RECENSIONE Jonathan Stroud, quando i cattivi sono i migliori

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Bartimeus

Come per Geralt di Rivia (ne parlo qui), anche Bartimeus è un esempio di “personaggio che fa la storia”, con una piccola differenza: è un demone, quindi in teoria uno dei cattivi per definizione.
Solo che i demoni di Jon Stroud sono un po’ atipici, perché l’unica cosa che desiderano o desidererebbero, se gli umani li lasciassero in pace, sarebbe quella di farsi gli stramaledetti fatti propri.
E invece no, perché per mantenere il potere i Maghi hanno bisogno di loro, e se è così dai tempi dell’antica Mesopotamia e di re Gilgamesh, figuriamoci nella Londra moderna.

Quando il piccolo Nathaniel decide di farla pagare al suo maestro, il quale rifiuta di dargli gli insegnamenti che gli spetterebbero, e prende l’iniziativa di evocare, in gran segreto, non un folletto o un poco più pericoloso foilot ma un vero e proprio jinn sciagura vuole che la sua scelta, ponderata e riponderata alla luce del meticoloso studio di numerosi tomi e almanacchi, ricada proprio sul povero Bartimeus.

Quindi la nuvola soffusa si compattò a formare una spessa colonna di fumo da cui proruppero spire sottili, che prima di ritrarsi lambirono l’aria come tante lingue. La colonna rimase sospesa sopra il pentacolo, ribollendo contro il soffitto come il fumo di un vulcano in eruzione. Per un momento quasi impercettibile non accadde nulla. Poi dentro al fumo si materializzarono due occhi gialli e penetranti.
Ehi, era la sua prima volta. Volevo mettergli un po’ di strizza!

Il personaggio ti prende subito.

Stroud lo ha creato in modo perfetto: è pieno di sé e se ne vanta in continuazione ma non è un idiota, quindi ti ci puoi immedesimare facilmente, e il modo in cui vengono descritte le sue avventure e i suoi incontri ravvicinati con esseri umani e altri demoni ha quello stile a metà strada tra il serioso e il tragicomico che non ti fa staccare un attimo gli occhi dalle pagine.

Mi sentii a disagio. Lui invece non sembrava affatto stupito di veder entrare di corsa nella sua cucina un ragazzino egiziano. Gli diedi una controllata su tutti i livelli. Dal primo al sesto era esattamente lo stesso, un cuoco corpulento con indosso un grembiule bianco. Ma sul settimo…
Ahi…
«Bartimeus.»
«Faquarl.»
«Come va?»
«Non c’è male.»
«È un po’ che non ti si vede in giro.»
«Già. Infatti. Così pare.»
«Peccato, no?»
«Sì. Beh… e ora eccomi qua.»
«Eccoti qua, è vero.»
Nel corso di questa conversazione affascinante, dall’altro lato della porta giungeva il rumore di una fitta gragnola di Deflagrazioni. Ma il mio Sigillo teneva duro. Feci il sorriso più educato di cui ero capace.

Il vero genio di questo personaggio, a mio avviso, sta nel fatto che è sostanzialmente (come dicevo nel titolo) uno dei cattivi.

I demoni, se potessero, mangerebbero gli esseri umani a interi bocconi. Li odiano per il fatto stesso che osino evocarli dal luogo dove risiedono e li costringano a manifestarsi nel mondo reale, naturalmente soggiogati al volere del mago e costretti a eseguire ogni suo capriccio. Naturalmente questo porta a delle fortissime rivalità, perché spesso i demoni vengono costretti loro malgrado a combattersi (anche alla morte), quando le loro essenze, in quello che loro chiamano l’Altro Luogo, sarebbero in realtà una cosa sola.
Bartimeus, a dire il vero, è un non violento, di quei demoni che tenderebbero a tollerare gli esseri umani più che a combatterli, se venisse lasciato in pace. E questo per via della sua storia personale, che nel corso dei tre romanzi che compongono la trilogia viene piano piano svelata e rivela il suo lato sostanzialmente sentimentale, per quanto irrimediabilmente cinico.

Se avessi saputo il nome del giovane apprendista avrei malignamente preso le sue sembianze, giusto per lasciare a Simon Lovelace un piccolo indizio quando si fosse messo sulle tracce del ladro. Ma senza il nome non avevo alcun appiglio. Così diventai un ragazzo che conoscevo una volta, a cui ero affezionato. Le sue ceneri erano state affidate al Nilo da lungo tempo, e a me piaceva ricordarlo in quella maniera. Aveva la pelle mora e gli occhi grandi, e indossava una tunica bianca. Si guardò intorno in quel suo modo particolare, con la testa leggermente inclinata di lato.

La coppa del torneo di freccette

Va poi detto che Stroud è un fenomeno nella descrizione dei combattimenti.

Qualunque autore di fantasy, il sottoscritto compreso, si imbatte inevitabilmente nel dilemma di dover descrivere a parole, nel modo più realistico possibile, uno scontro diretto fra due o più personaggi: è inevitabile, una pietra miliare del genere.
Per quanto ci si sforzi, spesso anche allo spasmo, di essere originali e di uscire dai cliché esisteranno sempre dei capisaldi irrinunciabili. Che si tratti di draghi in volo o semplici cavalieri in armatura che se le danno di santa ragione l’obbiettivo non cambia: si deve fare di tutto per emozionare il lettore con uno scontro memorabile, specialmente se si tratta di un momento cardine della trama, magari addirittura la sfida definitiva contro l’antagonista; e gli elementi da mescolare insieme sono tantissimi. Dai fendenti e le stoccate, che non possono mai essere esageratamente eroici perché sennò “non sono credibili” ma nemmeno troppo scontati altrimenti “che palle, è sempre la stessa menata”, alle fantasiose descrizioni di mirabolanti incantesimi fatte di fuochi che ardono più del sole, oscurità più nere della notte, acciai che brillano come argento… in qualche modo è obbligatorio catturare l’attenzione; passando nel frattempo per tutte la varie gamme di espressioni facciali, smorfie di circostanza e intensi sguardi di varia natura e significato che accompagnano i personaggi ingaggiati nella mortal tenzone.
Alla fine, in un modo o nell’altro e con una grande variabilità nei risultati, tutti ci dobbiamo riuscire.

