitto, per l’ultima volta.

Il conte Burun accarezzava dolcemente la testa della sua figlioletta, Mela. Si era fatta male cadendo per rincorrere quel mostruoso gatto mutante che sua madre Ina aveva insistito per farle tenere. Guardare quel gatto gli metteva contemporaneamente rabbia e tristezza. Tristezza perché gli ricordava sempre la donna che aveva amato e poi perso al crudele destino, rabbia perché quell’orribile creatura sembrava essere l’unica cosa rimasta di lei, oltre alla piccola Mela, e sembrava quasi che la bestiaccia si divertisse a farsi beffe di lui per questo. Ma Mela ne era follemente innamorata e portarglielo via sarebbe equivalso a ucciderla.
“Prenditi cura di lei Bubbo, fa in modo che non soffra. È la nostra piccola bambina.” Erano state le ultime parole di sua moglie, le ultime sane prima che la degenerazione fosse totale.
“Ina… so che tu non avresti approvato questi pensieri. Ma l’ordine delle cose va mantenuto ad ogni costo, lo sapevi bene anche tu.”
Mela era una bambina vivace e dispettosa e il Conte aveva faticato a crescerla da solo. Nonostante i droni Tata fossero molto efficienti, una bambina aveva bisogno soprattutto del calore di una madre e questo a lei era stato negato fin da piccola. Spesso voleva essere portata in cima alla Rocca, da dove, protetti dallo schermo solare, potevano vedere le nuvole bianche che coprivano le valli, più in basso, dove l’aria era ancora contaminata e l’acqua acida e corrosiva. Mela gli chiedeva cosa c’era su quelle nuvole e dove portassero, se la mamma fosse andata via per quella strada e perché? Il Conte rispondeva che non lo sapeva ma che un giorno sicuramente lo avrebbero capito, e allora forse avrebbero potuto raggiungerla.
Alzò la testa e vide un enorme ragno mutante, grande tre volte lui, oltre la vetrata rinforzata che dava all’esterno, ma passò un attimo e un drone Pilota lo abbatté col raggio inceneritore. Per fortuna Mela non aveva visto niente, i ragni la spaventavano a morte.
Più tardi il Conte entrò nella sala comandi e si diede ai suoi controlli giornalieri. Tutti i droni sembravano a posto e nelle cave nulla era cambiato, non c’erano stati nuovi allagamenti. Le analisi dicevano che quell’acqua era contaminata, anche se il Conte non capiva da dove arrivasse, ed era necessario tenerla lontana dai cunicoli ancora percorribili.
«Devo trovare un modo per farla uscire» si disse non per la prima volta.
Ma non aveva dei droni in grado di scavare un buco nella montagna ed era impensabile ordinare ai cavernicoli di farlo con le trivelle. Una soluzione c’era di certo, ma lui non l’aveva ancora trovata e questo lo frustrava. C’erano poi quei ragni, che diventavano, a suo parere, sempre più grandi e arditi, ormai non passava giorno che uno o più non venissero abbattuti dai droni Pilota all’esterno.
«Non c’è fretta» si disse, anche questo non per la prima volta. «Devo solo avere pazienza, una soluzione c’è sempre, a tutti i problemi, basta avere pazienza.»
Un drone Infermiera passò appena fuori dalla sala comandi, la cui porta rimaneva sempre aperta. Burun ebbe una sensazione strana, ma gli passò subito e si rimise a lavorare.

Un pensiero riguardo “RACCONTO: La figlia del Conte Burun – parte 3”

  1. La tensione va crescendo di pari passo con la curiosità . Il finale è a sorpresa e ci lascia l’amaro in bocca, che mondo inquietante!
    Il racconto è intrigante e ben architettato. Complimenti all’autore 😊

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