RACCONTO: La teiera del mago Azbugudund – parte 2

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Gli ospiti cominciarono ad arrivare nel tardo pomeriggio e il mago Azbugudund li accolse sulla porta di fronte allo sfarzoso e luccicoso giardino, sussurrando una formula magica per accendere il gioco di luci.
Per primi arrivarono i meno abbienti, tutte persone con cui Azbugudund non aveva comunque mai potuto parlare.
«Asmeriatarf!» salutò quando il primo entrò dal cancelletto, aprendolo con la mano.
L’ospite fece qualche passo sull’erba soffice e si guardò attorno con evidente imbarazzo, probabilmente perché non pensava di essere il primo. Azbugudund gli andò incontro perché non si sentisse spaesato e lo condusse verso i tavolini dove c’erano le pietanze e gli aperitivi, raccontandogli con dovizia di particolari dei suoi preparativi perché non si annoiasse e mormorando una formula magica senza farsi sentire per fare in modo che il cancelletto d’ora in avanti si aprisse da solo.
I successivi due ospiti arrivarono mentre Azbugudund stava ancora facendo accomodare Asmeriatarf e dovette salutarli in ritardo, ma per fortuna non sembrarono infastiditi e si accomodarono da soli attaccando le pietanze con voglia.
Poco a poco cominciarono ad arrivare tutti i Maghi che aveva invitato e Azbugudund faticava a tenere il passo.
«Astratacox! Peldrinocit! Mautemertecot!»
Non finivano più di arrivare e Azbugudund si chiese quanti inviti avesse fatto. Presto nel giardino furono stretti ma non essendo ancora arrivati i più alti dignitari non voleva mandare gli altri sulla terrazza.
Si accorse improvvisamente che le pietanze sui tavoli stavano finendo e usò le formule magiche per riempire di nuovo i piatti, anche se notò che non tutti avevano gradito, forse aspettandosi che arrivasse qualcosa di diverso dal cibo precedente. Si diede dello sciocco per non averci pensato e stava per correre ai ripari, ma in quel momento arrivarono Astatatart e Iancastrucord e lui dovette correre a riceverli, portandoli su per la scala bianca fino alla terrazza che aveva predisposto con altre pietanze.
Azbugudund pensò che sarebbe stato utile avere lì il suo amico Asgaugafort per aiutarlo con gli invitati, poi si ricordò di non averlo invitato perché non aveva spazio.
Nonostante tutto però il Salotto proseguì. L’aria echeggiava delle formule magiche degli invitati che evidentemente si stavano divertendo e Azbugudund era fiero di sé e molto contento.
«Oooooooz-gaz-moz-tuz.»
«Iii-ghi-ghi-ghi-ghi-ghi-ghiiii»
«Aaaaa-ga-ga-gu-gu-go-go.»
Venne poi l’ora de tè e i maghi, ancora formuleggiando in allegria, si riunirono attorno ai tavoli chiedendo a gran voce di poter vedere la famosa teiera del mago Azbugudund.
Azbugudund si sentì ingrassare di quattro chili dalla gioia, non si aspettava che la sua teiera magica fosse nota a così tanti alti dignitari. Stava per andare a prenderla per dare a tutti una dimostrazione delle sue capacità quando notò che vicino al cancelletto d’ingresso, tenendosi in disparte e guardandosi attorno tutto spaesato, c’era Benoit.
Azbugudund si sentì improvvisamente imbarazzato e inizialmente finse di non aver visto l’amico, ma lui si era accorto di Azbugudund e lo stava fissando con una strana espressione. Preoccupato che gli altri maghi potessero accorgersi di lui e domandarsi cosa ci facesse lì, Azbugudund si affrettò a raggiungerlo e gli spiegò che quella era un’occasione molto importante e che per questa volta lo spazio in casa era esaurito, ma che la mattina dopo avrebbero di nuovo bevuto il tè insieme, come sempre.
Benoit però continuava a guardarlo, sempre con quell’espressione strana che Azbugudund non capiva. Alla fine disse: «Va bene amico Azbugudund, ho capito. Non ti preoccupare, io me ne vado. Breistaaaaa… berniaaaaa!!!» e scomparve.
Azbugudund tornò a occuparsi dei suoi ospiti, che ora lo guardavano stupiti, anzi, alcuni addirittura con espressioni costernate sotto le barbe folte. Probabilmente avevano visto Benoit e si erano chiesti cosa ci facesse lì, proprio come Azbugudund aveva temuto.
Altri però stavano ancora invocando il tè e Azbugudund si ricordò cosa doveva fare.
Portò la sua teiera, che per l’occasione aveva ingrandito con una formula magica perché producesse tè per tutti quanti. La posò al centro del tavolo più grande di tutti, e recitò la sua formula preferita: «Uuuu-gu-gu-gu-gu-guuu-guz!»
Ma non successe niente.
Azbugudund si sentì accaldatissimo e riprovò con più convinzione: «Uuuuuuu-gu-gu-guz-ga-ga-ga-guz!»
Niente.
I maghi cominciarono a rumoreggiare e a ridere e Azbugudund si disperò: non capiva perché la formula non funzionasse. Quello era il momento più importante, il tè del Salotto dei Maghi! Perché la sua teiera non lo aiutava?
Intanto le risate si erano intensificate. Azbugudund si accorse che tutti ridevano, nessuno escluso, ridevano a crepapelle, ridevano di lui, che non era capace di far funzionare la sua sciocca teiera.
Non si diede per vinto e saltò sopra il tavolo tutto arrabbiato, battendo le mani e minacciando per convincere la teiera a obbedirgli.
«Uuuu-gu-gu-gu!! Aa-ga-ga-ga!! Io-go-go! Gu-gu-gu! Aaaaaa!»
I maghi risero ancora più forte, alcuni caddero a terra battendosi le mani sulla pancia, altri si appoggiarono ai compagni vicini, alcuni altri, pochi per la verità e solo fra i più anziani, lo guardavano accigliati, come se stessero cercando di capire cos’era successo. D’improvviso uno di loro batté le mani e recitò una formula perentoria. «Ahnnn… ria-ga-ga-ga-ga-ga! Gu-gu-gu-guz! Deh-deh-deh-deh-deh!!» e tutti gli altri maghi iniziarono ad andarsene.
Non ridevano più, non come prima almeno, e molti si girarono verso Azbugudund prima di uscire dal cancelletto, alcuni lo salutarono perfino, ma poi sparirono tutti, lasciando il mago Azbugudund da solo con la sua teiera vuota.