Ecco… lui ci riesce così:

Ognuno di noi aveva una lancia fatta in casa, completa del suo oggetto d’argento. L’uccello aveva appeso alla sua stanga la coppa di un torneo di freccette, mentre l’orangutan, che aveva trascorso minuti infruttuosi a cercare di tenere in equilibrio un grande vassoio sulla punta della sua, alla fine aveva optato per un porta-toast. Li avevo rapidamente istruiti entrambi sulla tattica e ci eravamo avvicinati allo scheletro come tre cani pastori che placcano un ariete ostinato.

Honorius vide per primo l’uccello. Un altro vibrante maglio di forza partì, gli passò tra le gambe arcuate e vaporizzò un gabinetto pubblico. Nel frattempo si avvicinò a razzo l’orangutan e gli piantò il porta-toast tra le scapole. Un getto di scintille verdastre, un odore di stoffa bruciata; lo scheletro saltò in alto nell’aria. Ricadde a terra con un grido penetrante e rimbalzò via verso la strada evitando solo per un pelo il fendente in arrivo dal mio boccale.
«Ahh! Traditori!» Il successivo attacco di Honorius passò di striscio accanto all’orecchio del gargoyle; ma mentre lui si sforzava di tenere sotto tiro la mia figura in fuga, l’uccello si avvicinò di soppiatto e gli solleticò la gamba ossuta con la coppa del torneo di freccette. Mentre si voltava per affrontare questo nuovo pericolo, tornò all’attacco il porta-toast.

Sono forse esempi che non rendono del tutto se estrapolati dal loro contesto, ma è giusto per dare un’idea dello stile. E anche del modo in cui in questi libri, molto più che in saghe di gran lunga più gettonate (Harry Potter in testa), l’elemento mondano e moderno (città fatte di strade, negozi e macchine) si fondano quasi alla perfezione con l’elemento magico.

Nella trilogia di Bartimeus non c’è bisogno di immaginare una realtà parallela, diversa e incompatibile con la nostra, in cui esistono i maghi e i demoni, perché i demoni si trasformano in piccioni e si appollaiano sulle grondaie per spiare i nemici dei loro padroni mentre le loro Deflagrazioni fanno saltare gli antifurto delle macchine; i Maghi usano il telefoni, e l’automobile per spostarsi.
La storia e l’ambientazione sono, in pratica, abbastanza ben congegnate da non aver bisogno di escamotage.

Avvertenze prima dell’uso

A onore del vero io mi sono avvicinato a questa trilogia in modo particolare: partendo dal libro di mezzo. Ed è stato un bene.

Il primo dei tre, l’Amuleto di Samarcanda, per quanto narri una storia avvincente risente di quel difetto che grava su molte storie di questo tipo: è leggermente noioso nelle prime parti, quelle in cui l’autore si sente in dovere di spiegarci con calma come funziona il mondo che ha immaginato e di renderci edotti, con dovizia di particolari, sulle origini del protagonista. C’è dell’azione nelle primissime pagine, poi per rivederne dell’altra bisogna arrivare a metà del libro, e questo potrebbe scoraggiare il lettore meno paziente. Anche se, va detto, il premio vale l’attesa.

L’Occhio del Golem invece inizia dando già molte cose per scontate, anche se in realtà quelle poche spiegazioni che vengono date (probabilmente per rinfrescare la memoria a chi aveva già letto il primo) sono in realtà più che sufficienti a farci capire di cosa si sta parlando, senza andare troppo per le lunghe. Quindi potrebbe essere effettivamente il libro giusto da cui partire.

Sull’ultimo dei tre, La Porta di Tolomeo, non c’è davvero niente da aggiungere.

Ero una colonna di sabbia vorticante, una forma molto di moda a quei tempi. La mia voce tuonava come l’eco di una slavina in una gola montana. «Pronuncia il tuo desiderio, mortale.»
«Jinn» disse lui. «Rispondi alla mia domanda.»
La sabbia vorticò più veloce. «Io possiedo i segreti della terra e i misteri dell’aria; possiedo la chiave per la mente delle donne. Che cosa desideri? Parla.»
«Che cos’è l’essenza?»
«Eh?»
«La tua sostanza. Che cos’è esattamente? Come funziona?»
«Beh, ecco…»
«E l’Altro Luogo, racconta. Lì il tempo è sincrono con il nostro? … »
«Ehm…»
In breve, Tolomeo era interessato a noi. I jinn.

Un pensiero riguardo “RECENSIONE Jonathan Stroud, quando i cattivi sono i migliori”

  1. Molto interessante! Mai letto niente di Jonathan Stroud, ma sono tentata davvero. Mi piace la vena tragicomica, l’ambientazione moderna e poi i combattimenti a colpi di coppe da torneo di freccette e porta toast mi suonano originali e irriverenti. Un mondo tutto da scoprire quello del fantasy, grazie Davide.

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