Azbugudund passò un sacco di mattine da solo nella sua cucina.
Nessuno veniva a trovarlo e lui non aveva mai voglia di bere il tè. La sua teiera era sempre lì, non si spostava mai, come a volerlo sfidare, ma lui non ci cascava: era arrabbiato con lei e non le avrebbe dato nessuna soddisfazione. Moriva dalla voglia di chiederle perché lo avesse rovinato in quel modo, ma non voleva chiederlo, non voleva più averci niente a che fare. Improvvisamente considerò l’idea di prenderla e sbatterla per terra per romperla in mille pezzettini, se lo sarebbe meritato in fondo!
Si alzò e torreggiò su di lei, che vedendo il suo sguardo si fece piccola piccola sotto di lui.
Il mago Azbugudund rimase per molto tempo in piedi con le braccia incrociate, aspettando il momento giusto e pronto a gustarselo appieno. Ma quando stava per decidersi a compiere il suo delitto ci fu un timido colpo sulla porta.
Azbugudund si girò incuriosito: «Benoit!»
Il suo amico però rimase sulla porta e non diede segno di voler entrare.
Azbugudund sentì il fortissimo bisogno di andarlo ad abbracciare, di chiedergli scusa, ma quando si alzò Benoit scomparve, forse grazie a una delle sue strane formule magiche.
Azbugudund si disperò e lo chiamò, gli chiese scusa per averlo cacciato via, giurò e spergiurò che non avrebbe mai più ospitato il Salotto dei Maghi, neanche se gli altri glielo avessero chiesto in ginocchio! Ammise di essere stato un egoista e un presuntuoso e di essersi abbassato a leccare le punte delle barbe di quei palloni gonfiati.
Alzò la testa e quasi pianse nel vedere Benoit, lì seduto su una sedia, la stessa dove era sempre seduto quando lui e Azbugudund facevano colazione insieme. Il suo amico aveva di nuovo il sorriso di sempre e lo invitò a raggiungerlo.
«Ciao, amico Azbugudund. Mi sei mancato! Che ne dici di una tazza di tè?»
Azbugudund era così felice di rivederlo che si dimenticò del suo piccolo problema e prima di rendersene conto stava già pronunciando la formula magica.
«Uuuu-gu-gu-gu-gu-gu-guz!»
E questa volta, come per magia, dalla teiera del mago Azbugudund uscì un fitto soffio di vapore.

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